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“Basta vendere armi ai paesi in guerra”: la promessa tradita del M5S

M5s aveva promesso di non vendere armi ai paesi in guerra, ma dopo un anno non è cambiato nulla

Di Futura D'Aprile
Pubblicato il 17 Giu. 2019 alle 18:54
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Immagine di copertina

Meno di un anno fa il Movimento 5 Stelle accusava i governi Pd di essersi “sporcarti le mani di sangue” vendendo armi ai paesi in guerra e coinvolti nell’uccisione di civili innocenti, ma 12 mesi dopo la situazione con il nuovo Esecutivo non è cambiata.

Come si legge nella relazione annuale sulla vendita di armi verso paesi stranieri (PDF) analizzata dal Post e presentata a metà maggio dal governo italiano emerge come le autorizzazioni sulle esportazioni del 2018 non abbiamo subito cambiamenti rispetto al 2017.

Anche quest’anno la maggioranza dei sistemi di armamenti esportati dall’Italia è diretta verso paesi che non fanno parte né della Nato né dell’Unione Europea e considerati particolarmente instabili, nonché coinvolti in conflitti ancora in corso.

Export armi Italia | L’autorizzazione delle vendite

Per poter vendere ed esportare armi da guerra e prodotti tecnologici correlati, ogni azienda deve avere l’autorizzazione del governo italiano. La principale società che produce armi in Italia è Leonardo (ex Finmeccanica) che ha come principale azionista il ministero italiano dell’Economia e delle Finanze.

La legge che regola la vendita di armi dell’Italia è la 185/90, che impone due condizioni importanti. Prima di tutto afferma che le concessioni delle licenze per la produzione di armi “devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia” e devono rispettare “i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

L’esportazione e il transito di armi sono vietati “verso i paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite”, per cui non possono essere autorizzate transizioni con un paese che ha dichiarato guerra a un altro stato per motivi diversi dalla legittima difesa.

Ad occuparsi della vendita delle armi è principalmente il ministero degli Esteri in collaborazione con la Difesa, lo Sviluppo economico e la presidenza del Consiglio.

Nel 2012 è stata poi creata la UAMA, l’Unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento, composto da personale di vari ministeri e forze di sicurezza italiane il cui compito è controllare alcuni aspetti dell’applicazione delle leggi sull’esportazione delle armi.

I paesi che comprano di più

Secondo l’ultima relazione, il paese che compra più armi dall’Italia è il Qatar, che ha speso 1,9 miliardi di euro, superando il Pakistan e la Turchia, che hanno investito rispettivamente 682 e 362 milioni di euro in commesse provenienti dal nostro paese.

In totale, la vendita di armi dell’Italia ha visto un calo rispetto al 2017, ma come ha spiegato Giorgio Beretta su Osservatorio Diritti, si tratta di una diminuzione “fisiologica”, dovuta agli enormi ordini di armi ricevuti negli ultimi anni dal paese.

“Si tratta di oltre 32 miliardi di euro nel triennio 2015-2017, in gran parte per sistemi militari complessi (aerei, elicotteri, navi, ecc), la cui produzione sta impegnando e terrà impegnate le nostre aziende militari per diversi anni”.

Sempre analizzando la relazione presentata a maggio, emerge che il 72,8 per cento del valore totale delle autorizzazioni è diretta a paesi che non appartengono alla Nato né all’Ue. Tra questi ci sono anche l’Arabia Saudita e lo Yemen, due paesi in guerra tra di loro e i cui rapporti di compravendita di armi con l’Italia hanno fatto molto discutere.

Yemen: le bombe made in Italy che uccidono i civili. L’inchiesta di TPI svela il business di armi tra Arabia Saudita e Italia

Mercato armi Italia | L’Egitto

Un altro dato che ha causato particolari malumori riguarda la vendita di armi all’Egitto, autorizzata nonostante non sia ancora stata fatta chiarezza sull’omicidio del ricercatore Giulio Regeni.

Nel 2018 l’Italia ha autorizzato sei nuove esportazioni di sistemi militari per un valore che supera i 69 milioni di euro e che ha reso Il Cairo il terzo acquirente assoluto di armi italiane tra gli stati non appartenenti a NATO o all’Ue.

Come se non bastasse il caso Regeni, va ricordato che il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ha imposto sempre più il suo potere sulla società civile egiziana e concentrato il potere nelle sue mani. Il rischio quindi è che le armi e i sistemi venduti all’Egitto saranno usati in maniera repressiva a tutto danno della popolazione.

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