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Il dramma nascosto delle violenze psicologiche: quando le parole diventano armi

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Illustrazione di Emanuele Fucecchi

La violenza verbale è violenza. Chi utilizza violenza verbale è un violento. Chi subisce violenza verbale è una vittima. Non ci sono sfumature nella violenza: la violenza, in qualsiasi forma si concretizzi, rimane violenza. I lunghi mesi di lockdown e la forzata coabitazione nelle case hanno allungato ancora di più la pagina nera della violenza sulle donne, fisica e psicologica. Quest’ultima forma di maltrattamento è subdola, meno dibattuta, ma non per questo meno pericolosa.

È un abuso perpetrato al riparo delle mura di casa, al riparo dei giudizio altrui, un abuso vigliacco che vuole rimanere all’ombra perché è dell’ombra che si nutre. E grazie all’ombra cresce. Le parole hanno un peso e un significato. La gravitas, intesa come tendenza dei corpi materiali a cadere verticalmente al suolo, è insita nelle parole.

Alcune parole possono trascinarti nel profondo sconforto. Possono farti sprofondare nelle oscure tenebre dell’angoscia e della paura. Possono inghiottirti e trascinarti in basso, lì dove non c’è ossigeno, non c’è luce, non c’è vita. Possono farti cadere, inesorabilmente, al suolo.

Le parole, sempre le parole: possono essere utilizzate come un’arma, invisibile, ma non per questo meno letale. Possono essere utilizzate come una gogna, trasparente, ma non per questo meno ferocemente stretta attorno al collo del condannato. Possono essere utilizzate come la goccia cinese, una tortura fatta d’aria e non d’acqua, ma non per questo meno dolorosa nella testa di chi, tutte queste gocce, riceve, ripetutamente, inesorabilmente.

Critiche, accuse, mancanza di rispetto, svalutazione, umiliazione, svalorizzazione, ricatti: queste sono le facce con cui si presenta dentro casa la violenza psicologica. Un maltrattamento a volte ritenuto innocuo, a volte sminuito nella sua gravità; non sempre compreso da chi lo guarda, superficialmente, dall’esterno. Ma se ripetuto nel tempo, diventa –  per chi le subisce – una vera e propria gabbia dalla quale è molto difficile liberarsi.

Le parole di violenza, tutte: quelle sussurrate, quelle dette, quelle urlate, quelle vomitate vanno condannate, senza indugio e con fermezza. Con coraggio e con amore. L’amore che prima di tutto si deve provare per se stessi. Perché amare se stessi vuol dire anche proteggere le persone a cui si vuole bene.

La violenza verbale, dentro le mura di casa, si riconosce quando è prolungata nel tempo, quando viene minimizzata dall’aggressore e accantonata come qualcosa di poco conto. A volte, neanche chi pratica violenza verbale è totalmente consapevole della gravità dell’azione che perpetua. La meccanica ripetizione di tale abuso può conferire una diabolica sfumatura di “normalità” nella testa della persona che tale sopraffazione esercita. Parole d’odio che ritornano, puntualmente; ripetute e mai arginate.

L’errore più grande è accettare l’insabbiamento della violenza, la mistificazione della realtà. Declassare la violenza verbale come di poca importanza, irrilevante, è il primo passo per farla diventare insormontabile, agli occhi di chi la subisce. Per liberarsi da questa gabbia è necessario riconoscere il problema, guardarlo in faccia. Gli altri passi: delinearlo, denunciarlo.

Nessuno può prendersi la libertà di offendere, denigrare, umiliare un’altra persona e magari pensare che sia normale, una semplice routine familiare, come ce ne sono tante.

I dati dell’ultimo rapporto Eures fotografano una situazione allarmante. Ma che rappresenta solo la punta di un iceberg di un fenomeno molto più diffuso. Le violenze psicologiche e tutti i maltrattamenti, che pur talvolta non arrivano alla violenza fisica, sfuggono a qualsiasi statistica poiché sono invisibili.

La differenza tra bene e male è e deve essere- invece- netta, chiara, cristallina. Il male ti trascina in basso, il bene ti fa sentire leggero. La leggerezza, parafrasando le parole di Italo Calvino, è planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.

Leggi anche: Il sottile confine tra un amore infelice e la Dipendenza Affettiva (di Maria Chiara Gritti)

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