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L’occidente contro Assad

Proseguono le indagini sull'uso di armi chimiche in Siria. Gli Usa valutano l'intervento militare. Ma l'Onu è divisa

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Gli ispettori dell’Onu dovrebbero oggi iniziare il secondo giorno di indagini sugli attacchi della scorsa settimana a Damasco. Quelle di ieri hanno riguardato Moudamiya, uno dei 4 quartiere colpito dai gas.

Durante la perlustrazione un veicolo del convoglio è stato colpito da cecchini non identificati, in quello che sembrava un tentativo di fermare le ispezioni ancora prima che iniziassero. La squadra ha dovuto tornare indietro per una vettura sostitutiva. La televisione di stato siriana ha accusato i ribelli per gli spari, mentre l’opposizione ne ha attribuito la responsabilità ai militanti pro-Assad.

Gli ispettori sono comunque riusciti a esaminare e intervistare alcuni pazienti ricoverati in due diversi ospedali e hanno preso da loro dei campioni di sangue, come ha riportato Wassim al-Ahmad, un militante dell’opposizione.

Secondo gli attivisti, almeno 80 persone sarebbero state uccise a Mouadamiya quando il quartiere è stato colpito con gas velenoso. Centinaia di persone sarebbero state uccise anche in altri tre distretti ribelli – Irbin, Ain Tarma e Jobar. L’associazione Medici senza frontiere ha parlato di 3.600 pazienti con sintomi neurotossici in tre diversi ospedali di Damasco. Di questi 355 sarebbero morti.

Intanto il Consiglio di sicurezza dell’Onu è diviso. Russia e Cina si oppongono a un eventuale intervento militare in Siria mentre Regno Unito e Francia considerano la possibilità di non attendere il consenso delle Nazioni Unite qualora vi fosse una grave emergenza umanitaria.

La reazione più forte agli attacchi con le armi chimiche è arrivata dagli Stati Uniti, dove il Segretario di stato John Kerry, durante una conferenza stampa ha dichiarato: “Quello che abbiamo visto in Siria la settimana scorsa dovrebbe scuotere la coscienza del mondo. Sfida qualsiasi codice di moralità.” Kerry ha inoltre affermato che, nonostante le scuse e i dinieghi del governo siriano, ciò che è accaduto è “innegabile”.

Washington ha recentemente rafforzato la propria presenza navale nel Mediterraneo orientale e i capi militari di Stati Uniti, Gran Bretagna e dei loro alleati hanno convocato una riunione in Giordania per stabilire la linea da tenere. Gli analisti ritengono che l’azione più probabile per gli Stati Uniti sarebbe quella di lanciare missili dalle navi contro le installazioni militari siriane, con un’operazione che non durerebbe più di due giorni.

Secondo un ufficiale del governo Obama, intervistato dal Washington Post, la decisione su un eventuale intervento statunitense dipenderebbe da tre fattori: il completamento di un rapporto di intelligence in cui sia valutata la colpevolezza del governo siriano nell’attacco chimico, la consultazione con il Congresso degli Stati Uniti, e infine la possibilità di giustificare l’azione attraverso una norma di diritto internazionale.

Ma il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, ha detto ai giornalisti che l’occidente non ha ancora prodotto alcuna prova che le forze del presidente Assad abbiano usato armi chimiche. L’intervento senza il consenso dell’Onu equivarrebbe, secondo Lavrov, a una grave violazione del diritto internazionale.