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Il Governo fa marcia indietro: la stretta sulle pensioni esce della manovra

Immagine di copertina
Credit: AGF

Il ministro Giorgetti si arrende al pressing dei suoi compagni di partito della Lega. L'esecutivo rinvia la questione a un decreto a parte

Il Governo fa marcia indietro sulle pensioni: nella Legge di Bilancio 2026 non ci sarà la stretta che si era prefigurata nei giorni scorsi con il maxi-emendamento alla manovra presentato dall’esecutivo. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, tra i principali promotori della misura, alla fine si è dovuto piegare alle pressioni del suo partito, la Lega, fermamente contraria al giro di vite, al punto da minacciare di non votare il testo della finanziaria.

“La decisione della maggioranza è quella di stralciare gran parte dell’emendamento che contiene le norme sui prepensionamenti e la previdenza e di far sopravvivere solo la parte del testo relativa al Pnrr e all’iper-ammortamento. Tutto il resto verrà trasfuso in un decreto che verrà approvato presumibilmente la settimana prossima, quindi ci sarà l’esigenza di scrivere il testo e trovare nuove coperture”, ha fatto sapere il ministro dei Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani nella notte tra giovedì 18 e venerdì 19 dicembre, dopo una serie di riunioni.

Dunque il tema pensioni esce della manovra e viene rimandato alla discussione di un decreto a parte, da approvare successivamente e con la necessità di individuare nuove soluzioni e coperture.

Tre le novità in materia previdenziale che erano previste dal maxi-emendamento. La prima prevedeva di allungare i tempi della cosiddetta “finestra mobile” per le pensioni anticipate, ossia quelle che oggi scattano con 42 anni e 10 mesi di contributi per i maschi e 41 anni e 10 mesi per le femmine. La “finestra mobile” è il periodo di tempo che passa tra il raggiungimento dei requisiti per andare in pensione e il momento in cui si inizia effettivamente a ricevere l’assegno previdenziale. In base alla modifica che era stata proposta dal Governo, a partire dal 2032 la finestra mobile avrebbe dovuto allungarsi progressivamente: dai 3 mesi attuali a 4 mesi nel 2032, poi 5 mesi nel 2033 e 6 dal 2034.

La seconda novità riguardava il riscatto della laurea. Era stato proposto che, a partire dal 2031, una parte dei mesi riscattati non rilevassero ai fini della maturazione dei requisiti per la pensione anticipata. Il tutto attraverso un meccanismo di sterilizzazione che partiva da 6 mesi (che quindi non avrebbero concorso al calcolo dei requisiti pensionistici) per chi matura i requisiti nel 2031 e saliva progressivamente fino ad arrivare a 30 mesi per chi li matura nel 2035.

Infine, nel maxi-emendamento il Governo aveva previsto che dal 2026 per tutti i nuovi contratti di lavoro fosse introdotto un automatismo di silenzio-assenso per conferire il Tfr alla previdenza complementare: il neo-assunto avrebbe avuto 60 giorni dall’assunzione per scegliere di rinunciare a “conferire l’intero importo del Tfr maturando a un’altra forma di previdenza complementare dallo stesso liberamente prescelta”.

In particolare, sono state le prime due novità a scatenare l’ira della Lega, partito che negli scorsi anni ha più volte dichiarato di voler intervenire in senso opposto in materia pensionistica, non con operazioni restrittive ma cancellando la Legge Fornero, che dal 2012 ha notevolmente irrigidito le regole del sistema previdenziale pubblico.

Dopo la presentazione del maxi-emendamento, il senatore leghista Claudio Borghi, relatore della Legge di Bilancio, aveva depositato un sub emendamento alla proposta del Governo con l’obiettivo di “cancellare la parte sul riscatto della laurea”.

Il ministro Giorgetti, suo compagno di partito, per un paio di giorni ha provato a far valere le sue ragioni, ma alla fine ha dovuto cedere.

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