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Morti suicidi il giorno della laurea: se l’Università insegna a competere e non ad essere felici

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L’università è una delle tappe più importanti nella vita degli studenti, perché è il luogo dove decidiamo chi essere e cosa fare da “grandi”, dove conosciamo alcune delle persone che ci accompagneranno per tutta la vita e il posto dove acquisiamo le competenze necessarie per svolgere il lavoro che abbiamo sempre desiderato.

Ma l’università è anche un luogo dove si vive di competizione, poiché la società odierna ci insegna che occorre primeggiare in tutto, perché non c’è spazio per i deboli. La competitività è alimentata dalla costante paura di fallire, di non essere all’altezza degli altri e delle loro aspettative, ci sentiamo in difetto per non aver concluso in tempo, per non aver raggiunto una media alta e per non essere come gli altri.

Noi studenti siamo spesso vittima di paragoni con i figli degli altri, come a ricordarci la nostra costante inadeguatezza. Nessuno si rende conto di quanto male faccia a noi universitari, spingendoci a mentire alle persone che amiamo e portandoci ad alterare la realtà fino alla rilegatura di una tesi di laurea che stenta ad arrivare.

È successo a due studenti della Federico II, una ragazza che studiava scienze naturali e un ragazzo che invece frequentava il dipartimento di studi umanistici. Entrambi avevano venticinque anni ed hanno scelto di togliersi la vita nel giorno in cui si svolgevano le lauree. Un atto estremo, ma che testimonia la necessità di cambiare il nostro modello di società, perché la competizione uccide.

L’università deve essere un luogo dove apprendere delle competenze, dove fare della cultura un mezzo di sviluppo dell’individuo e più in generale della società, altresì non può e non deve assolutamente essere un luogo competitivo, dove si insegue la media e si inquadrano gli studenti come degli imbuti da riempire di nozioni, che si rilevano poi esseri sterili e distanti dalla loro reale utilità quale lo sviluppo umano.

Vale la pena riscoprire ciò che affermava Antonio Gramsci, ovvero che nell’apprendere non esistono ritardi, perché chi sta studiando non si perderà mai del tutto se migliorerà ogni giorno la sua cultura, la sua preparazione generale, se allargherà l’orizzonte delle sue cognizioni e dei suoi interessi intellettuali.

Fin da ragazzini ci dicono di scegliere ciò che porterà al successo, compiendo un sillogismo diseducativo, poiché si inquadra il successo con sola crescita economica, ma la realtà è che siamo persone di successo se siamo felici. Dobbiamo insegnare alle giovani generazioni che nella vita siamo tutti frangibili e che possiamo perdere, perché tutto questo fa parte della strada verso le felicità. Occorre ricordarci che gli studenti sono esseri umani, per questo non bisogna giudicarli se sono in difficoltà ma porgerli una mano ed aiutarli, per costruire una comunità solidale e non egoista.

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