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    Premi Oscar, discriminare l’arte per combattere la discriminazione

    Le nuove regole per l'assegnazione delle statuette sono un colpo alla libertà artistica: non saranno questi paletti a contribuire a rendere le minoranze etniche sempre più presenti, ma a farlo sarà lo sviluppo naturale di una società sempre più inclusiva. La decisione dell'Academy discrimina solo l'artista

    Di Stefano Mentana
    Pubblicato il 16 Set. 2020 alle 20:52

    Premi Oscar, discriminare l’arte per combattere la discriminazione

    Ci sono parole che sentiamo pronunciare tutti i giorni il cui significato può nascondere mille mondi e mille sfaccettature. Il loro significato sembra ovvio per quante volte se ne parla, ma la loro natura è tanto complessa che anche i suoi massimi estimatori possono avere difficoltà a darne una definizione precisa. Una di queste è l’arte: a essa sono dedicati musei e mostre, ha significati e accezioni differenti e raccoglie sotto il suo ombrello numerose discipline, dalla pittura al cinema, fino a forme più innovative. Artista è il pittore, è l’architetto, ma può essere artista anche uno sportivo, uno scrittore o un giornalista quando il genio, l’estro e il talento lo portano a realizzare qualcosa di unico. Ecco, di unico.

    Non staremo qui a dare una definizione di arte, ma tutti i più grandi artisti, quelli che hanno saputo eccellere, lo hanno fatto perché hanno fatto qualcosa di diverso e hanno visto le cose da un punto di vista differente, sempre con un unico presupposto: la libertà artistica. Quando qualcosa come il denaro, la fame di successo, la politica o qualsiasi altro paletto si è messo in mezzo tra l’artista e la sua opera, essa diventa irrimediabilmente il risultato di un condizionamento e probabilmente il suo valore artistico sarà inferiore.

    La libertà è dunque la condizione fondante della creatività. Senza di essa non potrà che esservi una standardizzazione che creerà opere tutte uguali tra di loro. Eppure per trovare i paletti che stanno mettendo l’arte di traverso non dobbiamo scomodare chissà quali remote realtà: i paletti li troviamo tutti i giorni negli algoritmi dei social e dei motori di ricerca, che ci propinano ogni giorno contenuti simili basati sui nostri like, con la conseguente preclusione dei diversi punti di vista. I paletti sono i siti web che troppo spesso nei contenuti inseguono le tendenze del momento senza pensare a costruire qualcosa di diverso. Ma ci sono anche i paletti messi per onorare nobili cause, che però rischiano di snaturare completamente quel settore creativo che invece le cose vorrebbe migliorarle. L’ultima decisione presa riguardo i Premi Oscar è in questo senso emblematica.

    L’Academy, l’organismo che assegna i premi Oscar, ha infatti recentemente cambiato le regole per l’assegnazione del riconoscimento per il miglior film: non tutte le pellicole potranno infatti essere ammesse alla nomination, ma solo quelle che rispettano una serie di standard di inclusività. Potranno partecipare alla fase finale dell’ambito premio solo quei film che hanno uno dei protagonisti o un terzo del cast appartenenti a una minoranza o categoria ritenuta sottorappresentata, con un chiaro elenco di quali siano tali categorie. Questo significa che il regista, il produttore, e tutti coloro che lavorano al film, se vorranno ambire alla statuetta, dovranno riadattare il loro senso artistico alle esigenze del politicamente corretto, riducendo la loro opera a un mero calcolo, Manuale Cencelli alla mano. Non dovranno più preoccuparsi che il loro film sia un’opera d’arte e rispetti le intenzioni di chi l’ha immaginato, ma dovranno fare attenzione a rispettare i precisi standard imposti dall’Academy.

    Ma può l’arte essere ridotta a modulo da compilare, incastrata in dei dettami ben precisi imposti dall’alto? L’arte è materia più complessa, deve poter provocare, raccontare le disuguaglianze e le ingiustizie, deve poter essere elemento di rottura e non deve essere per forza un elemento rassicurante agli occhi di chi lo contempla. Se si vuole davvero promuovere l’arte, va lasciata la massima libertà all’artista.

    Per quanto siano nobili le ragioni dell’Academy, questa è l’ennesima mossa che negli ultimi tempi va incontro a una standardizzazione della creatività e non si rende conto di una cosa: l’inclusività deve essere promossa nella vita di tutti i giorni, nel garantire pari opportunità a chi oggi non le può avere. Ma non può avvenire attraverso una forma di imposizione in spazi come l’arte che per loro natura devono essere meravigliosamente liberi.

    Non saranno questi paletti a contribuire a rendere le minoranze etniche sempre più presenti in uno spazio storicamente dominato dai bianchi come gli Oscar, ma a farlo sarà lo sviluppo naturale di una società sempre più inclusiva, con il lavoro della politica, dell’istruzione e delle persone comuni che si battono per superare ostacoli obsoleti. Ciò che l’Academy sbaglia completamente è il metodo, che rischia di aggiungere standardizzazione anche in uno spazio culturale d’alto livello, andandosi ad aggiungere ai tanti lavori creativi fatti con lo stampino in cui per tante ragioni ci imbattiamo ogni giorno.

    Il rischio concreto è che la decisione dell’Academy, pur basandosi su fondamenti nobili e più che condivisibili, vada a discriminare solo l’artista. E quando si discrimina l’arte, di solito, le cose non finiscono bene.

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