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Caro Draghi, se davvero vuoi rompere il ricatto di Big Pharma sospendi i brevetti e rendi il vaccino accessibile a tutti

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Mario Draghi, Presidente del Consiglio dei ministri. Credit: ANSA

Sapete quanti abitanti ha l’India? Quasi 1,4 miliardi di persone. E quanti abitanti ha il Brasile? 221 milioni di persone. Sapete qual è la capacità produttiva di tutti gli stabilimenti di Pfizer, compresi i nuovi siti produttivi in Germania? Nella migliore delle ipotesi 2 miliardi di vaccini all’anno. Secondo voi, quando c’è stato il blocco di Astrazeneca in alcuni Paesi Ue, con qualche centinaio di milioni di persone impossibilitate a vaccinarsi, i dirigenti della casa farmaceutica hanno dormito la notte considerando il fatto che il resto del mondo attendeva i suoi vaccini a braccia aperte?

In verità, le domande che dovremmo porci sono di ben altro tenore. La competizione tra i singoli Stati – siano essi orientali, occidentali, poveri o potenze industrializzate – per ottenere per primi e in un numero più importante i vaccini è dominata da egoismi nazionalistici e il mercato globale ne è coinvolto in maniera rilevante.

La domanda dovrebbe essere: come facciamo a vaccinare 8 miliardi di persone nel mondo senza creare sperequazione né sul piano economico né su quello dell’accessibilità ai vaccini, di modo da aggredire in modo determinate la pandemia? È questa la battaglia che dovremmo fissare come prioritaria, in un mondo che vuole immaginarsi pronto a nuovi paradigmi economici e soprattutto ambientali, tesi a superare quel capitalismo tout-court rimasto alla dottrina de “La ricchezza delle nazioni” di Adam Smith.

“L’enigma del capitale e il prezzo per la sua sopravvivenza”, scriveva ormai 10 anni fa David Harvey in un testo del 2011 che commentava l’esatto passaggio che avrebbe trasformato il pianeta, dalla crisi dei mutui Sub Prime alla crisi dei debiti sovrani degli Stati, quella crisi che ha spazzato via la classe media e impoverito le generazioni a venire e che oggi ancora presenta il suo drammatico conto.

Già nel 2011 si prefigurava la mancanza di leggi sovranazionali in grado di opporsi ai “cartelli” delle corporazioni produttive. Le organizzazioni mondiali, come la World Trade Organization (WTO), non sempre riescono a contrastare le grandi filiere industriali mondiali in favore dei cittadini, perché il mercato “soffre” le regole e, come ci insegna il buon Smith, queste devono rispondere unicamente al rapporto tra domanda e offerta.

Non entro nel merito di cosa sia giusto e sbagliato, ma mi limiterò semplicemente a fare uno scatto sulla situazione che sta attanagliando il mondo intero in questo momento. Ai livelli attuali di produzione vaccinale, considerando che entro 10 mesi dalla prima inoculazione andrà assicurata la seconda dose, per vaccinare la popolazione del globo fino a raggiungere l’immunità di gregge e azzerare il rischio Covid ci vorranno tre anni.

Sappiamo qual è la capacità produttiva di Pfizer, Atrazeneca, Moderna, Sputnik, ecc.? È stata creata un’alleanza sul vaccino anti-Covid di modo da essere più veloci ed efficienti nella vaccinazione dell’intera popolazione del pianeta? Ad oggi queste domande rimangono inevase e le risposte che abbiamo avuto con i fatti sono disastrose: tagli alle forniture per problemi di produzione dei vaccini e competizione tra Paesi per accaparrassi un’offerta limitata.

Di contro, assistiamo a uno scenario decadente quando ravvisiamo un clima da guerra fredda tra Sputnik e i vaccini occidentali. Abbiamo appreso che sulla distribuzione dei vaccini hanno avuto la meglio gli Stati che tradizionalmente sono stati sempre più forti sul piano commerciale, ovvero Israele, Stati Uniti, Inghilterra.

Tra l’altro, proprio in Israele, così come negli Stati Uniti, dove si sono registrate le performance migliori in termini di velocità nella somministrazione di massa, la legislazione vigente è particolarmente attenta ai diritti dei suoi cittadini, perché entrambi i Paesi contemplano nei loro quadri legislativi lo strumento delle “licenze obbligatorie”, la possibilità cioè da parte dello Stato di obbligare la ditta produttrice di vaccini, in caso di inadempienza sulle quantità, a produrre nei siti del proprio Paese.

In Inghilterra si chiamano Compulsory. Israele, per esempio, ne ha fatto uso a proposito di un farmaco, il Kaletra di Abbvie, utilizzato per curare i pazienti già malati di Covid19 in ospedale. Questa operazione, condotta in Israele nel febbraio 2020, allarmò molto le case farmaceutiche che proprio su Israele crearono una serie di accordi anche per evitare che lo stesso Paese desse il cattivo esempio a tutti gli altri Stati.

