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Contiamo (e salviamo) gli elefanti

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Quanti elefanti ci sono in Africa? Nessuno ha mai provato a contarli. Fino adesso

Mike Chase ha trascorso la sua adolescenza accompagnando il padre nei suoi safari. Biologo e ricercatore presso lo zoo di San Diego, in California, vive in Botswana. Nel duemilasette ha conseguito un dottorato in elephant ecology, e circa dieci anni fa ha fondato Elephants without borders.

Adesso guiderà una ricognizione aerea su ventidue Paesi dell’Africa sub sahariana. La prima della storia, il cui scopo è individuare il numero di elefanti presenti e contribuire alla loro sopravvivenza.

Il progetto è finanziato da uno dei fondatori di Microsoft, Paul Allen, e dalla sua azienda Vulcan Inc. Coinvolgerà quarantasei studiosi e sarà condotta a bordo di diciotto piccoli aerei. I risultati aiuteranno poi esperti, scienziati e politici a prendere le misure necessarie per proteggere gli elefanti africani dal bracconaggio, che ha raggiunto negli ultimi anni livelli insostenibili.

Si stima che negli ultimi trentacinque anni il loro numero si sia dimezzato. “La minaccia di una loro estinzione è reale” ha dichiarato Chase. “Lo scorso anno abbiamo fatto un censimento in un parco dove precedentemente c’erano più di duemila elefanti. Ne abbiamo contati solo trentatrè”. Gli elefanti oggi sono minacciati dal bracconaggio e dal commercio illegale di avorio, ma anche dal processo di urbanizzazione e dalla costruzione di nuove strade.

L’avorio vale dai mille ai duemila dollari al chilo sul mercato nero, secondo John Scanlon, segretario generale della Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora (il Cites, che nel millenovecentottantanove promosse il primo divieto mondiale sul commercio d’avorio). I guadagni sono enormi. Chris Turner, High British Commissioner a Nairobi, ha avvertito l’anno scorso del pericolo che il contrabbando di avorio possa, con i suoi enormi introiti, anche finanziare attività terroristiche.

Proprio ieri a Dongguan, in Cina, le autorità hanno disposto la distruzione di sei tonnellate di avorio. Una cerimonia pubblica per confermare l’impegno di Pechino a collaborare nella lotta al contrabbando di avorio. O forse una mossa propagandistica per alleggerire la pressione sul governo cinese. L’Estremo Oriente è il mercato principale di zanne e statuine d’avorio, e la Cina è il maggiore importatore mondiale di quello che viene chiamato “oro bianco”. Qui è un tradizionale simbolo di benessere e ricchezza.

Al porto di Mombasa, in Kenya, sequestri vengono effettuati con cadenza quasi giornaliera. Alla vigilia di natale il presidente Kenyatta ha firmato la nuova legge, che prevede l’ergastolo e multe salatissime per i contrabbandieri. Troppo spesso favoriti dalla corruzione di funzionari doganali e dalla complicità di alcuni rangers del Kenya Wildlife Service. Alcui di essi sono stati di recente rimossi dal loro incarico.

Secondo il Mike (Monitoring the Illegal Killing of Elephants), un organismo preposto alla vigilanza sulla vendita legale di avorio, circa il 7,5 per cento degli elefanti africani sono stati uccisi nel duemiladodici, e poco di più nell’anno precedente. Di questo passo scomparirebbero definitivamente nel giro di mezzo secolo, sostiene il professor Zhang Li, della Normal University di Pechino.

 

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