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    Zinga ripensaci o tornerà il Renzismo e la sinistra sarà sempre più lontana dal Pd

    Il segretario del Pd Nicola Zingaretti, durante una conferenza stampa al Nazareno sui risultati dei ballottaggi, Roma, 5 ottobre 2020. Credit: ANSA/ALESSANDRO DI MEO
    Di Roberto Bertoni
    Pubblicato il 5 Mar. 2021 alle 08:32 Aggiornato il 5 Mar. 2021 alle 10:13

    La scelta di Nicola Zingaretti, dolorosa, inattesa e sicuramente sofferta, lascia attoniti. Lascia attoniti perché getta nel caos il partito e il Paese. Se frana il Pd, infatti, anche il governo Draghi viene meno, anche se per ora ci sembra assai improbabile che i dem possano scaricare le proprie tensioni interne sull’esecutivo. Fatto sta che il rafforzarsi dei centristi e della destra salviniana scopre il fianco sinistro di una maggioranza che può contare su un fronte conservatore sempre più forte e apparentemente coeso.

    Con i 5 Stelle ridotti a un campo d’Agramante e il sempre più probabile addio di Casaleggio alla creatura fondata da suo padre e con la sinistra ridotta in ginocchio, scissa e frazionata come mai prima, un Pd in preda alle convulsioni, intento per mesi a litigare fra correnti su chi debba essere il nuovo leader, senza nemmeno poter convocare ai gazebo il mitico popolo delle primarie causa Covid, consegnerebbe a Draghi una maggioranza unicamente numerica, non più politica e in grado di far saltare, da un momento all’altro, ogni possibile riforma, comprese quelle ritenute indispensabili dal presidente del Consiglio per accedere ai fondi del Recovery Plan e rilanciare l’immagine dell’Italia.

    Viene da domandarsi, a questo punto, quali e quante responsabilità abbia la componente renziana, all’interno e all’esterno del Pd, in questa decisione drastica e, forse, inevitabile. A chi giovano le dimissioni di Zingaretti? Sembra di rivivere le scene della primavera del 2013, quando Bersani si dimise dalla guida del partito dopo la duplice sconfitta di Marini e Prodi nella corsa al Quirinale: il primo impallinato esplicitamente da Renzi e dai suoi, il secondo dai famigerati centouno, i cui nomi sono tuttora ignoti.

    Si riflette se le dimissioni del segretario dem, a due anni dalla sua trionfale elezione, siano definitive o se siano state un modo per smuovere le acque dopo un assedio durato settimane, forse mesi, forse fin da quando Zingaretti non voleva formare un governo con il M5S e i maggiorenti del Pd lo costrinsero ad assecondare la mossa di Renzi e a dar vita a una compagine in cui alcuni credevano davvero mentre altri la ritenevano necessaria solo per prendere tempo in vista di nuovi e diversi equilibri politici.

    Non è un mistero che Zinga preferisse andare a votare, se non altro per rivoluzionare dei gruppi parlamentari modellati a immagine e somiglianza di Renzi e, dunque, a lui ostili, i quali non a caso, alla prima occasione utile, gli si sono rivoltati contro e hanno contribuito all’accerchiamento partito dagli oppositori interni più agguerriti e consolidatosi nell’appoggio entusiasta alla soluzione Draghi, accantonando di fatto la prospettiva di un’alleanza strutturale con i 5 Stelle.

    Non è dato sapere, dicevamo, se queste dimissioni siano irrevocabili o se il nostro tornerà sui suoi passi, se si sia aperta una fase congressuale senza esclusione di colpi e quanto durerà il sostegno della maggioranza interna che gli ha garantito un minimo di agibilità. In poche parole, non sappiamo ancora se il sostegno a Zingaretti sia la fotocopia del “Conte o voto” o se abbia dietro un minimo di convinzione e di stima effettiva nei confronti di un uomo provato da una sfida senza precedenti come la gestione di un partito costretto ad assumere, al governo, decisioni altamente impopolari.

    Una cosa, tuttavia, è certa: per quanto uno dei problemi essenziali del Pd sia uno statuto pensato per tempi di pace e oggettivamente insulso, con tanto di previsione della candidatura del segretario a Palazzo Chigi, il che oggi non ha più alcun senso, l’altro problema di questo soggetto è che non ha un’identità precisa. Al Partito democratico, qualunque sia il destino del suo segretario dimissionario, serve chiarirsi le idee su cosa voglia essere, dove voglia andare, in compagnia di chi e per fare cosa. Ripetiamo da anni, fino allo sfinimento e alla noia, che un partito che vede al proprio interno tutto e il contrario di tutto, chi vuole andare con Renzi e Calenda e persino con Berlusconi e chi, invece, persegue una linea socialdemocratica, non ha futuro, specie in una fase storica che richiede una nettezza maggiore rispetto al passato.

    L’auspicio pertanto è che Zingaretti ci ripensi, che torni in battaglia, che se dimissioni devono essere, siano per prendere la rincorsa, ricandidarsi, vincere e cambiare tutto, che non sia una resa della quale proprio non si avverte il bisogno ma l’inizio di una battaglia condotta a viso aperto, che non lasci a metà un percorso comunque positivo, sia per i risultati ottenuti dal Conte II sia per la ritrovata competitività dei dem nei contesti locali.

    In caso contrario, il futuro della sinistra non passerà più per quella casa, dovrà guardare altrove, fare altro, pensare altrimenti, costruire nuovi percorsi e nuovi immaginari. Di una scatola vuota turboliberista, molto rappresentativa su un gruppo di bacheche social ma per nulla nella realtà di un Paese in cui un milione di persone in più, soprattutto al Nord, è scivolata in povertà, di un'”Italia dei carini” in cui il dolore, la sofferenza e il tormento degli ultimi è completamente espulso per rilanciare le fole meritocratiche proprie del blairismo più deteriore, di tutto questo, difatti, non sappiamo che farcene.

    Se Zingaretti non dovesse tornare sui suoi passi, nel Pd non rimarrebbe più nemmeno l’ombra della sinistra e milioni di elettori sarebbero costretti a guardare altrove. Per ricostruire un soggetto politico all’altezza ci vorrebbero anni e, con tutto il rispetto per Giuseppe Conte, non è detto che nemmeno lui a capo dei 5 Stelle possa riuscire nel miracolo di tenere insieme una babele in cui ormai si parlano mille lingue diverse e si perseguono obiettivi inconciliabili.

    Mario Draghi era stato chiamato a stabilizzare il sistema e a riequilibrare il Paese e, fino a questo momento, non potendo giudicare la sua azione politica, siamo costretti a prendere atto che ha scombussolato metà della coalizione che lo sostiene e condotto al disastro tre partiti che adesso rischiano la marginalità. Sarebbe bene che il superbanchiere venuto a miracol mostrare ci facesse sapere quale visione ha del mondo, se non altro per capire cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi, anche dal punto di vista del riassetto di un quadro politico che, al momento, pare una maionese impazzita. A tal riguardo, consigliamo, non solo a lui, di rileggersi un celebre aforisma di Gramsci: “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”.

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