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“Continuiamo così, facciamoci del male”: l’eterno slogan del Partito Democratico

Di Fabio Salamida
Pubblicato il 22 Giu. 2020 alle 18:53
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Immagine di copertina

“Continuiamo così, facciamoci del male”. La celebre citazione morettiana andrebbe affissa in bella vista, per statuto, all’ingresso di tutte le sedi del Partito Democratico, con targhe simili a quelle che nelle aule di giustizia recitano la solenne formula “la legge è uguale per tutti”. Nessuno protesterebbe: è una frase che dirigenti, iscritti e semplici elettori del partito del Nazareno e dei suoi antesignani avranno pronunciato, nell’arco della loro vita, centinaia se non migliaia di volte. Più delle prime strofe dell’atto di dolore nei giorni del catechismo, più del “posso andare al bagno” nelle ore di matematica al liceo. Una frase che dovrebbe essere inserita anche come slogan di fianco al simbolo, come si faceva una volta sui manifesti: “Per l’avvenire d’Italia, vota Partito Comunista Italiano” (PCI, 1946). “Continuiamo così, facciamoci del male” (PD, 2020).

Il Pd continua a farsi del male, ogni giorno, con gusto. Si potrebbe dire, usando una ricercata metafora, che il Pd è il BDSM applicato alla politica. In queste ultime ore, mentre ancora qualcuno si chiedeva chi avesse avuto la “brillante” idea di commissionare un sondaggio alla Ipsos in cui il ministro dell’Economia che dovrà gestire la crisi più nera dalla Seconda Guerra Mondiale era stato indicato tra i possibili candidati a sindaco di Roma contro destre e Virginia Raggi, il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, ha pensato bene di mettere in discussione la leadership del segretario Nicola Zingaretti a tre anni dalla scadenza naturale del mandato. Perché nel PD, da sempre, ogni segretario che viene eletto non riesce neanche a mettere sulle mensole della libreria le foto di famiglia che deve lasciare la stanza al successore.

E non c’è virus o crisi che tenga: il segretario va messo in discussione, sempre. “Perché mica c’è più il centralismo democratico, che ti credi… il partito deve essere aperto e scalabile… le file ai gazebo… il popolo delle primarie… libertà è partecipazione, ma non mercoledì che gioca la Champions”.

Il guaio è che di fronte a questa continua e inspiegabile autoflagellazione degna di quella dei vattienti di Nocera Terinese, puntualmente si scatenano giorni di dibattito con agenzie di stampa intasate da decine di dichiarazioni (perché a quel punto devono parlare tutti: dal ministro al responsabile dei cineforum del circolo di Scandicci, W la democrazia interna…) e scambi di battute al veleno sui social network.

Così, mentre il leader dell’opposizione si mostra sui social a torso nudo con dei limoni in mano nel vano tentativo di rimediare alla figuraccia e ai fastidi intestinali causati da un’abboffata di ciliegie consumata mentre si parlava di bambini morti in un reparto neonatologia, il partito che dovrebbe dargli il colpo di grazia, senza pietà, si perde in sterili litigi sui suoi assetti interni. Sullo sfondo, un Paese che dovrà recuperare circa 10 punti di Pil con un’economia messa in ginocchio da due mesi di lockdown e migliaia di persone che ancora aspettano la Cassa Integrazione: ma a loro cosa importa, c’è da fare il congresso, “libertà è partecipazione” (povero Gaber…).

Un partito che ad oggi – fatto altrettanto grave – non è ancora riuscito ad abolire le norme deliranti approvate dal signore dei limoni e delle ciliegie quando era ministro dell’Interno. Un partito che di una legge sulla cittadinanza che renderebbe più civile il Paese non parla più per paura delle reazioni degli elettori degli altri partiti, quelli che tanto non lo voterebbero mai a prescindere. E allora, caro PD, “Continuiamo così, facciamoci del male”.

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