Chiediamoci pure come mai questo non sia accaduto in Europa, né tantomeno in Italia. Intanto in Italia non esistono nel quadro legislativo le licenze obbligatorie. Differentemente dalla Francia e dalla Spagna, in Italia non si è pensato di tutelare i cittadini con questo strumento.

Recentemente l’ex ministra Giulia Grillo ha provato a sollevare la questione con un o.d.g. depositato in Parlamento e un emendamento inserito nell’ultima legge di Bilancio, che però è stato bocciato.

Non è un problema di secondaria importanza per il nostro futuro. Forse il ministro Speranza dovrebbe porre la questione con un po’ di coraggio in più e Draghi potrebbe impegnare la sua reputazione a favore di un quadro legislativo che tuteli maggiormente gli italiani.

Forse su questo tema, e non solo sui lockdown, sarebbe il caso di sviluppare un dibattito pubblico, affrontando il tema del diritto alla cura come già emerge in molte parti del mondo, con gli appelli di MSF, Emergency, molti tra artisti e intellettuali riuniti intorno all’appello “Diritto alla cura – Right2cure vaccini e farmaci per tutti”.

Va inoltre tenuto in forte considerazione il fatto che la ricerca sui vaccini è stata fatta per il 70% con fondi pubblici, che ammontano a circa 93 miliardi di euro, secondo la Fondazione Kenup.

A proposito di leggi fatte a tutela della collettività negli USA, per esempio, una legge del 1980 – il Bayh-Doll Act – tutela gli investimenti pubblici sui vaccini e permette allo Stato federale (quando una ricerca è stata effettuata su fondi federali appunto) di potersi impadronire eventualmente della titolarità del brevetto, oppure di dare priorità per le licenze ad aziende americane.

Detto ciò, l’Unione Europea non intende mettere in discussione la sospensione dei brevetti e in più ha armi spuntate nella contrattazione sull’imposizione di una policy a tutela dei cittadini, perché sconta un peccato originale di disomogeneità e si presenta alla controparte contrattuale con una legislazione dei suoi Paesi membri frastagliata, che dà forza alle case farmaceutiche.

Non stupiamoci, dunque, se la disomogeneità e la totale disorganizzazione politica dell’Europa salta fuori in maniera drammatica in questi giorni, dove Israele e l’Inghilterra viaggiano tra il 45 e il 55% di vaccinati mentre i Paesi europei rimangono intorno all’11%.

Il problema non è quello della competizione, perché sarebbe fallimentare in situazioni così delicate e strategiche e su temi come la salute dei cittadini. Il problema vero è che le grandi agenzie del farmaco internazionale non dovrebbero avere il potere di fare cartello e imporre la produzione a carattere esclusivo sul piano mondiale. Questo viola le più basilari regole sull’antitrust.

Tali criticità, insite nello scontro tra interesse pubblico e interesse privato, non sono nuove nella regolamentazione internazionale e proprio su questo, almeno come principio, grandi battaglie sono state vinte in passato nelle sedi appropriate.

Nei decenni passati, nel segno di Nelson Mandela, nel Sud del mondo sono state condotte battaglie pagate a suon di vite umane sul rilascio dei brevetti a favore di farmaci generici e poco costosi contro l’HIV, per permettere ai paesi africani di combattere la malattia, quando un farmaco contro l’AIDS costava 10mla euro e al Sudafrica non veniva data la possibilità di riprodurre farmaci generici per curare i suoi cittadini.

Ci fu uno scontro molto aspro nel WTO e già allora Pfizer faceva valere i suoi interessi, proprio tramite gli Stati più forti, tra cui gli USA. La battaglia del 1997 di Mandela e del Sudafrica, però, fu vinta e in seno a quelle richieste furono fatti importanti passi avanti, in particolare sugli accordi TRIPs.

Furono cioè introdotte specifiche deroghe agli accordi sul rispetto internazionale della proprietà intellettuale (Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights) stipulati tra i Paesi aderenti alla WTO. Tali deroghe stabiliscono il principio che gli accordi Trips non devono impedire ai Paesi membri della WTO – in caso di emergenze sanitarie – di adottare misure di protezione della salute pubblica e accesso ai farmaci, inclusa la concessione di licenze obbligatorie sui brevetti relativi ai farmaci e alla loro produzione, come pure il diritto di importare le loro versioni generiche nei Paesi che non hanno la capacità di produrli.

Oggi il punto cruciale della questione è proprio questo: non c’è la forza produttiva tale da soddisfare una domanda così enorme nei tempi che occorrono ad essere efficaci e diretti nella risoluzione della pandemia, specie di fronte alla proliferazione delle varianti. E questa volta precisi accordi commerciali possono mettere a rischio la vita non solo dei cittadini dei Paesi poveri, ma anche quella di molti stati occidentali.

