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Home » Politica

Luciano Violante a TPI: “A Trump bisogna rispondere semplificando la democrazia”

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Luciano Violante, 84 anni, storico dirigente del centrosinistra: presidente della Camera dal 1996 al 2001, oggi guida l’associazione Futuri Probabili. Credit: AGF

"Il presidente Usa si crede un capo supremo e legittima i leader autoritari. L’Europa dovrebbe rispondere semplificando la democrazia. E dimostrando che conviene più dei regimi. Occorre rimettere al centro il capitale umano. Al referendum voterò No: Nordio vuole ridurre il peso della magistratura, ma la sua riforma rischia di favorire un corporativismo aggressivo dei pm". Intervista all'ex presidente della Camera

Luciano Violante, 84 anni, ex magistrato, presidente della Camera dal 1996 al 2001, otto legislature da deputato nel centrosinistra (dal Pci fino al Pd), dal 2024 è presidente di Futuri Probabili, associazione senza scopo di lucro impegnata nei campi dell’innovazione e della formazione del capitale umano.

Nel presentare l’associazione, lei afferma che «viviamo nell’età delle incertezze» e che «quando c’è incertezza manca il coraggio delle grandi scelte». Quali sono le grandi scelte che dovremmo fare oggi ma non abbiamo il coraggio di fare?
«Le faccio alcuni esempi concreti. Parto dalla questione Spazio: nei prossimi anni partiranno circa 90 missioni dirette sulla Luna, ma non c’è nessun coordinamento tra i singoli programmi. Secondo esempio: i fondali subacquei oceanici sono pieni di terre rare e di noduli polimetallici essenziali per la nostra civiltà. Occorrerà quindi trovare un modo per attingere a questo tipo di risorse senza causare danni all’ambiente. Terzo: pensiamo alle evoluzioni dell’intelligenza artificiale, soprattutto per quanto riguarda i minori, e ai “digital twins” (i gemelli digitali). Questi sono due grandi ambiti moderni da studiare. Infine, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nei sistemi d’arma: per cinquant’anni l’equilibrio mondiale tra i sistemi d’arma si è basato sulla deterrenza, ma oggi, a fronte di sistemi d’aggressione basati sull’intelligenza artificiale, quella deterrenza non è più possibile. Bisognerà quindi costruire per il futuro un nuovo sistema che preservi gli equilibri internazionali».

Si tratta, in altre parole, di imparare a gestire le grandi trasformazioni in atto.
«Esatto. Non dobbiamo stare a guardare, dobbiamo governarle». Dovremmo: ma non lo stiamo facendo? «No, non lo stiamo facendo. Lei pensi che quest’anno le Big Tech statunitensi dell’intelligenza artificiale investiranno sull’A.I. cifre superiori al bilancio di molti Stati. Dinnanzi a questi soggetti, dotati di un colossale potere economico, noi europei non possiamo limitarci a porre delle regole e a lasciare totalmente in mano a loro la tecnologia. Dovremmo sviluppare una nostra capacità industriale che porti alla nascita di poli europei dell’intelligenza artificiale. Altrimenti rischiamo di diventare sudditi di altri».

Il secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca sta segnando il tramonto dell’ordine mondiale neoliberale. Possiamo dire che Trump sta cambiando il corso della storia?
«Non attribuirei unicamente a Trump tutte le responsabilità della fine dell’ordine neoliberale. Tuttavia è evidente che per l’attuale presidente degli Stati Uniti la politica si risolve in un modo di fare business con altri mezzi e che questo approccio ha sconvolto le relazioni diplomatiche. Inoltre Trump, che interpreta la sua carica come quella di un capo supremo indiscusso, ha aperto canali di dialogo con gli altri leader che hanno la sua stessa visione autoritaria di comando sul mondo: da Putin a Xi Jinping, Netanyahu, fino a Erdogan. Questi soggetti, che prima erano in qualche modo isolati da una grande forza democratica, l’asse euroamericano, oggi sono inclusi nel circuito del comando globale. Siamo così passati dal multilateralismo al multipolarismo: il multilateralismo esigeva l’intesa, mentre nel multipolarismo ci sono tanti poli ciascuno dei quali persegue i propri interessi».

Come dovremmo relazionarci noi europei a Trump?
«Con la democrazia. Che non va soltanto difesa: va usata. Ho l’impressione che abbiamo dato per scontato che fosse un bene eterno: non è così. La democrazia non esiste in natura: va costruita. Occorre dimostrarne la convenienza rispetto ai regimi autoritari: questa credo sia una delle questioni da affrontare».

