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Cameron, la maggioranza silenziosa e i Singolari Parallelismi

Cosa è veramente successo a Londra. L'analisi di queste General Elections del 2015

Di Livio Ricciardelli
Pubblicato il 8 Mag. 2015 alle 15:01
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Immagine di copertina

Il risultato di queste elezioni generali britanniche è stato
senz’altro una sorpresa per molti.

Si dava per scontato un Partito Conservatore in grado di
ottenere il maggior numero di seggi alla Camera dei Comuni. Ma si vociferava di
un governo di minoranza a guida Cameron.

Si dava per scontato il secondo posto per il Partito Laburista. Ma
nessuno avrebbe mai pensato ad esiti disastrosi come quelli di Foot e Kinnock
rispettivamente nel 1983 e nel 1987 ed all’incapacità da parte di Miliband di
formare un esecutivo composto dai Laburisti e dai rappresentati delle autonomie
locali (Partito Nazionale Scozzese e Partito del Galles, quest’ultimo sostiene
il governo laburista nella propria assemblea nazionale).

Infine, si parlava della possibilità addirittura di un
governo di grande coalizione tra Cameron e Miliband.

Nemmeno il rischio di elezioni anticipate (sulla falsariga
del precedente del ’74) con leadership diverse (Johnson per il centrodestra, il
fratello di Miliband per il centrosinistra) si profilerà.

Vittoria netta del Partito Conservatore che addirittura
potrà fare a meno del Partito Liberal-Democratico, proprio junior partner dal 2010
ad oggi.

Una dinamica politica più bipolare delle previsioni della
vigilia dunque. Ma che non può spingerci a sottovalutare la nascita di un
sistema politico molto più frammentato rispetto al passato.

 

Singolari parallelismi: il voto Conservatore

Il Partito Conservatore britannico supera i 326 seggi. La
maggioranza assoluta alla Camera dei Comuni. Cameron riesce nell’impresa non
scontata di aumentare il numero di seggi per i Tory. Come se il governo di
coalizione coi LibDem non abbia offuscato la propria immagine e quella del
partito. Per la prima volta dal 1997 dunque potrà formare un governo monocolore
conservatore, senza bisogno di partner minori.

Una dinamica politica che ricorda per certi versi quella del
centrodestra tedesco alle elezioni politiche del 2013: junior partner (anche in
questo caso liberale) spazzato via. Partito perno della coalizione di governo
invece che vola ed aumenta i propri consensi. Nel caso tedesco sfiorando la
maggioranza assoluta. Nel caso d’oltre Manica, ottenendola.

Cameron si afferma come leader di punta della destra
mondiale. Un lavoro partito nel dicembre del 2005 col tentativo di delineare
una nuova strada per il fronte conservatore ed unionista. Meno individualista, più
sociale (seppur sotto la controversa patina della big society). Meno
thatcheriano, più “europeista”. E una quercia, al posto della Fiaccola della
Libertà, come nuovo simbolo del partito.

Non è escluso che nel successo di Cameron ci sia anche del
merito per la squadra di governo conservatore, che in questi cinque anni si è
impressa come team capace di rappresentare il Paese e di trasmettere
serenità (Theresa May su tutti). Aspetto questo molto importante nel vincere un
gran numero di collegi.

 

Singolari parallelismi 2: il voto Laburista

La disfatta del Partito Laburista di Ed Miliband, e le sue
conseguenti dimissioni dalla leadership, rappresentano un dato drammatico per
la sinistra britannica. Ma soprattutto rappresentano l’ultimo treno, l’ultima
opportunità di essere forza alternativa al Partito Conservatore.

La strategia politica di Miliband non solo è stata una
forzatura. Ma anche un qualcosa che ha portato la sinistra a perdere cinque
anni.

Modesto ministro (imbarcato all’ultimo nell’esecutivo Brown) per i cambiamenti climatici, Ed si è candidò nel 2010 contro il fratello David
(già ministro per l’ambiente nel governo Blair e papabile premier sin dal 2007)
dando vita ad una mossa quanto mai inopportuna politicamente. Inopportunità che
si rivelò ancor più nefasta a seguito della sua vittoria contro il fratello per
una manciata di voti. E col sostegno determinante dei sindacati.

La sconfitta di Miliband testimonia come l’impianto politico
blairiano, che spinse i laburisti per l’unica volta della propria storia a
vincere tre elezioni di fila, di uno spostamento al centro per ottenere quei
consensi della middle-class (che avevano fatto la fortuna del duo Thatcher-Major) era l’unica possibilità in una Gran Bretagna sempre meno manifatturiera e
sempre più polo finanziario e dei servizi.

