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Lo shwa e il linguaggio inclusivo: quella piccola “ǝ” che cerca di sovvertire secoli di sessismo della lingua italiana

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Forse mai come in quest’ultimo anno la questione del linguaggio inclusivo si è fatta sentire con forza nel nostro Paese. Solo pochi mesi fa l’intervento di Beatrice Venezi sul palco di Sanremo aveva diviso l’opinione pubblica. Da una parte chi come lei rivendicava la definizione unisex di “direttore” in quanto nome specifico per indicare un mestiere, dall’altra i sostenitori della declinazione al femminile, direttrice. Un discorso estendibile a un’infinità di professioni e ruoli e che tra il serio e il faceto ha animato il dibattito per settimane. E se qualcuno ha pensato si stesse perdendo tempo in questioni di pura lana caprina (d’altronde non sono lontani i tempi in cui il “petaloso” del piccolo Matteo conquistava le prime pagine delle testate nazionali) forse ha dimenticato quanti piccoli e grandi cambiamenti culturali passano dal linguaggio.

Se termini discriminatori come “negro”, “zingaro”, “handicappato”, o stereotipi linguistici di genere come “il sesso debole”, oggi, in una società civile, sono stigmatizzati è proprio grazie a questa potente correlazione che da sempre lega l’evoluzione culturale di un popolo alla sua lingua. Certo, si tratta di una strada impervia costellata di “ma cosa cambia?”, “è solo una parola!”, “è l’intenzione che conta” (ciao Pio e Amedeo!), “Vedi che adesso non sono neanche più libero di dire quello che voglio”, ma è una strada che non dovrebbe ammettere scorciatoie. Mai.

Perché come ci ricorda Alice Orrù, copywriter specializzata in linguaggio inclusivo, “le parole che scegliamo di usare danno forma al mondo intorno a noi” e “ciò che nominiamo male rimane incastrato nelle grate del pregiudizio”. E oggi più che mai la battaglia di civiltà va affrontata anche sul campo linguistico. Sarebbe curioso sapere, ad esempio, tra i tanti che quotidianamente si riempiono la bocca di slogan pro o contro il Ddl Zan quanti realmente sappiano spiegare la differenza tra “orientamento sessuale” e “identità di genere” o il significato di parole ormai di uso comune come cisgender, transgender o trans. Ragazzi qui c’è gente che deciderà delle sorti di questa legge e che certamente non sa la differenza tra un trans e una drag queen.

Ed è probabilmente la stessa gente che non ha resistito all’impulso di spernacchiare la scrittrice Michela Murgia che pochi giorni fa è finita al centro di una polemica per aver utilizzato lo schwa in un articolo pubblicato su L’Espresso. Di cosa si tratta? Di un modo per rendere neutre le desinenze, fondendo maschile e femminile nel simbolo ‘ə’ che altro non è che una ‘e’ rovesciata. Un esempio: “tuttə” al posto di “tutti”. Lo ‘Schwa’ è la vocale centrale media, usata da decenni nell’alfabeto fonetico internazionale che definisce la pronuncia corretta delle diverse lingue. Il suo suono è a metà strada tra tutte le vocali esistenti e risulta familiare a chi abbia una certa confidenza con l’inglese (womǝn) o con alcuni dialetti come il napoletano (mammǝtǝ, currǝ currǝ guagliò) . L’articolo di Murgia, di fatto, rappresenta, il primo utilizzo giornalistico dello Shwa su un periodico nazionale allo scopo di adottare un linguaggio inclusivo, superando così le limitazioni di una lingua storicamente e fortemente caratterizzata per genere e dominata dal cosiddetto “privilegio maschile” (ebbene sì, anche in grammatica!).

Lo abbiamo imparato sui banchi di scuola che per il plurale, laddove ci si riferisca a un gruppo misto di persone, è d’obbligo il maschile sovraesteso “Ascoltate tutti” anche se l’uditorio fosse composto da 30 donne e un uomo, e ricordo bene come, già allora, la cosa mi puzzasse un po’ di ingiustizia. Poi i tempi cambiano, la società evolve, e la questione del maschile sovraesteso, e in generale della sessualizzazione delle desinenze, inizia a toccare sempre più da vicino i movimenti femministi, la comunità LGBT+ e anche tutti coloro che non si identificano nel cosiddetto binarismo femminile e maschile. “Tutte queste persone – si legge sul sito italianoinclusivo.it, vero precursore in questo percorso – si trovano a non poter parlare di se stesse in un linguaggio binario come l’italiano standard senza adattarsi a usare uno dei due generi binari, e questo può essere causa di invisibilizzazione della loro identità. Altrettanto, in italiano standard è impossibile per le altre persone parlare di loro in un modo non connotato per genere, e quindi rispettoso della loro identità”.

Negli ultimi anni si sono quindi cercate soluzioni alternative, per una lingua che sia traino di una società più inclusiva, non patriarcale, e più fluida. È nato così nel 2015 il progetto “L’Italiano Inclusivo”, grazie a Luca Boschetto, appassionato di temi relativi all’inclusività di genere e linguistica che, dopo aver sperimentato le modifiche utilizzate in lingua inglese per renderla inclusiva, si è reso conto che l’italiano aveva bisogno di un intervento più radicale.