Considerata l’ascesa in tutta Europa di partiti filo-trumpiani, viene il sospetto che la democrazia non stia dimostrando in maniera efficace la propria convenienza.
«Il problema è che le procedure democratiche tradizionali non sono più idonee a governare il mondo attuale: occorre semplificare la democrazia. C’è bisogno di una riflessione seria sulle trasformazioni da attuare nei sistemi democratici per renderli convenienti e in sintonia con l’evoluzione della società».

Nei mesi scorsi Futuri Probabili ha presentato il report “Per una strategia di sicurezza nazionale”. Avete sopperito a una mancanza del Governo?
«Sopperire non direi, perché il Governo ha i suoi strumenti, che non sono certamente i nostri. Tuttavia, come sa, il nostro è uno dei pochi Paesi a non avere una propria strategia di sicurezza nazionale. Abbiamo quindi voluto indicare quali sono i settori sui quali occorre prestare una particolare attenzione per garantire la sicurezza dei cittadini: dall’energia all’ambiente, al mare…».

A proposito di sicurezza, l’Unione europea ha varato un maxi-piano di riarmo per i singoli Paesi a cui aderisce anche l’Italia. Il nostro Governo si è inoltre impegnato ad aumentare le spese militari fino al 5% del Pil entro il 2035. Crede anche lei che sia necessario investire di più in difesa?
«Per troppo tempo in Europa non ci siamo occupati della difesa in senso militare. Erano gli Stati Uniti a pensarci per noi. Durante la Guerra Fredda il nostro continente ha svolto una funzione fondamentale di cuscinetto tra il blocco comunista e quello liberal democratico occidentale. Con il crollo dell’Unione Sovietica, però, si è posto il tema: perché gli Stati Uniti dovrebbero continuare a occuparsi della difesa europea? Ecco allora che, in particolare a partire dalla presidenza Obama, gli Usa hanno iniziato a esercitare pressioni per far sì che l’Europa si dotasse di un proprio sistema di difesa. Tuttavia è evidente che il problema della necessità di difendersi non sia stato ancora introiettato da una parte della popolazione europea».

Quindi è favorevole ad aumentare le spese militari?
«Sono favorevole a disporre di una forma di difesa adeguata. Ma dipende da come si spendono le risorse. Oggi un drone da 30.000 euro può far saltare un carro armato di 10 milioni. Bisogna innanzitutto spendere bene».

Ma il riarmo europeo è davvero così prioritario in un’epoca di crescenti disuguaglianze economiche e sociali?
«Questa obiezione non la capisco. Se non possiamo difenderci, non possiamo neanche agire sulle disuguaglianze. Qua si tratta di dotarsi di determinati sistemi di difesa rispetto a un mondo che diventa più minaccioso per i Paesi più deboli. Bisogna evitare di rientrare nella compagine dei più deboli perché altrimenti si viene schiacciati».

Dopo la sicurezza nazionale, ora con Futuri Probabili vi state concentrando sul tema dell’energia.
«Il tema energetico rappresenta oggi, da un lato, una delle più importanti questioni legate alla competitività internazionale e, dall’altro, un ambito cruciale in campo militare. Recentemente l’amministratore delegato di una grande azienda dell’elettricità ucraina (Maksym Timchenko, ceo di Dtek, ndr) ha avvertito sul fatto che la guerra del presente e del futuro si fa impedendo l’accesso all’energia alle popolazioni che si vogliono aggredire».

Negli ultimi quattro anni, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Italia ha avviato un grande piano di ridefinizione della propria politica energetica. Il nostro Paese si sta muovendo nella giusta direzione?
«L’elemento di novità che mi pare più rilevante è quello che riguarda il nuovo nucleare. Il Governo sta varando un piano di investimenti in questa direzione e, sì, credo sia la strada giusta. Le rinnovabili da sole non bastano, vanno integrate con il nucleare di nuova generazione».

La vostra associazione mette al centro la formazione del capitale umano: cosa significa concretamente, e perché la formazione è una priorità?
«In Italia abbiamo 2,2 milioni di posti di lavoro vacanti per mancanza di competenze. La costruzione del capitale umano è questo: la costruzione delle competenze necessarie a far andare avanti il Paese».

Negli ultimi anni abbiamo perso di vista l’importanza del capitale umano?
«Il punto è che la società sta cambiando, ma noi andiamo avanti con moduli scolastici e universitari che risalgono a trent’anni fa. Basta pensare alla ostilità, del tutto infondata, nei confronti delle università digitali che permettono l’accesso a una competenza superiore a chi per handicap, per ragioni economiche, di lavoro, familiari non può frequentare una università tradizionale. È una discriminazione di classe, inaccettabile».

