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Home » Politica

Crosetto a TPI: “La nostra fiamma è Giorgia Meloni, con lei Fdi arriverà al 30%. Io premier? Mai”

Immagine di copertina
Credit: ANSA/FABIO CIMAGLIA

"Quando sono entrato in Parlamento guadagnavo 6 milioni di euro. Con la politica ci ho rimesso". A TPI parla il plenipotenziario di Giorgia Meloni

Buon giorno onorevole Crosetto….
«Non sono più onorevole. Sono un cittadino semplice».

Lo si resta a vita, onorevoli. Io cercavo il prossimo presidente del Consiglio.
«Allora ha sbagliato numero di telefono. Il prossimo è una donna, e si chiama Giorgia».

E se subisse un veto?
«A maggior ragione nessuno di noi, che ha seguito questo percorso con lei, accetterebbe».

E se fosse proprio Giorgia  a chiederglielo?
«La convincerei che è lei la soluzione migliore».

Con che argomentazioni?
«Perché sarà la più votata dagli italiani».

Non è un po’ populista come argomento?
«Ha le caratteristiche uniche che servono per guidare l’Italia in questa fase storica».

Quali?
«Il coraggio».

Vero. Ma non basta.
«E il lavoro durissimo che ha fatto su se stessa. Quotidiano, costante. E poi ha curiosità, studio indefesso, serietà, rigore».

Nemmeno lei stessa si descriverebbe così.
«Sa cosa ha Giorgia di diverso da tutti gli altri leader?».

Cosa?
«Non è “comprabile”, né ricattabile. Da nessuno».

Ho capito, lei farà il ministro della Difesa?
«Io sono l’ultimo dei problemi. Mi sembrerebbe inopportuno, dato il mio lavoro».

Guido Crosetto. Ex giovane leone democristiano (nella prima Repubblica), compagno di strada di Giorgia Meloni, suo consigliere più ascoltato. Oggi inseguito da tutti i media d’Europa, si racconta per la prima volta a TPI.

Tutto comincia dalla Agrimec, fondata nel 1937.
«Mio padre era un imprenditore e costruiva macchine agricole. E suo padre lo stesso, come suo nonno».

Una dinastia agro-meccanica.
«Esatto. “I Crosetto” sono nella meccanica da 150 anni».

Una massima di suo padre, quando parlava dei suoi prodotti?
«La stessa con cui la famiglia aveva iniziato, un secolo prima: “Le più care, le migliori”».

Ah ah ah.
«Lei non capisce. Le macchine, per la mia famiglia, non erano strumenti ma opere d’arte».

Anche per lei?
«Sono cresciuto giocando e saltando nelle rimesse tra i nostri gioielli».

Quali?
«Rimorchi, carri-botte spandi-letame».

Anche lo spandi-letame.
«Non faccia stupide ironie. Senza di quello lei non mangerebbe frutta e verdura, lo sa?».

Mi dica il suo ricordo, la sua Madeleine proustiana.
«Io quando annuso l’odore del ferro mi sento a casa».

Officine?
«Come tutti i figli maschi della famiglia, prima che la legge lo proibisse, fin dai 15 anni d’estate venivo spedito in officina, un mese a lavorare».

Il giovane Crosetto con i capelli e con la tuta blu?
«Calvizie precoce, ero tutto stempiato già a vent’anni. La tuta blu, invece, era d’ordinanza».

Ma non come quei figli di padroni che fingono di lavorare e poi vengono coccolati.
«Scherza? Immodestamente su taglio del ferro e saldatura posso dare punti a tutti».

Fuori le prove!
«Guardi, io posso saldare ad elettrodo, con filo continuo o anche con la fiamma ossidrica. Con la fiamma, lei saprà che è un lavoro difficilissimo, inforcavo la visiera a scudo e davo il meglio di me».

E come era papà Crosetto, come genitore?
(Pausa, silenzio). Un buon padre con poco tempo. L’ho perso troppo presto».

Lei aveva vent’anni, era già uomo.
«Macché. Ero un pirla, come tutti i ragazzi di quella età, che pensava solo a far festa e a divertirsi».

Fine anni Settanta, disco dance.
«Ho pianto Olivia Newton-Jones come chi seppellisce un mito della sua giovinezza».

Cioè?
«Mi piaceva ballare, ed era quello il tempo».

Racconti.
Le prime palle di luci stroboscopiche, “la Febbre del sabato sera”, “Grease”, i Bee Gees, la disco music».

E poi?
«In macchina a pomiciare con le ragazze, sui sedili della Citroën Ds beige, il mitico “squalo”, che mio padre incredibilmente mi prestava».

