Come cambia il PD dopo la vittoria di Zingaretti alle primarie

Il neo-segretario vuole rimettere al centro le battaglie storiche della sinistra, senza però smantellare le riforme più importanti della gestione Renzi

Di Luca Serafini
Pubblicato il 4 Mar. 2019 alle 12:47 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 01:19
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Immagine di copertina
Il neo Segretario del Pd Nicola Zingaretti durante la conferenza stampa al comitato elettorale dopo il voto delle primarie del Partito Democratico. Credit: ANSA/ANGELO CARCONI

La vittoria era annunciata. Le proporzioni, meno. Nicola Zingaretti ha dominato le primarie del Partito Democratico, raccogliendo il consenso di due elettori su tre fra coloro che si sono recati ai gazebo.

Se a questo dato si somma quello dell’affluenza, andata oltre le più rosee aspettative, il messaggio lanciato dal popolo dem appare chiaro: serviva una svolta, e il presidente della Regione Lazio è apparso l’unico in grado di rappresentare questa volontà di cambiamento.

Roberto Giachetti era un candidato renziano, Maurizio Martina para-renziano (era in ticket con l’ex premier alle scorse primarie). Candidati validi, apprezzati, ma troppo in continuità con la precedente gestione.

Cambiato il segretario, ora il PD si appresta a cambiare faccia. Zingaretti è uomo delle mediazioni, non certo delle epurazioni.

Cercherà di mantenere un equilibrio tra le varie anime del partito, dialogando con i renziani, sebbene una prima crepa sembra si stia aprendo sulla presidenza.

Il governatore del Lazio vorrebbe affidarla a Paolo Gentiloni, che ha sostenuto la sua mozione. I renziani vorrebbero invece un rappresentante della loro componente.

“La scorsa volta Renzi scelse Cuperlo. Anche stavolta serve una figura che tuteli la minoranza del partito”, è il ragionamento dei fedelissimi dell’ex premier.

Ma, al di là delle poltrone, la linea del nuovo segretario è quella di uscire dalle logiche correntizie e di costruire un partito unito attraverso il coinvolgimento della società civile.

È stato questo, del resto, il suo mantra durante la campagna elettorale: allargare la base del PD, aprirsi alle realtà del volontariato, alle associazioni, ai movimenti. Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, l’obiettivo di Zingaretti sarebbe quello di coinvolgere le realtà civiche anche nei processi decisionali.

“Si potrebbe pensare a fare degli organismi dirigenti in cui siano invitati permanenti rappresentati delle associazioni del volontariato e del mondo studentesco”, è la riflessione del neo-segretario riportata dal Corriere, che aggiunge: “Zingaretti pensa a consultazioni tra iscritti e simpatizzanti per prendere alcune decisioni senza farsi condizionare dalle correnti e dai suoi stessi sponsor”.

Una forma embrionale di democrazia diretta che potrebbe far storcere il naso a chi ritiene il governatore del Lazio in qualche modo affine ai Cinque Stelle, ma giudicata imprescindibile per sfruttare l’onda delle primarie e andare oltre la rappresentazione del PD come partito di dirigenti arroccati nelle loro stanze e distanti dal paese reale.

Zingaretti ha già annunciato che il suo primo atto da segretario sarà andare a visitare i cantieri della Tav. La sua linea su questo è chiara: rimettere al centro temi come le disuguaglianze, la lotta alla povertà, ma affrontarli senza l’approccio da “decrescita felice” tipico dei grillini.

Per aiutare chi soffre il paese deve ripartire, questo il messaggio di Zingaretti, e per ripartire è necessario anche fare le grandi opere e sbloccare i cantieri.

Il suo approccio dovrà tenere insieme le diverse anime che ancora popolano il PD: il presidente del Lazio vuole essere di sinistra senza però tornare a quell’ideologismo che ha spaccato il partito durante la gestione renziana.

Il neo-segretario è uomo pragmatico: ha votato sì al referendum costituzionale, non vuole stravolgere il Jobs Act, intende valorizzare le risorse migliori dell’ala “liberale” del partito, a partire da Calenda, probabile capolista alle europee.

Il rischio, in un partito come il PD, è quello di scontentare tutti per non voler scontentare nessuno. Lo scudo è dato però dal fatto che, nel partito, tutti sono consapevoli che un altro fallimento comporterebbe la fine del PD.

Dopo ci sono solo scissioni e partiti personali. Su questo, tutti aspettano Renzi al varco: sta a lui scegliere se forzare la mano o se collaborare, assieme ai suoi, per la costruzione di un PD realmente unito.

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