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Il giorno in cui Trump twitterà “ho vinto” non piangiamo lacrime di coccodrillo

Di Giulio Alibrandi
Pubblicato il 30 Set. 2020 alle 21:47
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Immagine di copertina
Donald Trump e Twitter Credits: ANSA

“L’unico modo in cui perderemo le elezioni sarà se sono truccate”. Se c’è una posizione alla quale Donald Trump è rimasto coerente da quando ha annunciato la sua candidatura per il partito repubblicano nel 2015 è quella di rifiutare qualsiasi ipotesi di sconfitta, un atteggiamento in netta e solitaria controtendenza rispetto a oltre un secolo di consuetudini democratiche.

Negli ultimi anni l’ipotesi che Trump possa abbattere anche l’ultimo baluardo dei rituali della democrazia a stelle e strisce, quello del trasferimento pacifico del potere, ha suscitato forti timori nell’establishment statunitense, democratico e non solo.
La scorsa settimana il Senato, a maggioranza repubblicana, ha approvato all’unanimità una risoluzione in cui riafferma “il suo impegno per il trasferimento ordinato e pacifico del potere come previsto dalla Costituzione degli Stati Uniti”, dopo che il giorno precedente Trump aveva indicato che dovrà vedere “cosa succede” prima di impegnarsi a trasferire pacificamente i poteri della presidenza al suo avversario in caso di sconfitta.

Anche le piattaforme di social media non hanno potuto fare a meno di prendere posizione sulla possibilità che le elezioni sfocino nel caos. L’ex vice premier britannico Nick Clegg, adesso dirigente di Facebook, ha garantito che la società di Menlo Park dispone di opzioni di emergenza nel caso di circostanze “estremamente caotiche e, ancora peggio, violente”, senza tuttavia specificare quali. Clegg promette che Facebook interverrà “aggressivamente” nel restringere la diffusione di contenuti come già avvenuto in passato.

L’ottimismo dell’ex leader dei liberaldemocratici britannici, ritiratosi dalla politica nel 2015, non è condiviso dagli osservatori che in passato hanno denunciato l’effetto che le piattaforme di social media hanno avuto nell’alimentare disordini in paesi come Myanmar e Sri Lanka, acuendo aspre divisioni sociali e razziali. Il clima incandescente degli ultimi mesi negli States, unito alla crescente incertezza per le ricadute sociali nella gestione della pandemia, potrebbe aprire le porte a scenari inediti nel caso Trump decidesse di mettere in dubbio i risultati del voto, magari a spoglio in corso.

È l’ipotesi a cui negli scorsi giorni ha fatto riferimento il comitato editoriale del New York Times, nel chiedere a Facebook, Twitter e YouTube di offrire indicazioni “chiare ed esplicite” in merito a come intendono rispondere alla diffusione di disinformazione da parte dei sostenitori del presidente statunitense o dello stesso Trump, evidenziando come personaggi del calibro di Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, non rispondano a nessuno, nonostante l’enorme potere che deriva dall’accentramento di informazioni consultate da miliardi di persone in tutto il mondo.

La sezione Opinioni del quotidiano newyorkese cita l’ex relatore speciale per la libertà d’espressione delle Nazioni Unite, David Kaye, che chiede alle piattaforme di pubblicare un database accessibile al pubblico in cui elencare in maniera trasparente, eventualmente cancellandone i nomi, gli account contro cui hanno preso misure.

Tuttavia è stato proprio a ridosso del primo dibattito presidenziale che le misure proposte negli scorsi mesi da Facebook e Twitter hanno mostrato tutti i loro limiti. La diffusione incontrollata di teorie cospirazioniste sull’utilizzo di auricolari e farmaci da parte di Joe Biden, cavalcate dalla campagna del presidente in carica, hanno trovato ampia diffusione su Facebook, mettendo in evidenza l’inconsistenza delle promesse di riuscire a controllare le fake news e difendere l’integrità dei contenuti veicolati dalle piattaforme.

Nelle scorse settimane, diversi osservatori hanno denunciato la timidezza con cui Facebook ha implementato le sue stesse direttive per censurare contenuti che mirano a sopprimere il voto, una tattica di cui i repubblicani sono spesso accusati di fare ricorso. Quest’anno la campagna di Donald Trump ha posto ripetutamente l’accento sul controllo del voto da possibili interferenze, mettendo continuamente in dubbio la validità dei voti postali, di cui si farà un utilizzo senza precedenti a seguito dell’epidemia di nuovo Coronavirus. In particolare nel 2018 è scaduto dopo quasi 40 anni il “consent decree” che vietava al partito repubblicano di compiere operazioni definite di “sicurezza elettorale”, dopo che nel 1981 il partito era stato accusato di aver fatto ricorso nel New Jersey ad agenti di polizia fuori servizio per impedire agli elettori in quartieri abitati da minoranze di votare.

In risposta ai messaggi Trump contro la validità dei voti postali, Facebook si è limitata ad aggiungere al post un messaggio che invita a visitare il suo portale per le informazioni elettorali, nonostante a ottobre 2019, la piattaforma si fosse impegnata a vietare  “false dichiarazioni” riguardo i tentativi di “interferire con o sopprimere il voto minano i nostri valori fondamentali come azienda”. Facebook ha risposto alle critiche affiancando successivamente al post di Trump un fact-checking che ricorda come “sia il voto di persona che per posta sono storicamente affidabili e lo stesso si prevede per quest’anno”.

Proprio l’introduzione di etichette con fact-checking per contestualizzare le affermazioni più eclatanti di Trump ha scatenato negli scorsi mesi un’aspra disputa tra le piattaforme di social media e la Casa Bianca, che ha emanato diversi ordini esecutivi contro la “censura online”. Questo scontro frontale aggiunge un’altra dimensione di incertezza per i giganti tecnologici, divisi tra promesse di adempiere al dovere civico di gatekeeper dell’informazione e le esigenze degli azionisti. Una difficoltà evidenziata dalle incertezze nell’implementare le stesse regole che si sono imposti.

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