Generoso.
«Disperato, visto che gliela fregavo ogni sera: alla fine mi regalò una Audi».

E poi?
«Un giorno un pugno in viso, a freddo: una diagnosi brutale e inaspettata».

Su di lui?
«Tumore. Speranza di sopravvivere, zero».

E quanto è durata la malattia?
«Esattamente quel che avevano previsto i medici: 12 mesi».

E così si è ritrovato capo-famiglia.
«Non ero ancora un uomo: lo sono dovuto diventare, accompagnando papà in un infinito e dolorosissimo anno di agonia».

E il giorno dopo il funerale?
«Mia madre – donna straordinaria – non aveva mai lavorato in azienda. Pensai, in un dialogo immaginario con lui: “Eri tu quello che reggeva tutto. Ora che faccio?”».

Riuscì a farsi carico di tutto.
«Faticai moltissimo, dovetti anche cambiare lavoro. Ma alla fine riuscii a rimettermi in piedi, e questa era la sopravvivenza».

Cosa intende?
«La sofferenza per un lutto così feroce, ti resta dentro per tutta una vita».

Che studi ha fatto?
«Liceo classico al liceo Arimondi di Savigliano».

Anni di politica e occupazioni?
«Scherza? Avevamo un preside vecchio stile. Pensi che venivo ripreso anche se camminavo con le mani in tasca».

Autoritarismo?
«Non sa quanto sono grato a quei professori. Ho fatto solo scuole pubbliche, ed era eccellenza. Poi Economia. Ma ho abbandonato per la malattia di papà».

Faceva politica a scuola?
«Sono stato rappresentante di classe e di istituto. Ma ero apolitico».

Un paradosso.
«Come le ho detto frequentavo più le discoteche che le sezioni. Poi – inaspettatamente – divenni iper-politico e democristiano. Come mia madre».

Con un padre liberale!
«Mio padre lo era al punto che diceva: “Disprezzo la Dc quasi più dei comunisti”».

Carino. Perché?
«Diceva che la Dc era il simbolo di “Statalismo e inefficienza”».

Mentre lei cosa trovava nello scudo crociato?
«Lo scelsi per via di Fratel Igino, un prete della congregazione dei Fratelli delle scuole cristiane, che dirigeva il pensionato universitario».

Fu importante per lei?
«Politicamente gli devo tutto».

La avvicinò alla Dc con velati riferimenti filosofici ai valori cristiani?
«Macché. Un giorno mi appiccicò a un muro e mi disse: “Guido, tu devi fare politica. Sei nato per questo”».

Ah ah ah. E poi che succede?
«Divenni  democristiano. Dopo un anno ero già segretario regionale dei giovani Dc».

Viene eletto sindaco del suo paese, Marene, ridente cittadina del cuneese.
«Lo sono rimasto per 15 anni. Grande fatica ma anche una scuola straordinaria: ho imparato tutto, dalle delibere a come funziona una rete fognaria».

Ha lasciato tracce?
«Faccia un giro… in primo luogo ho comprato il Municipio. E poi ho rifatto tutto, dai campi da calcio alla piazza, ai servizi sociali».

E con il partito?
«Finita la Dc, dopo Mani Pulite, ho mollato tutto, me ne sono andato».

Da ragazzo che paghetta aveva?
«Zero. Mi ero fatto prestare dei soldi da mio padre e glieli avevo restituiti in un mese».

Vincendo al totocalcio o facendo una rapina?
Entrambe le cose, direi. Giocavo in Borsa.

Ma cos’è la trama di Wall Street – Il denaro non dorme mai?
«Più o meno. Allora giocavano e vincevano tutti dal salumiere alla parrucchiera. Si arricchivano tutti. Mi sono fatto un bel gruzzolo e ho iniziato a lavorare».

Fondava, vendeva e comprava società?
«Quello che ho fatto per tutta la mia vita».

Poi è arrivato il richiamo della foresta.
«Avevo conosciuto Silvio Berlusconi».

In Forza Italia?
«Noohh… prima, quando era ancora “Il dottore”, in Sardegna».

Una sera a cena?
«Più di una. Ma mica da solo! Con altri dieci. Lo ritrovai nel 1999».

E poi?
«Mi chiedono di candidarmi alla presidenza della Provincia».

Contro Giovanni Quaglia, un ulivista, anche lui ex Dc, re delle urne.
«Già. Da pazzo accettai, e riuscii ad andare anche al ballottaggio. Così all’inizio del Duemila ero di nuovo in politica, con Forza Italia».

Raccomandato dal Cavaliere?
«Macché. Notato da Scajola, che mi chiamò proprio dopo quel risultato. Studiava i numeri».