Oggi tutti i siti in grado di produrre i vaccini verificati dall’EMA o dagli altri enti preposti dovrebbero produrre da subito, perché l’emergenza è planetaria e la legge di regolamentazione del WTO permette di farlo. Questa è l’unica verità di cui si dovrebbe parlare più diffusamente, l’unica verità sulla quali tutti tacciono.

Assistiamo invece a infiniti siparietti, con tanto di virologi, medici, ecc., che non sembrano interessati a questa ipotesi. Si dà per assodato che tutto ciò non sia possibile per questioni legate allo sfruttamento intellettuale e al mercato.

Invano, infatti, sono cadute le richieste del Sudafrica, dell’India e di altri 100 Paesi che il 2 ottobre hanno presentato una risoluzione all’Organizzazione mondiale del commercio, chiedendo una sospensione della protezione della proprietà intellettuale, come previsto dalle leggi vigenti.

L’11 marzo si è espressa la Commissione del WTO e il dato è sconfortante: si sono opposti gli USA, la UE, la Svizzera, il Giappone, l’Australia, il Brasile e pochi altri. Avete sentito l’Italia dire qualcosa in merito?

Draghi ha attaccato recentemente Big Pharma per aver “ingannato i cittadini europei”. Come mai non passa dalle parole ai fatti, visto che il nostro Paese è a corto di vaccini e che ci sarebbero gli strumenti per fare pressione politica?

Abbiamo le filiere, le competenze e la tecnologia per produrre in autonomia e non solo per l’Italia ma magari anche per i mercati globali in sofferenza. Draghi, così come Giorgetti, sanno bene che in Emilia-Romagna esistono i bio-reattori più grandi del mondo negli stabilimenti della ex Bio-On, con una capacità produttiva altissima.

Per fare un esempio, lo stesso Vincenzo Colla, assessore alle attività produttive della Regione Emilia-Romagna, ha recentemente dichiarato al Corriere Romagna: “Rispetto alle tecnologie, stiamo parlando di alcuni dei più grandi bio-reattori al mondo. Faccio un esempio: i bioreattori Pfizer operano con 20mila litri e alla Bio-on ce ne sono da 75mila e 100mila litri. Abbiamo motivo di pensare che possano essere utilizzati per produrre vaccini. Questo sarebbe un fatto molto importante per il Paese e ovviamente per la potenza di sviluppo di quella stessa azienda”.

Oltre a questo, in Emilia-Romagna sono presenti le filiere del farmaco, dalla produzione fino al packaging. Visto che si parla di un giro d’affari sulla produzione dei vaccini che nel biennio potrebbe raggiungere i 100 miliardi di euro, cosa stiamo aspettando quindi?

Sarebbe il caso di tenere in alta considerazione che i Paesi che svilupperanno prima le immunità di gregge saranno i primi a ripartire, con un vantaggio enorme sulla ripresa economica post-Covid. Forse questo spiega il fatto che dietro alla partita dei brevetti, della produzione e della distribuzione dei vaccini per il Covid, si cela una battaglia commerciale globale.

Da ovunque la si voglia guardare, sia dal punto di vista commerciale, sia da quello ben più importante dell’interesse della collettività e del diritto alla cura per tutti, la questione sulla sospensione dei brevetti è cruciale.

La battaglia dell’India e del Sudafrica verso il WTO non è finita e il Consiglio dell’Organizzazione mondiale del commercio si riunirà l’8 giugno. Di nuovo troverà sul tavolo la proposta di India e Sudafrica di sospendere i brevetti su cure e vaccini fino alla sconfitta del Covid. Questa volta, facciamo notare a Draghi, a Speranza e a chi ha titolarità sul tema, che la UE ha già votato contro una prima volta. Forse dovrebbero spiegare perché, visto che il diritto alla salute è disciplinato dalla Costituzione.

Era il giorno di Natale del 2020 quando Papa Francesco disse “la legge dei brevetti non sia sopra quella dell’amore”. Oggi sta succedendo l’esatto opposto. Viene spontaneo un sorriso, se pensiamo alla New Generation UE e al Green New Deal che definiscono le linee strategiche per il futuro.

Per dare senso a queste linee strategiche servirà rivoluzionare i paradigmi di un mercato selvaggio che stanno distruggendo l’umanità. Pensiamo solo agli allevamenti intensivi e alla proliferazione dei virus in quegli ambienti.

La riflessione che faccio, allora, è questa: come possiamo pensare di affrontare le sfide del futuro contro gli interessi di intere corporazioni, se già solo su una questione vitale come i vaccini contro il Covid, mostriamo queste debolezze? Interessante il titolo di quel libro: “L’enigma del capitale e il prezzo per la sua sopravvivenza”. Certo… ma qual è questo prezzo?

Leggi anche: Invece di allarmarvi, chiedetevi a chi conviene se il vaccino AstraZeneca viene sospeso (di Luca Telese)

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