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Home » Tecnologia

Perché gli studi di sviluppo stanno spostando budget sull’intelligenza artificiale

Immagine di copertina
Pixabay

Il costo di produzione di un videogioco di fascia alta è cresciuto più in fretta della capacità del mercato di riassorbirlo, e i bilanci degli editori lo registrano da tempo.

I titoli maggiori impegnano centinaia di persone per cicli che si misurano in anni, con investimenti che nessun prezzo di listino garantisce di recuperare.

È in questa casella dei conti che entra l’intelligenza artificiale, non come promessa tecnologica ma come voce di risparmio attesa.

Quanto costa oggi produrre un grande titolo

La Competition and Markets Authority britannica, nel rapporto finale con cui nel 2023 ha valutato l’operazione fra Microsoft e Activision Blizzard, ha messo per iscritto l’ordine di grandezza che il settore raccontava a mezza voce: i giochi di fascia alta per console e computer approvati per uno sviluppo con uscita prevista fra il 2024 e il 2025 ricevevano il via libera con 200 milioni di dollari o più di budget di produzione, contro i 50-150 milioni che bastavano cinque anni prima.

La stessa autorità rileva che un progetto di quella scala richiede da tre a cinque anni di lavoro prima della pubblicazione. Sono numeri che riguardano una minoranza di titoli, ma fissano il livello di finitura verso cui guarda l’intera filiera, perché è su quel livello che si tarano le aspettative dei giocatori.

L’altra metà del problema è organizzativa. Dagli stessi atti emerge che una sola serie di punta arrivava a impegnare oltre 3.000 persone dentro un unico editore, senza contare i partner esterni chiamati a coprire le fasi di picco.

Un organico di quelle dimensioni non si spegne e non si riaccende seguendo il calendario delle uscite: pesa sul conto economico per tutta la durata del ciclo di sviluppo, molto prima che il prodotto incassi qualcosa. Quando i ricavi crescono meno dei costi, il margine si assottiglia dal lato della produzione, perché dal lato del prezzo di vendita lo spazio è già stato usato.

Dove la spesa in AI viene giustificata nei conti

La domanda che le direzioni si pongono non è se questi strumenti funzionino, ma quale riga del bilancio alleggeriscano. La risposta che circola nelle presentazioni agli investitori riguarda i costi operativi: se una parte del lavoro ripetitivo viene prodotta o pre-lavorata in automatico, il tempo delle persone qualificate si concentra sulle decisioni che nessuna macchina prende. Il beneficio atteso non è un prodotto migliore in assoluto, ma lo stesso prodotto ottenuto con meno ore di lavoro, che in un comparto dove il personale è la voce dominante significa efficienza produttiva misurabile.

Il criterio è lo stesso che ha portato a esternalizzare le lavorazioni standardizzabili, con la differenza che ora il fornitore è un sistema interno e la spesa si sposta dal capitolo dei servizi a quello degli strumenti.

C’è una seconda motivazione, meno dichiarata e più pesante: la compressione del ciclo di sviluppo. Ogni mese risparmiato fra l’approvazione del progetto e la pubblicazione è un mese di stipendi che non viene anticipato e di capitale che rientra prima, e su cicli pluriennali l’effetto finanziario conta più del risparmio unitario su una singola attività.

Le aziende che destinano risorse a queste tecnologie ragionano quindi su due leve: abbassare il costo per unità di contenuto prodotto e accorciare la distanza fra l’investimento e il ricavo. Entrambe le leve promettono la stessa cosa: rendere sostenibile per chi lo finanzia un prodotto che resta quello che era.

Le voci di costo che l’automazione tocca per prime

Il risparmio non arriva in modo uniforme, e i primi effetti si vedono dove il lavoro è quantitativo. Le voci di costo aggredite per prime sono la produzione di materiali in serie, le iterazioni di revisione su elementi già approvati e i controlli ripetuti sulle versioni intermedie, tre attività che richiedono molte ore e poche decisioni.

Su queste il calcolo si verifica a bilancio, perché il risultato si legge in ore rendicontate. Su tutto il resto, dalla scrittura all’impianto di un progetto, le stesse aziende procedono con molta più cautela. La linea che separa le due categorie è il tipo di errore che generano: un materiale in serie venuto male si rifà in giornata, una scelta di impianto sbagliata si paga per tutta la durata del progetto.

La scala italiana rende il ragionamento ancora più stretto. Il comparto nazionale dello sviluppo conta circa 200 imprese e oltre 2.800 addetti, secondo la rilevazione IIDEA sul futuro dello sviluppo di videogiochi in Italia, riferita al 2024, e in strutture di quelle dimensioni una sola posizione liberata da attività ripetitive cambia il perimetro di ciò che si riesce a produrre. Su come la spesa in strumenti di automazione si stia distribuendo fra le voci di costo della produzione lo puoi approfondire in questo articolo, che ricostruisce le ragioni economiche della scelta compiuta dalle case di sviluppo.

Per un’impresa italiana il tema è reggere il confronto industriale con chi dispone di budget di produzione incomparabili, e l’automazione viene valutata su quel metro prima che su quello del risparmio.

Il conto che ancora non torna

Nei bilanci l’intelligenza artificiale compare oggi più spesso fra i costi che fra i risparmi. Servono investimenti infrastrutturali in capacità di calcolo e licenze, che entrano nel conto economico nell’esercizio in cui si firmano, e serve tempo di controllo su quello che gli strumenti restituiscono.

Lo sfasamento contabile è il punto: la supervisione dei risultati automatici si iscrive fra i costi dell’esercizio in corso e cresce insieme al volume di materiale generato, mentre il risparmio che dovrebbe compensarla si distribuisce sugli esercizi successivi.

Il calcolo, quindi, resta aperto. Un’automazione che dimezza il tempo di lavorazione di un elemento ma impone una revisione qualificata su ogni pezzo sposta il costo, non lo elimina, e i margini migliorano solo se il rapporto fra ore risparmiate e ore di controllo resta favorevole.

Su alcune lavorazioni quel rapporto si è già invertito e il processo è tornato dove stava prima, con una spesa in strumenti scaricata a perdita. Il primo esercizio in cui questa voce comparirà come risparmio netto, e non come investimento ancora da ripagare, dirà se i conti che l’hanno giustificata erano corretti.

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