“Ve la conto giusta”: come è nata l’idea di Selvaggia Lucarelli a TPI

Di Giulio Gambino
Pubblicato il 7 Feb. 2020 alle 13:13 Aggiornato il 7 Feb. 2020 alle 20:45
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Quando a dicembre 2018 chiamai al telefono per la prima volta Luca Telese mi rispose: “Chi cazzo sei”. Gli risposi: voglio incontrarti per proporti di scrivere sul nostro giornale online. Erano le 18. Ci eravamo da poco trasferiti nella nostra nuova redazione di via Aniene, di fianco a piazza Fiume a Roma. Venti minuti dopo era seduto davanti a me nel mio ufficio. Venne accompagnato da suo figlio Enrico. Parlammo per 20/25 minuti buoni di scarpe da ginnastica.

All’epoca diversi mi sconsigliarono di assoldare Telese. Ma io avevo in testa qualcosa di diverso. Mi interessava che venisse a TPI per le sue interviste e per il suo modo di scrivere di politica. Andai dritto, raggiungemmo un accordo e iniziammo a collaborare. Un anno dopo siamo ancora qui. E la macchina si è accesa sempre più.

Nel mondo conformista e tradizionale, ermetico (anzi: sigillato) del giornalismo, un giornale online è – ancora per poco – una scatoletta dove relegare “le pippe” del cartaceo. Ed esistendo settecentocinquantasette giornali online in Italia, tutti con lo stesso taglio e con la stessa formula, l’appiattimento è il risultato scontato. Oltre i click necessari alla sopravvivenza, serve un’identità e delle firme insieme a quelle che cresci in casa.

Così, qualche mese dopo l’arrivo di Telese, chiesi a una nostra giornalista se potesse mettermi in contatto con Selvaggia Lucarelli. Sentivo che, dopo la politica, al nostro giornale mancasse una firma portatrice di un proprio pensiero critico e in qualche modo originale nello stile.

“E che cazzo c’entra con TPI?” sbottò davanti a me un pomeriggio di quei giorni uno che di giornali ne ha fatti nascere parecchi, e di successo. Nel significato più ortodosso del giornalismo, quella domanda avrebbe avuto senso, viziata anche dal preconcetto, quasi esclusivamente italiano, che chi non appartenga alle conventicole e ai salotti buoni del giornalismo non si possa davvero considerare giornalista con la G maiuscola.

E non capendo invece che l’idea di far scrivere Selvaggia Lucarelli sul nostro giornale, e poi di arrivare a darle un incarico di responsabilità, fosse non solo perfettamente logica ma anche l’esito naturale nei confronti di chi come lei ha fiuto, sensibilità e l’abilità di porsi domande che pochi giornali spesso hanno il coraggio di porre e di porsi.

Continuerà a scrivere anche per il Fatto Quotidiano (in un binomio carta-online), realtà editoriale che ha saputo trovare una propria strada in autonomia e che cammina meritatamente con le sue gambe.

A 10 anni dalla nascita di TPI, che ricorrono ad aprile di questo 2020, trovo che la forza naturale del nostro giornale sia sopra ogni cosa proprio la sua indipendenza e la sua autonomia, il fatto cioè che non avere padroni ti permetta di ragionare fuori dal comune, dal pre-confezionato, e di irrompere sul mercato con un prodotto originale e innovativo. Come quello che sta diventando TPI ogni giorno di più.

Se siamo arrivati sin qui (e non so francamente sin dove arriveremo) è grazie al modello giornalistico, e di business, che abbiamo perseguito al di là della notorietà o meno di un collaboratore, al di là delle firme, e questo è il marchio di fabbrica del nostro giornale.

Di sbagli ne ho commessi e ne abbiamo commessi parecchi, ma la cosa più forte in assoluto che in questo decennio abbiamo condiviso con voi lettori è stata l’aver dato vita a un gruppo, a una comunità, a una famiglia editoriale.

Mi tornano in mente le parole che usai quando la scorsa estate chiesi a Giampaolo Pansa di non far morire il suo Bestiario cancellato da Panorama e di farlo rivivere online, per la prima volta su una testata web.

“Un giornale non è solo mettere in pagina ogni giorno articoli, storie, inchieste; pagare gli stipendi alle persone che ne fanno parte, rendere una macchina sostenibile: è anzitutto una comunità, una famiglia, un gruppo. Culturale e sociale, persino politico. Unito da alcuni valori, e lontano da altri disvalori. Nel nome dei quali compie e porta avanti una mission. In questo senso, dunque, un movimento culturale. Questo è vero ed è stato vero per diversi giornali. Lo è stato per quotidiani, settimanali, mensili. Dal tempo della carta al digitale, The Post Internazionale si è posto questo obiettivo dieci anni fa. Sempre nel segno della libertà. Oggi come allora”.

Quando con il vicedirettore del mio giornale Stefano Mentana, che è anche il mio migliore amico, da ragazzini cazzeggiavamo fuori dal Visconti e io gli parlavo di voler fare un giornale non avevo praticamente nulla di tutto questo in testa. Eppure era tutto già lì.

Volevo fare un giornale e abbiamo fatto un giornale. Una passione totalizzante. Che non pesa nemmeno quando facciamo le nostre dirette web streaming no-stop sugli speciali politici (4 ore e 45 minuti il record finora), e che auguro a tutti di trovare in uguale misura prima o poi nella propria vita.

I caporedattori centrali Enrico Mingori e Luca Serafini, i giornalisti di sempre – da Anna Ditta a Lara Tomasetta, Giulio Alibrandi, Marta Vigneri, Andrea Lanzetta, Benedetta Argentieri – sono per me stati finora la realizzazione di questo disegno. L’intera redazione, e i vari collaboratori, ne sono la base fondatrice, senza la quale nulla sarebbe possibile: Anton Filippo Ferrari, Clarissa Valia, Veronica Di Benedetto Montaccini, Antonio Scali, Giulia Angeletti, Carmelo Leo, Donato De Sena, Niccolò di Francesco, Cristina Migliaccio, fino ad arrivare più di recente a Luca Telese, Giampaolo Pansa, Selvaggia Lucarelli, Marco Revelli, Elisa Serafini, Giulio Cavalli, Fabio Salamida, Lorenzo Tosa, Maurizio Carta, Roberto Bertoni, Davide Lorenzano e quanti altri ancora.

Non sappiamo se con ciascuno di quelli che ho citato avremo insieme un longevo futuro, ma ciò di cui oggi sono consapevole è di poter offrire loro – da Lucarelli a Revelli passando per tutti gli altri – l’appartenenza a questo nostro gruppo, a questa nostra comunità.

E le collaborazioni che vorremmo avviare in futuro con altre e nuove possibili firme, se mai potremo permettercele, vanno proprio in questa direzione: sono cioè il tentativo di dare vita a un gruppo editoriale in grado di lasciare un segno.

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