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L’esperta a TPI: “La quarantena ha aggravato i casi di disturbi alimentari”

Di Marco Nepi
Pubblicato il 18 Mag. 2020 alle 12:46 Aggiornato il 3 Giu. 2020 alle 15:47
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Immagine di copertina
Credit: Ryan McGuire da Pixabay

Disturbi alimentari e quarantena: i rischi

La maggior parte degli esperti concorda sul fatto che la pandemia da Covid-19 possa scatenare o peggiorare quei comportamenti autodistruttivi relativi ai disturbi alimentari. Elena Iannelli è una psicologa che collabora con il centro APICE ed ha recentemente pubblicato su “State of Mind“, giornale delle scienze psicologiche, un articolo che indaga sul rapporto tra l’individuo e il cibo durante la quarantena.

Raggiunta telefonicamente da TPI, Iannelli ha spiegato le cause scatenanti – spesso inerenti alla sfera emozionale – e le possibili soluzioni per affrontare il problema. La certezza, alla pari dei colleghi è proprio quella che la quarantena abbia “aggravato casi già esistenti oltre ad aver tirato fuori cose sepolte sotto la cenere, comportamenti errati latenti”.

La pandemia ha agito maggiormente sui “comportamenti disfunzionali legati soprattutto quella che è un’iperalimentazione, mangiare in maniera eccessiva e impulsiva. Nel quotidiano di moltissime persone c’è un aumento di questi comportamenti alimentari che vanno a gravare sul benessere di una persona”.

Il problema peggiore secondo Iannelli è “che si arrivi al non voler più essere aiutati. Visto che, rispetto ai disturbi veri e propri, subentra una certa difficoltà a mantenere contatti con il paziente, soprattutto con chi era seguito dai servizi che sono stati temporaneamente sospesi” e quindi il pericolo è quello di “annullare percorsi intrapresi o che si stava pensando di intraprendere oltre ad una modalità disfunzionale dell’uso del cibo. Il rapporto con il cibo in generale ne ha risentito, inevitabilmente”.

Le cause: “Rifuggire emozioni indesiderate”

Il cibo è diventato un modo per “rifuggire qualunque tipo di emozioni indesiderate”, quali ansia , rabbia o frustrazione: “Il cibo ci dà sollievo e ha il vantaggio di spostare l’attenzione da un eventuale reale problema”. Un modo per distrarsi quindi e al tempo stesso un modo per evitare di “ascoltare quell’emozione e comprendere come affrontarla, come trovare una soluzione al proprio problema”.

La pandemia ha acutizzato paure pregresse. “Ad esempio chi rischia di perdere il lavoro potrebbe sfogare nel cibo le sue frustrazioni”, dice la psicologa. C’è chi si è reinventato ed in un certo senso ha affrontato in maniera “utile lo stress di questa fase di difficoltà” che ha certamente investito chiunque.

Nell’articolo Iannelli spiega come vengano privilegiati “cibi grassi, ed alimenti o bevande zuccherate”. “Come se questi cibi dessero maggior piacere e vengono considerati cibi ad alto gradimento”. Ci sono studi ancora in atto sui danni psicologici e sugli stati d’animo durante pandemia. Dati ancora incompleti e stime che parlano dell’aumento di uno stato d’ansia soprattutto tra i più giovani, rabbia e preoccupazione tra i più adulti, isolamento e solitudine tra i più anziani, “mancano però dati concreti, siamo solo all’inizio”.

La psicologa: “Bisogna imparare a riconoscere il problema”

Quello che emerge però “è l’aumento di persone che richiedono un supporto psicologico. Ci sono diverse associazioni che si sono attivate per fornire gratuitamente il loro contributo e c’è un aumento di coloro che hanno richiesto almeno un contatto con lo psicologo. Questo ci fa comprendere quanto sia fondamentale tener presente la salute mentale soprattutto in periodi come questi”

All’interno dell’articolo Iannelli spiega come bisogna “trasformare questa situazione in una nuova opportunità di salute”, un modo per modificare le abitudini alimentari errate. La preoccupazione però è che si tenda a sostituire un comportamento dannoso con un altro. “Bisogna imparare a gestire e riconoscere il problema, capire quando si attiva e quale emozione scatena questo comportamento alimentare disfunzionale”, spiega la psicologa. Domandarsi il motivo per il quale si sta mangiando “in questo modo si inizia ad imparare ad esempio cos’è l’ansia, o qualunque altra emozione che ci spinge a mangiare, quali sono le cause e gli effetti. Evitare l’uso smodato del cibo che diventa un abitudine”.

Sostituire una cattiva abitudine con una migliore è particolarmente difficile però esistono delle strategie: “Individuare il bisogno alla base e muovermi verso quello per trovare una soluzione. Imparare a comunicare e a gestire la tensione corporea dell’ansia. Sono utili le tecniche di rilassamento ed evitare di lasciarsi prendere dai pensieri autosabotanti”.

Disturbi alimentari e pandemia: le soluzioni

Quali sono le soluzioni allora? “Esistono strategie psicologiche e comportamentali. Tenere un diario alimentare di cosa mangiamo e quando, di concentrarsi sul respiro o scrivere come ci si sente. Un modo per imparare e darci tempo di impararlo. Un vero e proprio lavoro su sé stessi”.

Un’altra buona pratica sarebbe quella di stilare un menù settimanale: “Alcune persone potrebbero trovarlo utile innanzitutto quando si va a fare la spesa per evitare di comprare prodotti strategicamente messi tra gli scaffali per cogliere queste indecisioni e aumentare le possibilità di una scelta di piacere piuttosto che di programma”. Non deve essere per forza un programma rigido ma potrebbe servire a “mantenere gestione e controllo a dare una cadenza, chiaramente senza mai sfociare in un eccesso di rigidità”. Va bene anche togliersi qualche sfizio ma con “consapevolezza. Bisogna essere presenti a se stessi”. Si tratta di tecniche utili “fermo restando che quando da soli non si riesce o vi sia l’ombra di un possibile disturbo, occorre rivolgersi ai professionisti”

Chi soffre o soffriva di disturbi alimentari e ha paura di ricadere in comportamenti autodistruttivi può rivolgersi in questo periodo alle “associazioni nazionali che si occupano di problematiche legate al cibo. A livello locale si può fare riferimento all’ordine degli psicologi della regione che hanno l’elenco dei professionisti e delle specifiche aree di competenza. Sono poi tante le associazioni e gli enti che si sono attivate per dare una mano. A volte basta chiedere al medico di base capace di metterci in contatto con chi di dovere”.

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