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Home » Politica

Con la corsa al riarmo Meloni rischia di sacrificare l’economia reale sull’altare della sicurezza

Immagine di copertina
Credit: Attili uff stampa / AGF

La politica di riarmo italiana si inserisce in un contesto globale di crescita record delle spese militari, ma il nostro Paese rischia così di compromettere la propria sostenibilità finanziaria

L’Italia si trova in una posizione paradossale sul fronte economico-militare. Con un rapporto debito/Pl pari al 144% – tra i più alti del mondo sviluppato – dovrebbe concentrare le proprie risorse sulla riduzione del debito e sul rilancio dell’economia reale. Eppure, secondo i dati del Sipri, nel 2024 Roma ha incrementato la spesa militare per raggiungere il 2% del Pil, la soglia minima fissata dalla Nato.
Questo adeguamento riflette sia le pressioni degli alleati, soprattutto statunitensi, sia la crescente instabilità internazionale, dall’Ucraina al Mediterraneo. Tuttavia, il peso della scelta rischia di tradursi in ulteriori sacrifici per un’economia già fragile: l’Italia continua a crescere lentamente, è esposta al caro energia e deve affrontare spese sociali crescenti per una popolazione che invecchia rapidamente.
Alcuni settori politici spingono addirittura per arrivare al 4% del Pil entro il 2035, una soglia che appare quasi utopistica: significherebbe raddoppiare gli attuali stanziamenti, avvicinandosi a livelli insostenibili per un Paese con un debito pubblico di oltre 2.800 miliardi di euro.
Emblematica in questo quadro è la proposta di classificare il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina – costo stimato di 16 miliardi – come “spesa per la sicurezza nazionale”. Una manovra contabile che, pur rientrando formalmente negli obiettivi Nato, ha sollevato dubbi sulla trasparenza e sulla reale efficacia nel rafforzare la difesa.
Nonostante i vincoli, i funzionari italiani affermano di essere comunque riusciti ad aumentare la spesa per gli equipaggiamenti al 22,1% del bilancio della difesa, rispetto a poco più del 10% di un decennio fa, superando così la soglia del 20% raccomandata dalla Nato. Considerato che l’Italia è un Paese relativamente ricco, ciò significa che può vantare uno strumento militare solido.
A titolo di esempio, i funzionari sottolineano che l’Italia fornisce più truppe alle missioni dell’Ue, dell’Onu e della Nato di qualsiasi altro Paese sviluppato. Inoltre, gestisce uno dei soli tre gruppi navali portaerei in Europa, insieme a Regno Unito e Francia, e dispone di una potente aeronautica, con il maggior numero di moderni F-35 ordinati in Europa continentale, investendo al contempo in un programma di caccia di nuova generazione con Regno Unito e Giappone.
La politica di riarmo italiana si inserisce in un contesto globale di crescita record delle spese militari, ma il nostro Paese rischia così di compromettere la propria sostenibilità finanziaria. L’impressione è che Roma insegua obiettivi di prestigio e vincoli alleati più che una strategia coerente di sicurezza nazionale.

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