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Inchiesta Open: il socio di Carrai diede 350mila euro all’ex capo degli 007

Immagine di copertina

Nelle carte della Procura di Firenze spuntano due bonifici da Leonardo Bellodi, ex dirigente Eni in affari con l’imprenditore fiorentino, ad Alberto Manenti, che Renzi nominò direttore dell’Aise e che poi finì nel cda del Banco Bpm

Prima 150mila euro, versati con due bonifici, e poi altri 204mila, con altrettanti bonifici. In appena dieci mesi, fra il 2019 ed il 2020, l’ex direttore dell’Aise, l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna, Alberto Manenti, ha incassato 354mila euro da una srl «di recente costituzione», la Mpc di proprietà di Leonardo Bellodi. Per l’Unità d’informazione finanziaria una società beneficiaria di alcuni bonifici dall’estero d’importo rilevante, per la precisione dagli Emirati Arabi, «non sempre adeguatamente giustificati». Gli investigatori si sono imbattuti nel caso, finito agli atti dell’inchiesta sulla Fondazione Open, indagando su un ulteriore bonifico fatto però da Matteo Renzi a una società dell’amico imprenditore Marco Carrai.

Follow the money

Sono diverse le segnalazioni per operazioni finanziarie sospette scattate su Carrai, “Marchino” per gli amici, legatissimo al leader di Italia Viva e anche lui finito indagato con l’accusa di finanziamento illecito ai partiti come membro del consiglio direttivo di Open. I due si sono conosciuti 26 anni fa a Firenze e sono diventati inseparabili. Prima l’impegno nel Partito popolare italiano e poi quello diretto in politica dell’ex rottamatore. Mentre il leader di Italia Viva proseguiva la sua corsa che lo porterà a Palazzo Chigi, Carrai si è dedicato all’imprenditoria, collezionando prestigiosi incarichi in diverse società, tra cui la presidenza di Toscana Aeroporti, controllata da Corporation America spa, quest’ultima tra i grandi finanziatori di Open. Soprannominato il “Gianni Letta di Matteo Renzi”, grazie ai suoi ottimi rapporti sia con il mondo finanziario che con quello ecclesiastico, l’imprenditore è arrivato a sfiorare, nel 2016, la nomina a consulente alla cybersicurezza presso la Presidenza del Consiglio. Per Carrai sono però arrivate anche segnalazioni per operazioni finanziarie sospette e lo stesso è accaduto a Renzi. Spunta così la storia dei bonifici all’ex capo degli 007.

Uno degli allarmi è scattato infatti su 21.216 euro che, il 26 gennaio scorso, il senatore ha versato alla Cys4 srl, società riconducibile a “Marchino”. Per l’Unità d’informazione finanziaria la restituzione di un acconto per l’organizzazione di un ciclo di seminari sulla cybersecurity da parte di Cys4 che non si erano più tenuti. Andando ad analizzare il capitale dell’azienda riconducibile a Carrai, gli investigatori hanno rilevato però che questo è detenuto dalla Cambridge Management Consulting Labs spa, società sempre dell’imprenditore amico dell’ex premier, da Leonardo Bellodi, ex dirigente dell’Eni, e dall’imprenditore israeliano Malka Ofer. Ed ecco che con Bellodi e la sua Mpc, di cui è socio unico, oltre ai dubbi su bonifici milionari per alcune consulenze, sono spuntati fuori i quattro versamenti in dieci mesi a Manenti. Rimane al vaglio degli inquirenti l’ipotesi di una correlazione fra il corrispettivo di Mpc al Manenti e il Carrai. Per i 204mila euro la giustificazione è stata quella del pagamento fatto per un’analisi sui Paesi Mena, Medio Oriente e Nord Africa. Una somma importante per una società di recente costituzione. A favore di un ex ufficiale dell’Esercito che, nel 2014, proprio Renzi volle a capo dell’Aise e che venne confermato da Paolo Gentiloni, per poi lasciare il posto a Luciano Carta nel novembre 2018. Dal 2020 siede nel CdA del Banco Bpm spa, nato dalla fusione tra Banco Popolare e Bpm, sponsorizzata dall’ex rottamatore e dall’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Mentre su quei flussi di denaro la magistratura dovrà decidere se compiere approfondimenti, quell’incrocio con operazioni finanziarie che non convincono molto le autorità italiane e strani personaggi non è il primo per Carrai.

Tel Aviv e non solo

In passato hanno fatto discutere i rapporti tra il “Gianni Letta di Renzi” e Michael Ledeen, definito dalla Cia una «spia di Israele» e allontanato da Washington. Proprio nel corso delle indagini sulla Fondazione Open sono poi spuntati dei messaggi del 2016 su un incontro che l’amico dell’ex premier avrebbe avuto con una delegazione israeliana, al fine di presentare un software informatico in grado di «monitorare e influenzare la campagna» per il referendum costituzionale. Faccia a faccia che, stando sempre ai messaggi, si sarebbero dovuti tenere a Palazzo Chigi. Un legame profondo quello tra Carrai e Tel Aviv. Al punto che due anni fa a Firenze è stato aperto il primo consolato onorario di Israele in Italia, in via della Spada, e proprio lui è stato nominato console. Un appuntamento a cui, tra i leader politici nazionali, partecipò solo Matteo Salvini. «Ringrazio particolarmente il senatore Salvini, per me è un onore. Matteo è un amico, ma prima di tutto è un amico di Israele», disse il console onorario. Un uomo di relazioni che avrebbe aiutato anche l’avvocato Alberto Bianchi in situazioni complesse, come evidenziato dalla Guardia di Finanza analizzando email e manoscritti relativi ai rapporti col Gruppo Toto. Nel contenzioso tra Toto e Aspi, il presidente di Open avrebbe infatti fatto ricorso proprio a Carrai per cercare contatti diretti con Giovanni Castellucci, allora amministratore delegato di Autostrade per l’Italia. Sul fronte estero, gli inquirenti si sono concentrati pure su alcune società in Lussemburgo e Israele considerate legate a Carrai e su tre finanziatori di Open, ritenuti anche «parti attive in società italiane e lussemburghesi» dell’amico dell’ex premier. Ma non risultano al momento contestazioni. Un’indagine invece è arrivata quando è stata fermata all’aeroporto di Firenze una donna proveniente dal Togo con 160mila euro nella borsetta. Gli inquirenti hanno ipotizzato il riciclaggio e sono finiti indagati Carrai e la moglie. Per la Procura avrebbero agito come prestanome nella compravendita di una villa in via dell’Erta Canina, facendo da schermo al reale acquirente, il presidente del Togo, Faure Gnassingbé, con cui Carrai avrebbe da anni stretti rapporti. E tra le segnalazioni sospette è stato anche evidenziato il pagamento di due lingotti d’oro fatto all’imprenditore da una società.

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