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Home » Esteri

La rivoluzione dell’Arabia Saudita che guarda a un futuro senza (troppo) petrolio

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Il 25 aprile il principe saudita Mohammad bin Salman Al Saud ha annunciato il "Saudi 30 vision", il piano economico per svincolare il paese dalla dipendenza da petrolio

Il trentenne principe saudita Mohammad bin Salman Al Saud ha annunciato il 25 aprile 2016 il nuovo piano economico del governo, Saudi 30 vision, per svincolare il paese del golfo dalla dipendenza dal petrolio.

Il piano fissa dei precisi obiettivi per i prossimi quindici anni. L’economia del regno saudita è quasi completamente dipendente dalle esportazioni di petrolio, e l’abbassamento globale dei prezzi del greggio nel 2015 ha creato un deficit di bilancio di cento miliardi di dollari, evidenziando l’urgenza di un cambiamento.

L’obiettivo che si vuole raggiungere, tra gli altri, è aumentare dal 16 per cento attuale al 50 per cento la quota delle esportazioni di beni diversi dal petrolio. Il principe, figlio di re Salman, è attualmente a capo del Consiglio economico e dello sviluppo sociale.

Tra gli altri obiettivi principali, l’Arabia Saudita si pone quello di passare dalla 19esima posizione alla 15esima nella classifica delle economie più importanti del mondo. 

Molti giovani sauditi vedono di buon occhio le riforme economiche in programma, auspicandosi che questo possa creare nuovi posti di lavoro, nuove opportunità economiche e maggiore libertà sociale. C’è anche chi, ancora più speranzoso, spera che l’apertura possa concedere alle donne il diritto di guidare. 

Altri strati della società, specialmente i più conservatori e tradizionalisti, vedono questo piano come “doloroso”, preoccupandosi del fatto che possano venire sacrificate le prestazioni sociali per risollevare le finanze statali. 

I punti più importanti del Saudi 30 vision sono una razionalizzazione dell’efficienza all’interno dell’attività di governo finora paralizzata dalla burocrazia, un ruolo più importante per il settore privato diverso dal petrolio, facendo sì che arrivi a coprire il 65 per cento (rispetto al 40 per cento attuale) del prodotto interno lordo e una gestione più “aggressiva” delle attività di investimento all’estero.

Tra gli obiettivi da raggiungere entro il 2030 c’è l’aumento dei pellegrini alla Mecca da 8 a 30 milioni, raddoppiare il numero dei siti patrimonio dell’Unesco, la promozione della cultura e dell’intrattenimento incrementando la spesa delle famiglie dal 2,9 per cento al 6 per cento, l’aumento delle aspettative di vita da 74 a 80 anni, il salire dalla 26esima posizione alla decima dell’indice del capitale sociale, abbassare il livello di disoccupazione dall’11,6 al 7 per cento. 

Re Abdullah, morto nel gennaio 2015, era stato visto come un riformatore quando salì al trono nel 2005. Aveva sviluppato un’agenzia di promozione degli investimenti, aveva avviato un grande sistema di borse di studio per permettere ai sauditi di studiare all’estero e aveva esteso il diritto di voto alle elezioni locali alle donne. 

Ma altri problemi come la carenza di alloggi a prezzi accessibili e quelli legati all’assistenza sanitaria sono stati solo parzialmente risolti.

Le attuali riforme potrebbero invece rivelarsi più efficaci. Il principe Mohammed ha condotto una campagna di pubbliche relazioni molto capillare, per presentarsi come un riformatore dinamico. Ha convinto infatti molti sauditi che possa essere lui la persona giusta per abbattere le barriere burocratiche e snellire la burocrazia che finora ha impedito al governo di agire in tutte le direzioni auspicate. 

Non è ancora chiaro se Saudi 2030 vision includerà riforme sociali e politiche come ad esempio in materia di istruzione, di giustizia e di diritti delle donne o nell’ambito dell’influenza della religione sulla vita politica. Nel piano è prevista solo una maggiore partecipazione delle donne in economia, passando dall’attuale 22 al 30 per cento, senza menzionare esplicitamente altri ambiti. 

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