Covid ultime 24h
casi +10.874
deceduti +89
tamponi +144.737
terapie intensive +73

Segregazione e razzismo negli Usa sono ancora realtà: viaggio nelle scuole pubbliche americane

Nelle scuole pubbliche americane lo scenario quotidiano è molto distante da come lo immaginiamo in Europa. Il commento di Giuseppe Lipari, membro del board di OBESSU, l'organizzazione europea che rappresenta gli studenti delle scuole superiori

Di Giuseppe Lipari
Pubblicato il 25 Feb. 2020 alle 13:33 Aggiornato il 26 Feb. 2020 alle 14:54
375
Immagine di copertina
Una manifestazione studentesca contro Trump a New York. Credit: EPA/JUSTIN LANE

Segregazione e razzismo negli Usa sono ancora realtà: viaggio nelle scuole pubbliche americane

Quando si pensa alla scuola negli Stati Uniti, le prime immagini che vengono in mente sono quelle dei “Prom” (balli d’istituto) o delle squadre di basket e football americano. I film e i musical dagli anni Ottanta in poi ci hanno descritto con colori e coreografie un sistema incredibilmente vario, pieno di opportunità e ormai affrancato dai pregiudizi razziali. Questa immagine, esemplificazione giovanile del sogno americano, non corrisponde purtroppo alla realtà. 

Insieme ad altri attivisti studenteschi di Africa, Asia e America Latina, mi sono recato negli Stati Uniti alla ricerca di movimenti e associazioni di studenti, con l’obiettivo di capire come mai non ci fosse un sistema organizzato che rappresentasse gli studenti medi e universitari. Appare evidentemente strano che una democrazia così antica si ritrovi senza un attore nazionale al lavoro per gli interessi dei più giovani, e da europei tenderemmo a considerare l’individualismo e l’egoismo come elementi essenziali di questa debolezza in un corpo sociale normalmente molto attivo e progressista in ogni parte del mondo. 

La situazione che ci si è mostrata davanti è stata estremamente più grave, specie per chi crede nei diritti umani e sociali, ma con ampi spazi di azione politica. Il primo incontro ad aprirci gli occhi è stato in un centro sociale della rete Make the Road a Brooklyn. Uno spazio enorme con cucina e sale riunioni, lo sportello per il supporto legale ai migranti, che è a tutti gli effetti a servizio della comunità e del quartiere, con diversi volontari e gruppi di attivisti. L’accoglienza dei compagni del gruppo di lavoro delle scuole è stata più che calorosa, e con orgoglio ci hanno mostrato subito le foto della loro attività ultraventennale. 

Ci hanno parlato del supporto medico di base gratuito per coloro che non possono permettersi una assicurazione, strumento di assistenza fondamentale in un Paese dove la sanità non è né pubblica né gratuita, che non può non ricordarci l’azione che Emergency si è trovata a dover fare in alcuni quartieri delle nostre città quando i Governi Berlusconi chiedevano ai medici di denunciare i migranti al pronto soccorso, e quando la sanità ha iniziato a diventare un lusso anche per gli italiani. 

Poi la questione dei fondi per i giovani, quando riuscirono a fermare il governo di New York che aveva intenzione di tagliare il sostegno alle politiche giovanili e di integrazione, per finanziare al loro posto la costruzione di nuove carceri minorili. Una vittoria del territorio dal sapore redistributivo che non lasciò passare una visione securitaria e razzista dello sviluppo delle periferie e della città. 

Razzista come alcuni arresti, e persino alcuni omicidi di ragazzi neri e “latinos”, compiuti da parte della polizia negli scorsi anni, e che hanno portato il quartiere a mobilitarsi ottenendo anche il licenziamento di alcuni dirigenti che avevano infangato la divisa e fatto tutt’altro che il proprio dovere. Un limite, dal basso, ad una spirale di odio che avrebbe potuto portare a violenze ben più gravi. 

