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Cara sinistra, se vuoi vincere non dare ascolto al centrismo megalomane di Renzi e Calenda (di L. Telese)

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Nel grande festival delle spacconate dopo-voto, troneggia la boria spudorata degli zeri virgola. E dunque resteranno nella storia le megalomanie dei leaderini di centro che lanciano ultimatum a destra e a manca: “Ormai la coalizione del campo-largo è diventata la coalizione del campo-santo”, ha detto per esempio Matteo Renzi. Peccato che se si restasse alla metafora funeraria, la lapide più importante, in questo cimitero, è quella che dovrebbe spettare alle spoglie elettorali della sua Italia Viva, che raccoglie l’un per cento (in uno dei sei sparuti comuni in cui si è presentata con il suo simbolo) ma detta condizioni agli altri. Per dire: Italia Viva, Azione, e la destra del Pd passano il tempo a spiegare che il M5S non esiste più (cosa che nei sondaggi non risulta, visto che è sempre accreditato del 13% nazionale), ma ascoltando il ruggito di queste pulci bisogna prima di tutto chiedersi se loro esistano ancora.

Dunque cosa si deve pensare delle condizioni della coalizione di centrosinistra dopo questo voto? A prima vista, se si guarda il bicchiere mezzo vuoto si potrebbe agevolmente sostenere che sta messa male: ha dei contorni tutt’ora incerti sia a destra che a sinistra. C’è Carlo Calenda che fa battute sui grillini dicendo che piuttosto che avere loro Letta farebbe meglio “A prendersi un cane e dargli quel nome” (qui il tema non è il merito, ma lo stile). E anche sul lato di Conte il riepilogo nazionale dice che il suo Movimento ha raccolto solo il 4% nei comuni in cui si é votato, ma questa media è alterata (e dunque abbassata) dai tanti centri in cui il M5S non si è presentato, e dai tanti in cui ha percentuali molto basse, perché vanpirizzato quasi strutturalmente dalle liste civiche (molti si dimenticano che il M5S è nato da una lista civica, quella degli “Amici di Beppe Grillo”).

Il punto è che si potrebbe dire lo stesso di Azione (presenze spot centellinate solo dove si sperava di fare risultato), di Matteo Renzi e del suo partito (evaporato sui territori, come abbiamo appena scritto) e anche di Sinistra Italiana e dei Verdi, che stanno costruendo la loro alleanza in tandem per le politiche, ma che a questa tornata non erano presenti ovunque, non erano alleate da nessuna parte, e non apparivano agli elettori nemmeno in modo omogeneo. Esempio: in tutta l’Emilia Romagna il partito di Fratoianni assumeva (insieme ad altri) la denominazione di “Coraggiosa”, sull’onda del modello bolognese (senza gli ecologisti). Ma quanto varrebbero oggi la Sinistra e Il Sole che ride se corressero insieme? Mistero. Non esiste ancora un sondaggio che testi questo cartello a livello nazionale. Insomma: grande è il disordine sotto il cielo.

Ecco perché è del tutto surreale l’ultima trovata di Renzi che chiede a Enrico Letta di investire come leader sul sindaco di Milano Beppe Sala. E dovrebbe farlo, a sentir lui, per riconoscere il peso e il ruolo del fantomatico “centro” nella coalizione. Particolare buffo: neanche sei mesi fa lo stesso Sala, non ancora folgorato sulla via di Rignano, si proponeva come “federatore” dei Verdi (che adesso si federano senza di lui) e aderiva solennemente a quella famiglia in Europa. Quindi ci troviamo solo di fronte ad uno scomposto agitarsi di ambizioni fatue? Un grande Pd, contornato da sette rissosi nanettoli? Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno esiste anche qualche segnale di speranza.

Nello stesso riepilogo nazionale che vede i cespugli quasi irrilevanti intorno al Pd, infatti, il conto del voto di coalizione indica solo due punti di distacco tra destra e sinistra. Il che significa che sotto mille fantomatiche sigle, e sotto diversi simboli locali i voti e i consensi di questi popoli elettorali non sono evaporati, o svaniti nel nulla: si sono solo configurati in modo diverso sui territori, aderendo a tutte le tante biodiversità dei campanili italiani. Spesso questo accade senza che il voto nazionale o i sondaggi lo registrino. Piccolo esempio: a Genova la lista di Ferruccio Sansa (ex candidato alle regionali) raccoglie un sorprendente cinque per cento, a sinistra del Pd, ma a livello nazionale quei voti scompaiono. Esistono, tuttavia, nel gioco della politica, e troveranno di certo un invaso capace di raccoglierli, alle politiche.

Quale lezione bisogna trarre, dunque, da tutti questi variegati segnali? Io direi che ci sono almeno due indicazioni importanti da tenere in considerazione: la prima è che se si vuole essere competitivi con la destra bisogna mettere insieme tutti, senza discriminare nessuno (come fanno – ad esempio – la Meloni e Salvini). La seconda: il miglior modo per integrare le roboanti professioni di centralità del centro è non dar retta a cosa dicono i leader di centro. Per vincere servono tutti, infatti, tranne la boria delle aspiranti mosche cocchiere, che pretendono di impartire lezioni, ma senza avere voti.

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