Nel libro “Ritrovare l’umano”, scritto da da Stefano Lucchini (capo delle relazioni istituzionali di Intesa Sanpaolo) e da Massimo Lapucci (International Fellow alla Yale University), si sottolinea la necessità di rimettere la persona al centro nell’era delle macchine e degli algoritmi. È d’accordo?
«Il problema di rimettere l’umano al centro è essenziale. Sia per le questioni belliche di cui dicevo prima, sia per le questioni legate all’intelligenza artificiale, sia per i processi economici travolgenti che si stanno verificando. Il tema di come salvaguardare l’essenza dell’umanità è essenziale perché la civiltà possa andare avanti senza essere travolta dalla tecnologia».

Il nome della vostra associazione, Futuri Probabili, suggerisce pluralità e incertezza. Quali futuri le sembrano oggi più realistici e quali più preoccupanti per la nostra società?
«Io credo che la questione degli adolescenti sia un tema di enorme rilevanza. Viviamo in una società in cui siamo circondati dalla violenza: dalle guerre ai femminicidi, fino ai crescenti casi di aggressioni tra ragazzi. Questa violenza forma i caratteri e i modi di essere dei ragazzi. Ma il problema non si risolve con le sanzioni: si risolve con una pedagogia moderna legata ai problemi attuali. Noi stiamo lavorando molto sui bambini e sui ragazzi. Abbiamo condotto una ricerca sulla povertà educativa nel nord-ovest del Paese e stiamo svolgendo un lavoro su scala nazionale, che coinvolge un migliaio di ragazzi dalla Puglia alla provincia di Sondrio, sui temi relativi al loro rapporto col digitale e al loro rapporto con la scuola».

Chiudiamo con la politica interna italiana. Lei ha fatto sapere che al referendum sulla giustizia voterà No. Eppure lei in passato si era espresso a favore della separazione delle carriere dei magistrati.
«Qualche anno fa il Pd aveva proposto la separazione delle carriere. Io stesso avevo lavorato alla proposta di un’Alta Corte, che riguardasse però tutte le magistrature, non soltanto quella ordinaria, e che fosse un organo di impugnazione nei confronti delle decisioni degli altri consigli superiori o uffici di presidenza. Le riforme sono giuste, ma non se sono peggiorative, come in questo caso. Rispetto al referendum alle porte, le confermo che voterò No: la Riforma Nordio istituisce la categoria dei pubblici ministeri come una corporazione molto potente, che si autogoverna e si autopromuove attraverso un proprio Consiglio superiore. Attualmente nel Csm ci sono 4 pm e 20 giudici. Con questa riforma, invece, il Consiglio superiore dei pm sarà composto esclusivamente da pm: essendo però 1.700 in tutto il Paese, i pm si conoscono tutti. Non c’è nessun vincolo gerarchico, non c’è un capo che dia indirizzi, in più c’è l’obbligatorietà dell’azione penale, per cui, qualunque indagine faccia, un pm può dire che si è trattato di un atto dovuto, anche se poi magari in realtà non è stato così. Inoltre, con la polizia giudiziaria alle dipendenze e la cronaca giudiziaria al seguito, i pubblici ministeri diventano una categoria potentissima. Non è che io abbia sfiducia nei confronti dei pm, ma, quando la politica attribuisce potere a un’istituzione, quell’istituzione prima o dopo il potere lo esercita. Ho l’impressione che con questa riforma la destra, senza rendersene conto, metta a rischio i diritti dei cittadini e la propria sovranità. È un’eterogenesi dei fini: volevano ridurre il peso della magistratura, ma in realtà stanno aumentando enormemente il peso di un settore della magistratura che è quello pericoloso per i diritti dei cittadini».

Mi sembra di capire che lei non condivide, dunque, la critica che viene fatta da taluni da sinistra, secondo cui questo sarebbe il primo passo per arrivare a sottoporre il potere giudiziario sotto l’esecutivo.
«Faccio un ragionamento più complesso. Ammesso che al referendum vinca il Sì e che quindi la riforma passi, io credo che, quando si accorgeranno quale mostro hanno creato, sarà necessario porre rimedio. E il rimedio più immediato sarà quello di avere un controllo politico».

Da sostenitore della separazione delle carriere non ravvisa però il rischio che, qualora vincesse il No, il tema della separazione delle carriere verrebbe definitivamente o quasi messo in soffitta.
«Ma no, la separazione delle carriere di fatto c’è già. La Riforma Cartabia prevede che entro i primi dieci anni di carriera si possa cambiare funzione per una sola volta andando però a svolgere la nuova funzione in una regione diversa da quella di provenienza. Non ci sono i due consigli superiori proprio perché è sbagliato avere un consiglio superiore soltanto per i pubblici ministeri: il rischio, come dicevo, è che finisca col prevalere un corporativismo aggressivo».

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