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Democrazia a somma zero

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Di case promiscue, veli e dittatura della maggioranza

“Nessuno sa cosa succede in quelle case. Cose molto sospette. Può accadere di tutto. Poi i genitori si disperano, chiedendo ‘Dov’è lo Stato?’. Questi passi vengono fatti per mostrare che lo Stato c’è. Come governo democratico e conservatore, noi dobbiamo intervenire”. Quelle case, nelle parole pronunciate una decina di giorni fa dal premier turco Tayyip Erdoğan, sono le abitazioni condivise, specie tra gli universitari, da uomini e donne. Una promiscuità inaccettabile per il capo del governo di Ankara, che sceglie una retorica fin troppo facile da mettere alla berlina nella prospettiva di uno stato laico. Più interessante, invece, è capire l’obiettivo di questi attacchi.

Erdoğan è un conservatore, certo – così si definisce lui stesso – un politico che crede nel ruolo della religione come metro di giudizio e strumento interpretativo della vita pubblica. Non di rado, anche come bussola delle sue scelte politiche. Del resto, nel 2004 fu proprio il suo governo a tentare di inserire nel nuovo codice penale turco il reato di adulterio, subito bocciato dall’Unione Europea che allora doveva decidere sull’apertura dei negoziati per l’adesione della Turchia, che sarebbero iniziati l’anno dopo. E se la lista delle sue iniziative di moralizzazione – spesso annunciate e qualche volta pure messe in pratica, come nel caso delle limitazioni alla vendita e al consumo di bevande alcoliche – sarebbe piuttosto lunga, in questo caso sembra aver saltato il fosso, al punto che persino il suo vice Bülent Arınç, considerato una delle colombe del governo, ha scelto di dissociarsi.

In questo caso, però, un intervento normativo appare più difficile, meno probabile. Perché gli ostacoli sarebbero tanti sia nella legislazione interna – a costituzione vigente, almeno un paio di articoli – che in quella dell’Ue, a cui il Paese continua ad aspirare (tanto più che le parole del premier sono arrivate proprio lo stesso giorno in cui è stato aperto un nuovo capitolo negoziale con Bruxelles, a tre anni dall’ultimo). Ma forse ancor di più, perché misure di questo tipo sono proprio quelle che chi evoca il rischio di islamizzazione delle istituzioni laiche della Turchia dice di temere, mentre Erdoğan ne respinge le accuse. Insomma, per l’impatto simbolico e per l’immagine del Paese, già piuttosto compromessa dalla dura repressione della rivolta di Gezi.

Eppure l’effetto potrebbe essere raggiunto lo stesso, senza sporcarsi le mani. In assenza di una responsabilità legale, potrebbe intervenire quella sociale, già molto influente nella vita dei turchi. Una sorta di controllo sulla moralità dei vicini di casa, e un invito neppure velato alla delazione, il cui impatto emerge già dalle cronache dei giorni successivi all’appello del premier. Come ha detto lo stesso Erdoğan, “in un modo o nell’altro, questo sarà messo sotto controllo”.

Secondo alcuni, una radicalizzazione scientifica per polarizzare ancor di più la politica turca alla vigilia di una lunga stagione elettorale. Con il rischio, però, di inquinare agli occhi di chi guarda – da fuori ma anche da dentro – i passi avanti in termini di tutela delle libertà personali che la componente conservatrice della Turchia ha ottenuto in questi anni bilanciando il laicismo del passato, fino al culmine simbolico dell’ingresso in parlamento a fine ottobre di alcune deputate velate dell’Akp, il partito di Erdoğan. Come se la democrazia fosse un gioco a somma zero in cui vince solo chi comanda.

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