Coordinatore azzurro del Piemonte, responsabile impresa e industria, candidato alle politiche…
«Vinco nel collegio ad Alba».

Alla Camera, commissione Bilancio.
«Una grande palestra sulla spesa pubblica. Ho imparato molto».

Tipo?
«La Finanziaria durava un mese, era un suq. Ero con Angelino Alfano, Roberta Pinotti, Gerardo Bianco.

Lei ha tre figli.
Uno dal primo matrimonio e due dal secondo. Si amano: sono padre realizzato e felice!».

Una battuta che racconta il suo rapporto con Berlusconi?
«Ah ah ah… non posso. È politicamente scorretta».

Cioè?
«Siediti Guido, io e te in piedi siamo incompatibili».

Un genio. Un’altra, ma così bella.
«Ricordati: Se siamo insieme su di un palco ti devi allontanare».

Ti voleva bene. Perché?
«Gli dicevo sempre la verità. Una volta persino Gianni Letta mi chiese di farlo. Un’altra, nel 2011, in piena crisi-spread, addirittura la Pascale».

Può rivelare il messaggio: sono passati più di dieci anni!
«Col cavolo. Dovrete comprare il libro che pubblicherò per Piemme».

E quando esce?
«Chi può dirlo? Avrei dovuto già consegnarlo, ma ho scritto solo sette capitoli».

Non ha mai risparmiato critiche su vertici. Fino allo strappo.
«Sulle primarie. Dissi che Forza Italia diventava un partito adulto, staccato da Berlusconi, o moriva».

E il suo avversario in quelle primarie 2012  doveva essere una certa Giorgia Meloni.
«Eravamo tutti e due candidati, voto già convocato. Ma Berlusconi all’ultimo disse di no».

Pensi che sfida, tra voi.
«Ci saremmo messi d’accordo, invece. Contro Alfano, all’epoca delfino del Cavaliere».

Ma quando avete legato davvero, voi due?
«Per una storia apparentemente minore quando eravamo al governo. Lei era interessata a salvare la palestra di Maddaloni, io pure. Era uno spazio sociale, oltre che sportivo, in territori di frontiera…».

E cosa accadde?
«Giorgia è un trapano: mi chiamò giorno e notte. Ero sottosegretario alla Difesa, trovai uno spazio dismesso in una caserma».

Poi nasce Fratelli d’Italia, da tre fondatori: Giorgia, Ignazio e Guido. Cioè lei. Sembrava una impresa disperata.
«In sei mesi lo era. Corsi per il Senato già sapendo che sarei stato trombato».

Perché?
«Era matematico. Ma qualcuno di noi ci doveva andare, per far capire che davamo battaglia».

Cosa c’entrava lei, da solo, con La Russa e il gruppo dirigente di Azione Giovani?
«A prima vista nulla. Fu una scelta di amicizia, prima che politica».

Difficile per lei.
«Voleva dire semplicemente perdere tutto quello che avevo costruito in politica, ritrovarmi contro tutti i mondi che avevo conosciuto nella mia vita».

Eroico. Ma adesso le dicono che fa il lobbista delle armi a capo dell’Aiad.
«Cazzate. Difendo il primato delle aziende italiane nel mondo: 150mila posti di lavoro diretti e altrettanti di indotto, nel settore più controllato del pianeta».

Che significa?
«Sa che anche per spostare un dépliant a una fiera mi serve l’Autorizzazione del ministero degli Esteri?

Giusto.
«Per pubblicare l’annuario delle aziende mi serve il nulla osta del ministero della Difesa».

Vendete armi, mica patatine. Ha voluto una poltrona importante…
«La verità è che me la sono inventata io: prima di me nessuno di voi giornalisti sapeva nemmeno cosa fosse l’Aiad!

Quanto la pagano?
«Zero. Ha capito bene? ZE-RO!».

Perché?
«È un ruolo onorifico. Prima di me c’era Remo Pertica un ex dirigente di Finmeccanica di cui nessuno – fuori dal settore – conosceva il nome».

Adesso lei viene audito alla Camera e al Senato. Conflitti di interessi possibili?
«Ho lavorato benissimo con tre ministri, Pinotti, Guerini, Trenta che erano miei avversari politici».

Però lei fa ancora il suo vecchio lavoro di consulenza.
«Ho l’ossessione del conflitto di interessi. Così accetto un quinto dei lavori che mi offrono. Sono un privato, non ricopro incarichi pubblici».

E cosa fa per evitare il conflitto?
«Evito banche e grandi società finanziarie».

