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Legge elettorale, l’emendamento che rende possibile il premio di maggioranza per la coalizione meno votata

Immagine di copertina
Credit: AGF

L’approvazione alla Camera della nuova legge elettorale permette una pausa per respirare in quella che sembra una corsa contro il tempo ricca di ostacoli prima del passaggio al Senato. Lo “Stabilicum”, come è stato ribattezzato per l’obiettivo della stabilità tramite il premio di maggioranza, è al centro del dibattito politico per molti suoi aspetti, che spesso possono sembrare tecnicismi e parole esoteriche ma sono in realtà le regole del gioco con cui sono eletti i parlamentari. Tuttavia, tra emendamenti sulle preferenze e altri sul voto ai fuorisede, ne è venuto fuori un altro, approvato il 15 luglio, che rischia di stravolgere il senso stesso delle regole del gioco, a partire dal concetto di quel premio di maggioranza alla base della legge.

L’emendamento in questione è quello presentato dal deputato di Forza Italia Paolo Emilio Russo, che in nome di evitare la proliferazione di liste da pochi decimali all’interno delle coalizioni ha proposto che solo le liste che otterranno più del 3 per cento e la più alta sotto questa percentuale (la cosiddetta “miglior perdente”) potranno partecipare al computo totale dei voti della coalizione, escludendo le altre più piccole.

In altre parole, in un’ipotetica coalizione (chiamiamola coalizione A) in cui un partito prende il 30 per cento, un altro il 15, uno il due per cento e altre due liste l’un per cento ciascuna, il risultato di tale coalizione non sarebbe il 49 per cento, ma il 47, perché le ultime due sarebbero escluse. Questo però rischia di portare a un risultato paradossale: se un’altra coalizione (che chiameremo coalizione B) fosse formata da tre partiti che ottengono, poniamo, il 30, il 15 e il 3 per cento, questa vedrebbe conteggiato l’intero 48 per cento, non avendo voti che vanno dispersi. In questo scenario puramente ipotetico, la coalizione più votata sarebbe la coalizione A sarebbe quella che ha ottenuto più voti (49 per cento). Tuttavia, ai fini del computo della coalizione ne verrebbero conteggiati solo il 47. La coalizione B, invece, vedrebbe riconosciuto l’intero 48 per cento e, pur essendo stata meno votata dagli elettori, otterrebbe il premio di maggioranza. Per quanto la limitazione dei cosiddetti cespugli sia qualcosa che affligge per varie ragioni molti legislatori, questo emendamento affronta il problema arrivando a una profonda alterazione del premio di maggioranza, rendendo legalmente possibile attribuirlo alla coalizione meno votata.

Questa possibilità creerebbe una distorsione del concetto di premio di maggioranza e del principio di base dello “Stabilicum” secondo cui la coalizione più votata dovrebbe avere, all’indomani delle elezioni, una maggioranza tale da governare serenamente per cinque anni. Principio stravolto se esiste la possibilità che questo premio vada a chi ha preso meno voti.

Un parziale appiglio dietro a questo strano meccanismo, ma come vedremo assolutamente non paragonabile, si può trovare in uno dei principi presenti nel Rosatellum, dove il quorum è (giusto usare il presente, trattandosi ancora della legge in vigore fino al completamento dell’iter dello Stabilicum) fissato al 3 per cento, le liste in coalizione che non raggiungono lo sbarramento ma superano l’uno per cento non accedono alla ripartizione dei seggi a livello nazionale ma i loro voti vengono distribuiti tra le liste di tale coalizione che hanno superato il 3 per cento. Le liste sotto l’uno per cento, in vece, non vengono inserite in questo computo. Tuttavia, il Rosatellum non ha il premio di maggioranza, e l’unica situazione in cui le liste concorrono direttamente al risultato della coalizione è nei singoli collegi uninominali, dove tutti i voti alle liste sono conteggiati allo stesso modo per il candidato di coalizione del collegio, anche di quelle sotto l’uno per cento.

Ma in concreto cosa potrebbe succedere a queste elezioni? Salvo sorprese o ingenuità, entrambe le attuali coalizioni sono attrezzate per evitare il paradosso del premio di maggioranza alla coalizione meno votata. Il centrodestra, infatti, è saldamente costituito da Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega tutte serenamente sopra il quorum stando ai sondaggi, mentre è da chiarire se Futuro Nazionale sarà in coalizione o meno, ma in ogni caso lo sbarramento non è un problema. Starà quindi a Noi Moderati, oggi data sotto il tre per cento e quindi potenziale “miglior perdente” del centrodestra a porsi come soggetto federatore di eventuali forze politiche minori che si uniranno alla coalizione.

Diversa la situazione nel centrosinistra, dove oltre alla triade Partito Democratico – Movimento Cinque Stelle – Alleanza Verdi e Sinistra la situazione è ancora in gran parte in cantiere. Matteo Renzi ha fatto capire da tempo di essere parte della coalizione, ma in che forma è ancora da capire: da tempo non utilizza più il simbolo di Italia Viva, ma di Casa Riformista, facendo pensare che voglia trasformarla nel cartello dell’area moderata e riformista del centrosinistra. Tuttavia, si muovono anche i civici di Alessandro Onorato e Più Europa, che a questo punto dovranno per forza guardare a una lista unica con Renzi per evitare la dispersione dei voti.

Il fatto che i partiti siano in grado di affrontare il prossimo voto in modo da evitare di perdere voti in base all’emendamento Russo, tuttavia, non cancella il problema di principio. La legge prevede infatti la possibilità che la coalizione con meno voti ottenga il premio di maggioranza per il principio dell’esclusione delle liste più piccole: non capiterà probabilmente questa volta, ma potrebbe comunque capitare. Se quello dei cosiddetti “cespugli” rappresenta davvero un problema per gli attuali legislatori, esistono sicuramente strumenti più efficaci e meno distorsivi per affrontarlo. Il passaggio al Senato potrebbe essere l’occasione per correggere una norma che, così formulata, rischia di alterare il principio stesso del premio di maggioranza.

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