Un cambio di linea erroneo che spinge nel baratro una classe
dirigente. Come parallelismo proponiamo la sconfitta del Partito Democratico
nipponico alle politiche del 2014. Incapace non solo di apparire come forza di
governo. Ma anche di non riuscire a far eleggere in Parlamento la propria
classe dirigente (a Londra Ed Balls, a Tokyo l’ex premier Naoto Kan).

 


Il Resto del Mondo

Il Partito LiberalDemocratico di Nick Clegg perde circa 50
seggi. Un tonfo clamoroso per la storica terza forza del sistema politico
britannico. Le cause? L’essersi schiacciati troppo sulle posizioni dei
conservatori in questi cinque anni di governo (la gente a questo punto vota l’originale,
non la copia), le accuse di trasformismo che spinsero Clegg a stringere l’alleanza
con Cameron e la neo-frammentazione del sistema politico britannico. In tutta
questa confusione, il ragazzone con gli occhi azzurri risultava meno appariscente.

Il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito (Ukip) secondo alcuni
commentatori nostrani risulta essere un altro grande sconfitto di questa
competizione. Si tratta in realtà di una lettura parziale figlia della scarsa
sensibilità politica dei mass media e delle dimissioni “ad effetto” di Nigel
Farage dalla leadership del partito. Su questo tema occorre dire due cose:

-Il sistema elettorale first past the post è quello che
danneggia di più in assoluto l’Ukip: un partito politico molto d’opinione e
senza una base elettorale precisa dal punto di vista territoriale. Insomma:
parecchi voti dappertutto (quasi il 13 per cento), ma solo in un seggio ne riesce a prendere almeno uno
più di tutti gli altri.

-L’Ukip, a differenza dell Front National in Francia,
risulta ancora essere un single issue party – un partito legato a un esclusivo tema. Di conseguenza non deve destare
scalpore il suo primo posto alle elezioni europee e il suo terzo posto alle
politiche. Trattasi di una formazione politica che rispecchia la peculiarità
britannica nel suo rapporto con l’Europa. E la propria agenda a livello
nazionale risulta ancora molto flebile.

Secondo me Farage ritirerà le dimissioni dalla leadership del
partito.

Interessante il caso dei Verdi che confermano il proprio
seggio a Brighton (ormai area a subcultura verde). Ma soprattutto interessante
la loro capacità di riuscire a presentare in maniera omogenea, e a differenza
del 2010, candidati in praticamente tutti i collegi. Un ottimo lavoro d’organizzazione
è stato fatto su quel fronte.

 

Enigmi Scozzesi

E veniamo a Nicola Sturgeon, la leader del Partito Nazionale Scozzese (Snp): la vera sorpresa di questa campagna
elettorale, forse il caso mediatico.

Conseguenze del maggioritario: prendi meno del 5 per cento a livello
nazionale, ma ottieni 56 deputati. Una crescita esponenziale su cui bisogna
riflettere nella misura in cui non tanto l’Snp ha cambiato la propria azione
politica (la Sturgeon non si discosta particolarmente da Alex Salmond), ma
perché è la mappa elettorale della Scozia ad essere cambiata.

Visto che siamo in vena di parallelismi: in Italia si parla
tanto del caso del Veneto capace di diventare da regione democristiana a regione leghista. Nel caso scozzese il cambiamento è stato triplo: da area
sostanzialmente unionista, a seguito del progetto di devolution (la nuova leva
blairiana era quanto mai sensibile al tema delle autonomie locali e soprattutto
alla Scozia, vera fucina per tutti loro) diventa una nazione sostanzialmente
laburista. Fino a che nel 2007 non arrivò il Partito Nazionale Scozzese. Un
problema non da poco per il Partito Laburista che, se si consoliderà questo
trend, sarà sconfitto per motivi strutturali in oltre 50 seggi del Paese. Dando
vita ad una dinamica molto continentale in cui la massima aspirazione per il
leader del centrosinistra non è quella impossibile di governare ma quella di
andare al governo come n.2 della destra in governi di grande coalizione (basti pensare alla Spd tedesca,
incapace ormai anche solo di avvicinarsi alla corazzata cristiano-democratica).

Da questo punto di vista c’è molto merito da parte della
Sturgeon. Ma anche molto demerito da parte di Miliband che rendendo il suo
partito più irrilevante dal punto di vista percentuale ha dato il là all’abbandono
della Scozia da parte della sinistra.

Poi certo, c’è qualcuno che sostiene che il referendum
scozzese del settembre 2014 ha portato i laburisti a farsi schiacciare tra il
fronte unionista (conservatore) e quello indipendentista (di Alex Salmond). Al
netto del ruolo di Gordon Brown e di Alistair Darling nella vicenda.

Probabilmente è una teoria che tende a sopravalutare
Cameron.

Ma è fuori di dubbio, da ieri sera, che il primo ministro
britannico è comunque un osso duro. Senz’altro da non sottovalutare.

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