Perché gli esseri umani sono portati a essere altruisti?

I ricercatori Eva M. Krockow e Andrew M. Colman hanno spiegato alcune delle principali teorie che spiegano che ruolo ha avuto la gentilezza per l'evoluzione della specie umana

Di Laura Melissari
Pubblicato il 21 Nov. 2017 alle 18:01
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Credit: Bryan Bedder/Getty Images

Atti di gentilezza nei confronti degli altri, come donare il sangue, fare dei piccoli piaceri a lavoro o dedicarsi al volontariato sono incoraggiati nelle nostre società.

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Molte persone che donano il loro tempo agli altri si sentono felici e gratificate per questo. L’altruismo è una caratteristica dell’essere umano e anche di molti animali.

I benefici ottenuti quando si riceve una gentilezza sono intuitivamente ovvi. Ma le motivazioni per impegnarsi nel compiere gesti altruistici lo sono molto meno. In realtà, l’esistenza stessa della gentilezza e dell’altruismo sembra contraddire la teoria dell’evoluzione di Darwin, basata su un processo competitivo di selezione naturale della specie in cui sopravvive solo il più adatto.

Per esempio, il comportamento disinteressato delle formiche sterili, che proteggono le loro colonie da pericolosi predatori, pone un problema che lo stesso Darwin all’inizio considerava “insuperabile, e in realtà fatale per tutta la mia teoria”.

Perché quindi il comportamento gentile non è stato spazzato via dai meccanismi di selezione naturale? Molti studiosi si sono cimentati con questo problema nel corso degli anni. I ricercatori Eva M. Krockow e Andrew M. Colman hanno spiegato alcune delle principali teorie in merito.

I primi approcci, dai tempi di Darwin fino agli anni ’60 del Novecento, hanno cercato di spiegare la gentilezza ipotizzando che gli individui si comportino in modo cooperativo per il bene del proprio gruppo o della propria specie, indipendentemente dal tornaconto personale.

La “teoria della selezione di gruppo” rimase l’unica spiegazione per molti decenni, ma ora è considerata con scetticismo. In che modo le popolazioni cooperative, che presumibilmente sarebbero sopravvissute meglio di quelle competitive, si sarebbero evolute?

Una spiegazione alternativa è fornita dalla più recente teoria del “gene egoista”, secondo cui la selezione naturale favorisce la gentilezza verso i nostri parenti stretti, che sembrano simili a noi e condividono i nostri geni. Aiutare un parente è un modo per trasmettere copie dei nostri geni.

Ma questo non spiega la gentilezza verso le persone senza geni condivisi. Quindi, nel caso di individui non imparentati, è stata avanzata un’altra teoria, chiamata “altruismo reciproco”.

Se due individui non imparentati si alternano negli atti di gentilezza che si scambiano vicendevolmente, stabiliscono una relazione di cooperazione ripetuta a vantaggio di entrambi. In effetti, alcune emozioni sociali come colpa, gratitudine e simpatia possono essersi evolute precisamente per favorire relazioni di reciprocità, così cruciali nell’evoluzione umana.

Ma questa teoria non spiega la gentilezza verso gli estranei che non ci aspettiamo di incontrare mai più, fenomeno molto meno raro di quanto si possa pensare superficialmente.

In tali interazioni una tantum, la gentilezza potrebbe essere promossa attraverso la reciprocità indiretta. Ciò si verifica quando osserviamo le persone essere gentili con gli altri e come risposta agiamo gentilmente verso di loro.

Le persone sono più inclini ad aiutare gli estranei se questi hanno dimostrato a loro volta comportamenti altruistici. Di conseguenza, tutti sono motivati ​​a coltivare una reputazione di gentilezza attraverso un comportamento generoso di cui gli altri verranno a conoscenza.

Tale reputazione è suscettibile di suscitare gentilezza da parte di terzi e può quindi produrre un circolo virtuoso e benefici a lungo termine.

Ma questo non spiega la gentilezza in situazioni in cui non sono presenti osservatori. Qui è stato proposto il concetto di “punizione altruistica”.

Questa teoria afferma che alcune persone hanno un istinto innato che le spinge a rimproverare individui scortesi o egoisti. Sono state segnalate prove di punizioni altruistiche in un’ampia gamma di popolazioni e culture. Il rischio di soffrire la punizione altruistica funziona quindi come una pressione di natura sociale che spinge ad essere gentili.

Prese insieme, queste teorie mostrano come la gentilezza non contraddica necessariamente il processo competitivo di selezione naturale teorizzato da Darwin.

La gentilezza è razionale. Ma la sua razionalità indebolisce il fascino spontaneo che emana? La gentilezza è solo un’espressione comportamentale accuratamente camuffata dell’egoismo? Esiste l’altruismo disinteressato?

Certo è che, a prescindere dalla motivazione, gli atti di gentilezza non solo migliorano il benessere generale della società. Anche chi li compie, infatti, ne trae vantaggio.

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