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Spiagge affollate ma i ristoranti perdono coperti: il caos delle regole anti-Covid e la disparità di trattamento

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La gestione dell'emergenza Coronavirus in Italia ricorda il ventennio berlusconiano e quella frase divenuta un mantra: "Facciamo come ci pare". Ma se è libero solo qualcuno, vuol dire che non è veramente libero nessuno

Spiagge affollate, ristoranti vuoti: regole anti-Covid e disparità di trattamento

Corrado Guzzanti, nella storica gag intitolata “La casa delle Libertà”, aveva reso celebre lo slogan “Facciamo un po’ come c***o ci pare”, raccontando (con la colonna sonora della Discosamba) lo spirito della formazione politica capitanata da Silvio Berlusconi. Non si può dire con certezza se sia stato il cavaliere a incarnare alla perfezione lo spirito delle leggi italiane o piuttosto viceversa, ma lo slogan satirico coniato da Guzzanti è sopravvissuto egregiamente al ventennio berlusconiano e nessun’altra locuzione potrebbe descrivere meglio la gestione dell’emergenza Coronavirus dopo il lockdown. Facciamo come ci pare, sì, ma non tutti. Non certe categorie, non certi settori, che dopo essere stati vittime di un’epidemia sanitaria ed economica senza precedenti si trovano oggi ad esser vittime di una clamorosa disparità di trattamento, di divieti, di misure preventive totalmente schizofreniche.

Per non partire dai ristoratori, che vivono un dramma spesso raccontato, cominciamo allora dai musicisti. Dagli attori, dalle band, dai comici, dalla categoria che possiamo catalogare come quella degli “artisti” e tutte le maestranze annesse e connesse. Sui social network è facile imbattersi quotidianamente in video girati in discoteca dove gli avventori, autorizzati dall’acquisto di un mojito a non indossare la mascherina, si accalcano festanti sotto alla postazione del dj. Meno male che non sono concerti, perché questa seconda attività, al momento, è vietata tutte le volte in cui non sia possibile garantire un distanziamento, cioè quasi sempre. Probabilmente un dj set ha un potere terapeutico che un concertino blues invece non ha. Chissà. Chissà perché non ce l’ha un monologo teatrale, un film al cinema. Sarà la calca, forse, o il sudore. Fatto sta che se nei club estivi che godono dell’indefinitezza tra il concetto di bar e quello di discoteca tutto è concesso, nei teatri niente lo è.

Le spiagge seguono a ruota. All’inizio era tutto un fiorire di progetti innovativi, di linee guida stringenti, di plexiglass attorno agli ombrelloni, di quattro metri quadri da garantire ad ogni postazione, di ingressi contingentati. Qualcuno era arrivato a disegnare degli affascinanti igloo di vetro in riva al mare, per garantire tutta la sicurezza possibile. Poi invece vedi certe spiagge del Salento, per dirne una tra le cento che è possibile fotografare ogni giorno, ed è un carnaio, una massa indefinita di corpi che si accalcano aggiudicandosi ogni possibile interstizio tra l’ombrellone di quello a sinistra e la griglietta da campo di quello a destra. Tutti insieme, appassionatamente. Guai, però, a tentare di fare lo stesso in un negozio, anche in uno grosso tipo catena di abbigliamento. Lì termometro, mascherina, contatore degli ingressi, sanificazione di tutto il possibile. Forse la sabbia è una superficie dove il virus si disintegra all’istante, una specie di Amuchina in granuli. Dev’essere così.

Altrimenti diventa difficile spiegarselo. Diventa difficile spiegarsi il motivo per cui su un aeroplano si può stare appiccicati come sardine, a poco più di quaranta centimetri dalla testa del vicino di posto, ma in una classe di scuola serva almeno un metro e scomodare concetti come “distanza dinamica” e “metro statico”, altrimenti i metri diventano due, con il rischio di lasciare a casa decine di migliaia di ragazzi non si sa bene come. Forse il virus è troppo lento e l’aereo troppo veloce, se lo lascia in scia. Forse al ristorante, masticando un maccherone, il virus viene esaltato dal grasso del condimento e diventa letale, mentre l’alcool presente nel gin tonic della discoteca lo neutralizza all’istante. Forse sui treni ad alta velocità il virus serpeggia incentivato dall’efficienza, mentre sui vecchi regionali, stremato dall’ennesimo ritardo sulla Milano-Mantova, muore da solo, così, di noia. Sarà per questo che sui primi vige un distanziamento rigoroso che sta affossando i bilanci dei vettori, mentre sui secondi si può continuare a misurare la classica spanna che separa il naso di uno dall’ascella dell’altro. Sì, dev’essere così.

Perché, altrimenti, rimane solo un’alternativa. La solita. E arriva con il sottofondo tropicale “Brigitte Bardot Bardot, Brigitte Beijou Beijou…” con cui Guzzanti sonorizzava la grande spensieratezza degli abitanti della Casa delle Libertà. Ovvero che qui, nel Paese dove quei vent’anni di “democrazia creativa” sono stati possibili, l’insegnamento è stato completamente assorbito. “Facciamo un po’ come c***o ci pare”. A questo punto, facciamo che sia così davvero. Liberi tutti: perché sennò, se è libero solo qualcuno, vuol dire che non è veramente libero nessuno.

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