“Ho perso il mio bambino, basta ricordarmelo in tutte le pubblicità”: la mamma contro i giganti del tech

La rivolta di una video editor del Washington Post diventa un appello condiviso da migliaia di persone

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 12 Dic. 2018 alle 19:36 Aggiornato il 12 Dic. 2018 alle 19:59
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Immagine di copertina
La mamma che sfida le grandi compagnie tech

Il bambino nasce morto, la mamma scrive ai giganti del tech.

Lettera aperta – Chiede di fermare il suo dolore a Facebook, Twitter, Instagram ed Experian. L’editor del famoso giornale americano, Gillian Brockell, si vede comparire pubblicità di articoli per bambini dopo aver perso il figlio prima della nascita e questo le provoca uno strappo interiore.

Le parole della mamma – “Lo so che voi sapevate che io ero incinta. È colpa mia. Semplicemente non ho saputo resistere a questi hashtag su Instagram: #30weekspregnant, #babybump. Che stupida! E ho anche cliccato una o due volte su alcune pubblicità di abbigliamento da mamme che Facebook mi ha proposto”. La donna si rivolge alle tech companies raccontando la sua storia personale. Le sue parole hanno provocato una forte emozione nei lettori, che hanno condiviso in migliaia la lettera su Twitter. .

Marketing aggressivo –Profilazione pubblicitaria, ecco il motivo incriminato contro cui si scaglia la editor. Per cui all’utente vengono proposti sui social media quegli articoli che potrebbero essere di suo interesse. In questo caso, biberon, passeggini, giocattoli che una donna incinta potrebbe voler comprare. Peccato che dopo i primi mesi di gravidanza Gillian Brockell abbia perso il bambino.

Il messaggio virale – “Vi prego, aziende tecnologiche, vi imploro, se siete abbastanza intelligenti da rendervi conto che sono incinta siete sicuramente abbastanza intelligenti anche da rendervi conto che il mio bambino è morto. E come mi avete visto cercare vestiti e oggetti per il mio bambino “non mi avete visto anche googlare ‘contrazioni di Braxton Hicks’ e ‘bambino non si muove’?”.

Intimità – Sentire parlare di maternità, spiega Brockwell, è stato un “doloroso promemoria” del fatto che non era diventata madre. Continua a domandarsi la giornalista nella lettera-appello: “Non avete notato i tre giorni di silenzio sui social media, non comune per un utente ad alta frequenza di pubblicazione come me? E poi l’annuncio con le parole chiave “cuore spezzato” e “problema” e “nato morto” e le 200 emoticon a lacrima dei miei amici? Non è qualcosa che potete tracciare?”.

Per poter aggirare la pubblicità aggressiva c’è però un metodo: entrare su google in modalità anonima.

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