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Pagliarini a TPI: “La Lega di Salvini al Sud non ha speranze. Zaia invece sogna uno Stato veneto”

L'ex parlamentare e volto storico della Lega, che ha lasciato il partito nel 2007, analizza il voto delle regionali e il possibile dualismo tra Zaia e Salvini: "La Lega del Sud non c’entra niente con la Lega che rappresenta gli elettori del Veneto o della Lombardia. Con Salvini, però, si andrà avanti in questo modo"

Di Elisa Serafini
Pubblicato il 22 Set. 2020 alle 11:25 Aggiornato il 22 Set. 2020 alle 13:36
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Immagine di copertina
Matteo Salvini, Giancarlo Pagliarini e Luca Zaia. Credit: Ansa

Nel giorno del plebiscito elettorale del Presidente della Regione Zaia, rieletto con il 75 per cento dei voti, dentro la Lega si riapre qualche conto in sospeso, con la componente “nordista” che è pronta a rivendicare un ruolo di maggior peso. La nuova Lega di Salvini, battezzata con nuovo statuto e nuova mission, non sembra però disposta a cedere sovranità alla corrente lombardo-veneta, più legata alle origini del partito, quando si chiedeva “meno Roma e più Bruxelles”. 
TPI ha intervistato Giancarlo Pagliarini, storico leghista “della prima ora”, ex Ministro del bilancio e della programmazione economica, oggi impegnato nella causa a favore di un federalismo di ispirazione svizzera.

Pagliarini, ha vinto la Lega?
La Lega dobbiamo dividerla in due: in quella del Veneto c’è stato il trionfo assoluto. Tutti dicono che la lista Zaia ha preso il triplo della Lega, però in quella lista sono tutti leghisti. Questa è una cosa che mi rende contento. Io personalmente faccio il tifo per il Veneto. Zaia ha detto che al primo posto c’è il referendum per l’autonomia. È una buona notizia.

La legge sull’autonomia è sufficiente per dare risposte a chi chiede maggiore decentramento?
Questa legge, prevista dalla Costituzione, è robetta. Meglio di niente, comunque, perché va nella direzione giusta. Ma rimaniamo un Paese iper-centralista, su questo non ci piove.

La Lega di Salvini ha subito profonde modifiche valoriali, di persone e di processi, con nuove forze al Sud e visioni differenti da quelle “storiche”. Ci saranno conseguenze nel partito?
La Lega al Sud si spegnerà. Al sud vincono partiti attorcigliati al sistema del potere. Il nome Lega in quel contesto diventa come gli altri. La Lega del Sud non c’entra niente con la Lega che rappresenta gli elettori del Veneto o della Lombardia. Con Salvini, però, si andrà avanti in questo modo.

Quando dice che nella Lega di Salvini sono cambiate le persone, cosa intende esattamente? 
Un tempo il partito era animato da tante persone come me, che lavoravano e svolgevano attività politica per passione. Ora si trovano figure completamente diverse, che per campare fanno politica, il contrario di quello che dovrebbe avvenire. A me piace infatti l’idea di persone che per campare lavorano, e per un po’ di tempo prestano il loro tempo all’amministrazione della cosa pubblica.

Zaia potrebbe diventare un leader nazionale?
Secondo me Zaia non ci pensa nemmeno. Credo piuttosto che il suo sogno sia uno Stato veneto dentro all’Unione Europea e a un’Italia federale.

Un’Italia federale come la Svizzera?
Certo, il Veneto potrebbe diventare uno Stato della repubblica federale italiana, come un cantone. Magari funzionerebbe così bene che molti altri territori inizierebbero a copiarlo. Perché la concorrenza genera efficienza: un Veneto autonomo funzionerebbe molto meglio, e molte regioni di tutta Italia potrebbero scegliere la stessa strada e magari diventare ancora più virtuose. Invece ad oggi in tanti territori si sente dire: “Aspettiamo che Roma ci mandi i soldi”.

È una prospettiva realistica? 
È assolutamente realistica, ma non nell’immediato futuro: dovranno passare anni. Serve una cultura diversa: oggi i cittadini non contano niente, e a loro non importa contare. Molti fanno il tifo, ma non ragionano. Dobbiamo farli ragionare di più. Se guardiamo al medio-lungo periodo, è inevitabile che l’Italia diventi federalista. Questo centralismo è contro natura, è come andare in giro nudi con il freddo, ci si ammala. Noi siamo in questa condizione.

Il prossimo anno si vota a Milano, la Lega potrebbe tentare la scalata?
La Lega non è mai andata particolarmente bene a Milano. Tra l’altro, io non vedo molta differenza tra Sala, che dovrebbe essere di centrosinistra e Letizia Moratti, che era di centrodestra. Il problema di Milano è che è inserita dentro un’organizzazione statalista centrale e quindi non riesce a esprimersi. Poi c’è un altro tema. C’è chi dice: “Bisogna sostenere la gente del Nord”, io invece penso che sia necessario parlare delle persone residenti in Lombardia, di tutta Italia e del mondo, che hanno assimilato una cultura “austriaca”. Si tratta però di un “corpo” messo dentro a un sistema statalista e centralista. Il bello del Veneto è che è riuscito a unire tutti i soggetti residenti in quella regione per avere più autonomia. Non fanno un ragionamento sofisticato, dicono: le cose gestite da Roma non funzionano bene. Gestiamole noi.

Che speranze vede per questo Paese?
Siamo e sono tutti disillusi, a me viene da dire “non ho speranze”, è come vivere in una cappa. Questo accade quando hai un sistema culturale che non si apre: è un tragedia. Ci vorrà tempo, ma le cose cambieranno.

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