Inizialmente in luogo di “tutti” e “tutte” di volta in volta si è optato per tutt*, tuttx, tutt@ (l’asterisco resta tuttora la scelta più diffusa). Soluzioni accomunate da un limite: essere impronunciabili. Di qui la necessità di tentare una nuova strada, ritenuta da molti la più idonea. “Con l’aggiunta di soli due caratteri – si legge sempre su italianoinclusivo.it – la schwa per il singolare (ǝ) e la schwa lunga per il plurale (з), entrambe scrivibili ed entrambe pronunciabili, si risolvono tutti i problemi presenti nelle attuali soluzioni inclusive finora utilizzate”.

Così i più coraggiosi si sono lanciati. La redazione del magazine on line di cultura visiva frizzifrizzi.it racconta di aver iniziato a usare lo shwa un anno fa: “Non è stata una decisione presa a tavolino ma il prodotto naturale di una riflessione iniziata tempo prima, con in mezzo tante letture, ripensamenti, se e ma e però. Ma c’è voluto altro tempo prima di “buttarci” con un primo articolo contenente un ǝ. Da allora abbiamo cominciato a usarlo più diffusamente”. Una scelta però che ha fatto storcere il naso a più di un lettore e, badate, non stiamo parlando del gazzettino parrocchiale o dell’istituzionale Corriere della Sera ma di un magazine on line moderno e all’avanguardia che si occupa di illustrazione, street art, design molto altro. Eppure c’è chi dopo questa novità ha deciso di cancellarsi dalla newsletter indicando come motivazione proprio l’uso dello schwa, reo di aver trasformato la lettura “da momento piacevole a momento di fastidio”. Ora, nessun biasimo per questi lettori, perché è innegabile quanto un cambiamento grafico del genere possa stranire e, almeno inizialmente, disturbare.

Gli apripista ci sono stati anche in ambito istituzionale: è del 12 aprile scorso il post attraverso cui il Comune di di Castelfranco Emilia ha annunciato che da quel momento in poi avrebbe usato sui propri canali social lo schwa. Una scelta spiegata con queste parole: “Il linguaggio non è solo uno strumento per comunicare, ma anche per plasmare il modo in cui pensiamo, agiamo e viviamo le relazioni. Ecco perché abbiamo deciso di adottare un linguaggio più inclusivo. Questo non significa stravolgere la nostra lingua o le nostre abitudini, significa fare un esercizio di cura e attenzione verso tutte le persone, in modo che si sentano ugualmente rappresentate”. Una scelta che naturalmente ha scatenato reazioni sui social e non poche critiche.

E forse il problema sta proprio qui, nelle tifoserie, nelle levate di scudi, nella paura del diverso anche quando esso si manifesta sotto forma di minuscola vocale rovesciata. Diciamocelo, è improbabile che quella in corso sia una rivoluzione della lingua italiana, e di certo nessuno punterà i fucili sulle nuche dei nostri figli perché da domani, per editto Zan, inizino a rovesciare le e. Forse si dovrebbe iniziare a comprendere che la lingua è terreno fertile per sperimentazioni, oltre che prezioso strumento di espressione del proprio essere, di ideali, di un sentire comune. È la Storia che ce lo ricorda: nessuna lingua può essere creata a tavolino (cercare l’Esperanto alla voce “esperimento fallito”) e nessuna trasformazione linguistica può essere imposta dall’alto (con buona pace di Benito e del suo Minculpop). Potremmo quindi rilassarci un attimo e vivere questa fase come un interessante esperimento dal punto di vista linguistico e sociologico?

Ed è proprio l’approccio che suggerisce la sociolinguista Vera Gheno, una delle prime a proporre l’introduzione dello shwa in certi contesti come modo alternativo per rivolgersi a una moltitudine mista che magari comprenda anche persone non-binarie. “Mi piacerebbe che esperimenti di questo tipo fossero l’occasione per discutere delle ragioni che ci stanno dietro, senza inutili polarizzazioni e irrigidimenti né da una parte da una parte né dall’altra – ha spiegato a Micromega in una recente intervista – la prima volta che mi è venuta in mente l’idea dello schwa (che poi ho scoperto essere una proposta che già circolava) è stato in risposta a una persona che mi ha espresso il suo disagio nell’uso del maschile e femminile a cui l’italiano la costringeva perché non pensava a se stessa né come maschio né come femmina. Altro che imposizione dall’alto: questi ragionamenti vengono da esigenze espresse dal basso”. Per Gheno la prima obiezione che si muove in questi casi, ossia il “si è sempre fatto così” si infrangerebbe contro la dinamicità e la vitalità della lingua: “Quello che sappiamo è che siamo di fronte a due inediti nella storia: il primo è che da qualche decennio in qua le donne hanno conquistato uno spazio che non avevano mai avuto prima. E il secondo è che oggi iniziano a essere avanzate esigenze da parte di persone che non si riconoscono né nel femminile né nel maschile”.

Se quindi è innegabile che c’è un nuovo sentiero che inizia a essere battuto da sempre più persone, soprattutto sui social, luogo più adatto all’introduzione di novità e sperimentazioni, Gheno stessa evidenzia come una novità di questo tipo comporti delle insicurezze e delle oggettive difficoltà di lettura per una consistente fetta di popolazione, anziani e dislessici in primis. Se non si tiene conto di questo e si introduce la novità in modo indiscriminato e talvolta prepotente, paradossalmente un’operazione mirante all’inclusività rischia diventare ancor più discriminante per molte persone. Il dibattito resta aperto, sarebbe utile lo fossero anche le nostre menti.

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