Sì Tav, sì Tap, sì Ilva: così, in un anno, il M5S ha fallito le sue battaglie-simbolo

Ora che è al governo il Movimento si è scontrato con la pragmatica realtà dei fatti, che non tiene conto delle promesse da propaganda elettorale

Di Charlotte Matteini
Pubblicato il 24 Lug. 2019 alle 12:39
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Credit: Afp/Jacopo Landi/NurPhoto

Sì Tav, sì Tap, sì Ilva: così, in un anno, il M5S ha fallito le sue battaglie-simbolo

Anche il baluardo No Tav è crollato. Il premier Conte ha annunciato che a decidere sull’Alta velocità Torino-Lione sarà il parlamento, un parlamento in cui al momento sussiste una granitica maggioranza trasversale favorevole all’opera. Un brutto colpo per il Movimento 5 Stelle, che per anni ha fatto del No Tav uno degli intoccabili baluardi della propria piattaforma ideologica. “Noi restiamo per il No Tav e voteremo no in Parlamento”, si è affrettato a dichiarare Di Maio su Facebook. La presa di posizione non ha però sortito grandi effetti, a giudicare dalle decine e decine di commenti negativi piovuti sotto al post.

Tav, Ilva e Tap

No Tav, No Ilva e No Tap sono stati, indiscutibilmente, gli argomenti principe della campagna elettorale delle scorse politiche. Esattamente come il No Ilva e No Tap, ma anche il no all’immunità parlamentare e il vincolo del doppio mandato, anche il No Tav si è scontrato con la pragmatica realtà dei fatti, che non tiene conto delle promesse da propaganda elettorale. Quello della Tav è solo l’ennesimo baluardo a 5 Stelle caduto sotto i colpi dell’alleanza politica con la Lega di Matteo Salvini e della realpolitk. “La blocchiamo in due settimane”, disse della Tap Alessandro Di Battista in campagna elettorale. Sappiamo com’è finita e quali strascichi ha portato con sé la mancata promessa.

Sulla Tav, il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli solo pochi mesi fa aveva dato per certa la dipartita del progetto. Dopo l’analisi costi-benefici, con l’unico parere contrario dell’ingegner Coppola, per il Movimento 5 Stelle la Tav era morta e sepolta. A distanza di pochi mesi la ritroviamo però viva e vegeta, risorta come un’araba fenice.

Anche per l’Ilva di Taranto il Movimento aveva promesso la chiusura dello stabilimento in campagna elettorale. Una volta al governo, dopo un travagliato percorso e un’altrettanta travagliata trattativa con Arcelor Mittal, ha firmato l’accordo per il mantenimento dell’impianto, facendo infuriare i tarantini che avevano votato M5S proprio sulla base di quella promessa.

Mandato zero e immunità parlamentare

E uno, e due, e tre. I baluardi elettorali del Movimento 5 Stelle si sono sciolti come neve al sole nel giro di pochi mesi. La stessa fine hanno fatto altri due principi cardine del M5S: il vincolo del doppio mandato e l’immunità parlamentare. Nel primo caso, proprio ieri Di Maio ha annunciato che per gli eletti in consiglio comunale la regola dei due mandati massimi non varrà, ci sarà il “mandato zero” per dare la possibilità ai più esperti di approdare in ruoli di maggior spessore senza però rinunciare ai due mandati concessi da statuto. E anche il no al’immunità parlamentare per evitare i processi è ormai un vecchio ricordo sepolto in fondo al cassetto dopo il salvataggio di Salvini dal processo per il caso Diciotti e il diniego concesso per salvare la senatrice Paola Taverna da un processo per diffamazione.

Nel giro di un solo anno, il Movimento 5 Stelle al governo ha detto addio a molteplici baluardi elettorali senza che vi fossero reali giustificazioni a supporto, se non la convenienza politica del momento. Per lo zoccolo duro dell’elettorato a 5 stelle questi baluardi erano essenziali. La domanda sorge spontanea: che cosa accadrà ora al già compromesso e asfittico consenso elettorale del Movimento?

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