Per vincere il Coronavirus dobbiamo diventare quello che ancora non siamo: un popolo

Di Fabio Salamida
Pubblicato il 10 Mar. 2020 alle 19:06 Aggiornato il 11 Mar. 2020 alle 14:32
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Credit: ANSA / MILO SCIAKY / PAL

Il Governo, dopo settimane di raccomandazioni spesso lasciate cadere nel vuoto, ha dovuto trasformare in legge quelle semplici regole di buonsenso che dovevano servire a limitare la diffusione del Coronavirus. Una scelta sofferta ma dovuta, vista la cattiva condotta e la mancanza di senso civico di una parte della cittadinanza. Veronica Di Benedetto Montaccini, su queste pagine, ha raccontato molto bene le due italie al tempo del Coronavirus: l’Italia che combatte e l’Italia che se ne sbatte. Sono da sempre le due anime del nostro Paese, due anime trasversali che attraversano questa striscia di terra e che, a più di settant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, non riescono a trovare un’amalgama e a renderci quello che nel bene e nel male avremmo dovuto essere da molto tempo: un popolo.

Costretti in un’enorme “zona rossa” ad almeno un metro di distanza gli uni dagli altri, molti italiani potrebbero ritrovarsi a riflettere su quanto sia stupido, in una comunità, privilegiare gli interessi dei piccoli gruppi o addirittura quelli del singolo individuo. Potrebbero ritrovarsi a fare i conti con l’egoismo dell’altro, loro che l’egoismo lo hanno elevato a dottrina politica con il cosiddetto “sovranismo”. Già nelle ultime settimane, mentre Paesi alleati vicini e lontani iniziavano a trattarci alla stregua di invasori appestati, sono stati in tanti a mettere in discussione quelle che credevano essere delle granitiche convinzioni: hanno capito che per passare dal discriminare all’essere discriminati il passo può essere davvero breve.

Come avviene spesso nella storia dell’umanità, a mettere tutti sullo stesso piano, ricchi e poveri, governanti e governati, settentrionali e meridionali, autoctoni e stranieri, è stato un organismo invisibile: un organismo che non conosce porti, muri, frontiere. Mentre c’era chi sbraitava contro i soliti capri espiatori, quei disperati che attraversano il mare in cerca di una vita migliore (ad oggi zero positivi tra loro), chi insultava e picchiava cinesi di seconda e terza generazione che da sempre vivono in Italia, il Coronavirus arrivava indisturbato dove nessuno se lo aspettava, in quel nord produttivo che si vanta da sempre di essere la locomotiva del Paese. Arrivava forse in business class, perché spesso non vogliamo accogliere uomini e donne di altri Paesi ma i loro prodotti, le loro risorse e i loro soldi ci piacciono tanto; o forse arrivava transitando in un centro massaggi, magari cogliendo quell’attimo in cui al “sovranista” di turno la giovane straniera piace.

Non sapremo mai in quale modo beffardo il Coronavirus si è preso gioco dell’egoismo di una parte di noi: sappiamo però che per mandarlo via, per vincere questa battaglia, quella parte di noi dovrà finalmente fare i conti con quell’egoismo: dovrà riflettere sul concetto di distanza, quella che ci separa da popoli lontani e da quel metro di sicurezza che ci separerà per un po’ nel nostro piccolo mondo. Perché questa volta non è in gioco la vita di chi viene da un’altra parte del pianeta, di qualcuno che ha la pelle di colore diverso o gli occhi a mandorla, è in gioco la vita dei nostri anziani, dei nostri malati, di persone vicine, vicinissime. Perché questa volta non c’è “prima gli italiani”, ma “prima chi sta peggio”. E cambia tutto. E per vincere serve un popolo.

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