Così i social network ci fanno perdere il contatto con noi stessi e con gli altri

Fiorenza Loiacono spiega come la bulimia comunicativa dell'era digitale produca individui narcisisti e metta in pericolo le relazioni sociali

Di Fiorenza Loiacono
Pubblicato il 13 Ott. 2017 alle 17:49 Aggiornato il 13 Ott. 2017 alle 17:50
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Immagine di copertina
I social network producono individui isolati e azzerano le relazioni.

“Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?” La regina cattiva di Biancaneve non è più sola, la sua domanda riguarda oggi una quantità spropositata di persone, donne e uomini.

Qualche mese fa circolava in rete un’immagine apparentemente sensazionale, quella di un dipinto intitolato Mr. Pynchon and the Settling of Spingfield realizzato da Umberto Romano nel 1937.

Osservandolo si ha l’impressione di riconoscere uno smartphone in mano ad uno dei soggetti ritratti, il cui sguardo sembra posarsi su quell’oggetto in modo per noi familiare e inequivocabile. In realtà, per ragioni temporali e come da più parti sottolineato, non può trattarsi di un telefono ultra-tecnologico bensì, più probabilmente, di uno specchio.

La prima reazione sarebbe quella di sorridere, lasciando svaporare la sorpresa iniziale. Tuttavia, sull’immagine di quest’uomo che appare rapito dall’oggetto maneggiato, è interessante soffermarsi.

Il dipinto, infatti, illumina alcuni significati legati all’uso degli smartphone, spesso utilizzati alla stregua di specchi, utili cioé a rimandare o a nutrire una certa immagine mentale relativa a se stessi.

Tornando al caso estremo della regina di Biancaneve, un esempio di potere e narcisismo, dove il desiderio di piacere si intreccia all’invidia, la fragile sicurezza della sovrana entra in crisi nel confronto con la giovane e bella figliastra, che viene per questo condannata a morte.

Tuttavia Biancaneve si salva grazie alla solidarietà di un cacciatore insubordinato e al legame profondo  instaurato con sette creature minuscole, piene di difetti ma profondamente umane. Biancaneve e i nani si riconoscono reciprocamente nonostante le apparenti ed evidenti asimmetrie – fisiche in primo luogo – aiutandosi a vicenda.

Il mondo della regina, invece, è connotato da un baricentro autoreferenziale e distruttivo, dove al centro è l’io, i cui desideri e le cui fragilità dettano il rapporto con gli altri, pretendendo di decidere della loro sorte.

Uno smartphone diviene uno specchio nella misura in cui quanto in esso è ricercato è posto al servizio dell’io, dei suoi desideri, delle sue fragilità, delle sue storture. In tal senso gli altri – o quello che di essi appare – divengono oggetti, di cui ci si serve per confermare una certa immagine di sé ma anche per tollerare la noia, per scacciare la solitudine, per scaricare lo stress e la rabbia. Questo oggi avviene regolarmente.

In tale contesto le distanze tra un individuo e l’altro si annullano, le realtà uniche si comprimono, la curiosità e l’interesse per l’umano recedono di fronte alla sensazione che non ci sia altro da scoprire. Quante volte accade di provare stima e interesse per qualcuno e di cambiare idea una volta letti i suoi post?

Eppure ci aspetteremmo esattamente il contrario, dato lo sforzo compiuto per risultare brillanti, smart, come i telefoni. L’attrazione richiede sempre una quota di mistero e idealizzazione e i social network, oltre a mostrare immagini apparentemente seducenti, costituiscono spesso anche il più potente motore di disillusione dei nostri tempi, talvolta ingiustamente, dato che non rispecchiano la complessità di una persona.

L’immediatezza caratteristica dei social network e delle chat evidenzia il crollo del concetto di distanza rispetto all’uso delle telefonate e degli sms. Dove non c’è distanza non c’è visione prospettica e riconoscimento dell’altro. Un altro, cioè, che sia pensato e immaginato al di là dell’apparenza, della fotografia, del profilo visualizzato, fortemente condizionanti rispetto ai movimenti immaginativi, che risultano essere soffocati da una così pesante e prepotente concretezza.

L’altro, confuso in una massa indistinta e scarsamente riconoscibile nonostante l’esponenziale quantità di immagini, diviene servo di molteplici io che competono fra loro e se lo spartiscono, talvolta fino a rigettarlo.

Se umanamente non è possibile prestare attenzione e interiorizzare le parole e il pensiero di più persone che parlano contemporaneamente o in rapida successione, si può agevolmente immaginare quanto dello spirito umano venga inflazionato e disperso nella “sezione notizie” di Facebook.

Volti e parole, spesso ragguardevoli perché citazioni di letterati, artisti, scienziati, politici che hanno dato un contributo importante all’incivilimento dell’umanità, scorrono senza lasciare traccia nella memoria.