E i clienti? Prima la discriminavano perché FdI era al 2%?
«No. Mi chiamavano perché ero Crosetto. Semmai qualcuno mi avvicina oggi perché Fratelli d’Italia è diventata importante. Ma io rifiuto».

Perché non si candida?
«Per mantenere la mia libertà».

E se andasse al governo?
«Dovrei lasciare tutto».

Quanto ha guadagnato quest’anno?
«Ancora non so. Ma le dico la mia ultima dichiarazione del 2000, prima di entrare in politica: 12 miliardi».

Sei milioni di euro! Lei è ricco.
«Facevo l’imprenditore in diversi campi. Guadagnando o perdendo. Ricco è un’altra cosa».

Cioè cosa?
«Ricco è chi può vivere senza lavorare. Io, se mi fermo, sono morto».

Ma come si arriva a nove milioni?
«Con aziende di ogni tipo. Persino con i mangimi».

Scherza?
«Per nulla. In questo mondo o hai grandi capacità inventive, o sai cogliere le idee degli altri».

E lei?
«La seconda. Trovai una persona che faceva il camionista e aveva l’idea di tirar fuori preparati per allevamenti dalle brioche scadute».

Geniale. Ha funzionato?
«Una delle trovate più intelligenti e redditizie della mia vita. Ma mi è accaduto anche il contrario».

Ad esempio?
«Mi ero innamorato di una società di caschi fallita, la Nava. Volevo farla risorgere rilevando il marchio».

E invece?
«L’errore più grande della mia vita. Mi affidai ad un manager. Ho perso qualche milione di euro. Alla fine ho chiuso».

E sua madre?
«Non ci crederà: è pensionata, 550 euro al mese».

Il suo figlio più grande, Alessandro?
«Ha fatto la Luiss: diecimila euro solo di retta».

Il più piccolo, Leon?
«Dice: “Papà non candidarti mai più”».

E sua moglie Gaia?

«È la mia Consulente segreta. Condivide con me gioie e dolori».

La chiamavano “Schreck”.
«Non mi offendo, è troppo simpatico. Dopo tre figli conosco la filmografia a memoria. Io e lui siamo uguali».

Cioè?
«Il suo segreto è che è troppo buono. Anche il mio, purtroppo».

Esca dal gioco. Cosa significa “buono”?
«Essere disposto a caricarsi un peso sulle spalle per sgravare un altro. Io l’ho fatto per tutta la vita».

Bene, no?
«Male, invece. La gente non lo apprezza, dà per scontato che tu lo faccia».

La foto simbolo della nascita di Fratelli d’Italia: lei con la Meloni in collo, come un fuscello. Era preparata?
«Macché. Ero sul palco e pensai: “Diamo un’emozione ai fotografi!”».

E le accuse di neofascismo?
«Miserie. Sono solo veleni strumentali».

Ma la Fiamma di Almirante deve restare o no?
«Chissenefrega».

Prego?
«Non l’avete capito? La Fiamma è Giorgia. All’epoca serviva a richiamare una comunità».

E oggi?
«Il simbolo è Giorgia: al “mostro fascista” non ci crede nessuno. Nemmeno il povero Berizzi di La Repubblica».

Ma come? Ora attacca i giornalisti? Lo ha fatto anche con il giornalista Senio Bonini.
«Non diciamo pirlate. Lui rideva. Io ridevo. A lei, Telese, ho detto molto di peggio».

Ma il suo partito ce li ha i cento nomi che servono a governare l’Italia?
«Molti di più. Sono persone abituate a fare politica tutti i giorni, da tutta la vita. Seguono Giorgia da un quarto di secolo. E a questi ora si è aggiunto il meglio della classe dirigente conservatrice italiana».

Come la sindaca di Terracina arrestata 15 giorni fa?
«Un arresto surreale. È stata appena scarcerata da un giudice. Ma io sono garantista con tutti, come lei sa bene».

Fratelli d’Italia arriverà prima a destra?
«Sì, certo. Primi in Italia».

La sento più “melonizzato” del solito.
«Farà più del Pd. Più del 30 per cento…».

Ehh! E chi lo dice?
«Io».

Sondaggi riservati?
«Macché, fiuto».

Allora…
«Quando dicevo che sarebbe arrivata al 25 per cento mi prendevate tutti per culo. Vedrà. Scommetto con TPI, e ne riparliamo dopo il voto».

Chiudiamo in bellezza, una cosa per cui vale la pena vivere.
«Una, fondamentale. Mia madre mi diceva: “L’unica cosa importante è volersi bene. Tutto il resto si aggiusta”».

È ancora viva.
«Per fortuna. Ma io soffro ogni giorno per i segni del tempo sulle persone che amo. È la cosa più triste che ci sia».

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