A dieci anni dalla capillare diffusione dei social, coincisa peraltro con una crisi finanziaria mondiale, con i sacrifici di buona parte della popolazione terrestre e il montare della frustrazione e della rabbia, si sta assistendo a fenomeni di imbarbarimento, come il superamento di ogni limite, la scarsa capacità di rispettare la distanza.

Sui social questo processo è estremamente vistoso e rinforzato, e le forme e i modi comunicativi e relazionali diffusi su queste piattaforme si stanno rapidamente trasponendo anche in altre sfere della realtà. Spesso l’altro viene scalzato, non visto, di fronte al procedere ipertrofico e rutilante di un egocentrismo insaziabile, a caccia di continuo nutrimento.

Accanto ad alcuni significativi episodi di violenza diffusi attraverso le piattaforme digitali, con ricadute drammatiche nella vita delle persone, è utile riferirsi a quanto ogni giorno accade nei rapporti interpersonali. In molti oggi lamentano la quantità spropositata di mail e messaggi che ricevono quotidianamente.

Di pochi giorni fa è la denuncia di alcuni insegnanti, esasperati dal ricevere avvisi e aggiornamenti sugli impegni scolastici anche di sera e nei fine settimana. Ma non è certamente l’unica categoria a vivere un simile disagio. Il mancato rispetto dei limiti di tempo e spazio, necessari a garantire la civiltà del vivere e ad arrestare il passo prima di travolgere l’altro, si sta configurando come un problema enorme della contemporaneità.

A manifestarsi è un passaggio dal principio di realtà – fondamento della maturazione psichica – a quello di piacere, dove a regnare è l’impulso e la sua esigenza di soddisfacimento. Non a caso sia le piattaforme social che le chat sono state inventate nel contesto statunitense, connotato dal culto del capitalismo e dell’edonismo, dove il dominio dell’impulso e il travalicamento dei limiti sembrano attualmente caratterizzare anche il comportamento dello stesso presidente Donald Trump.

Il senso della realtà, la consapevolezza di vivere in un mondo abitato anche dagli altri e della necessità del rispetto dei diritti e dei doveri di tutti, si acquisisce progressivamente. Quando non vi è distanza, e gli altri sono aggrumati come sui social, gli esseri umani rischiano di ridursi a figure appena percepibili, scomparendo nel soddisfacimento del bisogno.

L’abitudine di intessere le proprie relazioni interpersonali principalmente sulle piattaforme digitali, come accade soprattutto nel caso delle generazioni più giovani, può avere una portata catastrofica sulle relazioni condotte dal vivo. Secondo uno studio recente compiuto negli Stati Uniti da Shirley Turkle (La conversazione necessaria. La forza del dialogo nell’era digitale, Einaudi, 2016) fra i ragazzi delle scuole superiori si sta assistendo ad un tracollo delle capacità empatiche, di ascolto e discorsive, che si esercitano nell’incontro diretto con l’altro.

Una volta si diceva che i docenti universitari italiani non rispondessero prontamente alle mail, rimproverandoli per questa cattiva abitudine. Adesso questo comportamento è molto diffuso anche altrove. Le missive elettroniche considerate “inutili” o di scarsa pertinenza vengono ignorate o rapidamente cestinate, come se dall’altra parte non vi fosse un interlocutore.

Tuttavia, a parte la questione educativa ed empatica, e quella del rigetto dell’umano attraverso la tecnologia, si pone anche il problema della bulimia comunicativa e delle sue conseguenze nefaste. Le mail odierne spesso presentano modalità di scrittura caratteristiche dei messaggi delle chat. Non si saluta, non ci si presenta, si procede direttamente con la richiesta, come se non si possedesse il senso di una presenza reale e tangibile dall’altra parte.

Ad essere proiettata in molti casi è l’idea di un’entità onniscente e onnipotente, in grado di indovinare i bisogni e appagarli rapidamente senza che le siano offerte spiegazioni e indicazioni contestuali. A prendere forma è una società barbarica, di despoti pronti a richiedere soddisfacimento immediato attraverso il consumo dell’altro. Qualche anno fa Paola Mastrocola in un bel libro intitolato Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare (Guanda, 2011) sottolineava come a furia di essere continuamente connessi, gli esseri umani finiranno per non sopportarsi più. È quanto sta accadendo su più livelli.

Se sono amore e attenzione che ricerchiamo – perché queste sono senza dubbio le due fonti principali di felicità e di piacere, come Freud ripeteva nelle sue opere – ricordiamoci che dove c’è narcisismo, cioè una declinazione dei rapporti umani sbilanciata a favore del nutrimento del sé, l’altro non è visto né tantomeno riconosciuto nella sua complessità.

Non solo la regina di Biancaneve, ma anche Narciso prima di lei non aveva occhi che per la propria immagine. Un uso siffatto dei social non può che condurre alla perdita di se stessi – perché come nel mito greco si resta sempre inappagati – e degli altri, non visti e non riconosciuti.

* Fiorenza Loiacono lavora come psicoterapeuta ed è dottore di ricerca in Educazione alla politica

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