La vocazione prettamente territoriale e comunitaria di questo gruppo è stata assolutamente interessante, specie se si considera che la sua componente studentesca si riunisce tra le due e le tre volte la settimana, con una partecipazione attiva notevole e metodi di educazione non formale all’avanguardia. L’idea che, però, questi problemi fossero legati unicamente alla periferia newyorkese ci ha dovuti lasciare quando ci siamo spostati nella vicina Pennsylvania a Philadelphia, dove il sindacato studentesco delle scuole della città ci ha illuminato sulla natura strutturale e costante di tutto ciò nel Paese. 

Senza spazi di effettiva partecipazione studentesca, nelle scuole americane si prospetta uno scenario quotidiano indegno e quanto mai distante dalle premesse di questo articolo. Prima questione, come sempre, la sicurezza, ma non come ce la immagineremmo. Effettivamente la polizia ha libero accesso negli istituti scolastici, e senza chiare disposizioni, è l’arbitrio a regnare. Ragazzi arrestati all’ordine del giorno, quasi mai per ragioni che portano ad un processo, a causa sia di forze dell’ordine disorganizzate, che di un ambiente fatto di soli doveri e mai di diritti, che produce ambiguità, ribellione e a volte anche illegalità. La repressione continua è collegata alla difficoltà di costruzione di comunità in scuole dove le classi sono sovraffollate, mancano i servizi essenziali, le strutture scolastiche cadono a pezzi e spesso mancano i fondi per allestire le attività sportive. 

I ragazzi della Student Union di Philadelphia fanno un lavoro incredibile nel cercare di portare la consapevolezza dei propri diritti tra gli studenti, nel portare la modernità tra i ragazzi con i nuovi metodi di insegnamento e apprendimento che permettono anche ai ragazzi più timidi di farsi coraggio e prendere la parola, ma in un contesto a dir poco avverso dove l’aspetto pubblico del diritto allo studio continua ad essere messo in secondo piano dalla politica e dalle istituzioni. 

Ecco che cosa mancava nella nostra percezione iniziale della scuola americana, l’aggettivo “pubblica”. Le scuole amministrate dallo Stato, autonome e scoordinate, non hanno i fondi per fare ciò che dovrebbero, e in contrasto con le scuole private piene di risorse, danno luogo ad una riproduzione sociale classista, razzista e segregazionista. 

Riprendo questo termine non a caso, poiché, rientrati a New York, lo troviamo sulla prima pagina di un giornale studentesco che titola “65 ANNI DOPO, RITIRATE LA SEGREGAZIONE”. Gli autori sono i ragazzi di IntegrateNYC, una associazione di volontari di scuole medie, superiori e università, che si batte contro la segregazione razziale. Anche lo slogan #RetireSegregation ci ha stupiti, visto che la segregazione è sulla carta illegale da appunto 65 anni, e soprattutto è sempre stata per noi un fenomeno limitato agli Stati del Sud degli Usa, non del Nord antischiavista e innovatore. 

E invece, non avendo mai ufficializzato la segregazione, ma avendola implementata di fatto con la quasi totale assenza di sostegno pubblico agli studenti neri e immigrati, proprio il Nord fu escluso dagli effetti della sentenza che obbligò gli Stati del Sud a includere tutti gli studenti negli stessi ambienti e percorsi di studio, e proprio New York è sede delle scuole più segregate d’America

Ai ragazzi neri delle periferie è di fatto impedito l’accesso alle scuole tecniche pubbliche più ambite, poiché nessuno gli fornisce una preparazione adeguata per i selettivissimi test, necessaria in sede privata e costosa, mancano gli interpreti per i ragazzi appena arrivati che non parlano ancora l’inglese, 17mila studenti di colore non hanno accesso ad alcuna attività sportiva (Fair Play Coaltion, 2018) e la metà delle scuole della città non insegna musica (Ed Trust, 2018): solo la punta dell’iceberg di un sistema scolastico che non garantisce neanche lo studio delle stesse materie ai ragazzi nelle scuole dello stesso indirizzo ma di quartieri diversi

Anche i ragazzi di IntegrateNYC poi ci illustrano la follia della concezione securitaria dei luoghi della conoscenza, mostrandoci un dato del Center for Popular Democracy secondo il quale nelle scuole di New York ci sarebbero più di 5500 agenti di polizia, mentre gli assistenti alla didattica e i lavoratori di ambito sociale, negli stessi istituti, sarebbero 4050, mettendo in chiaro un disegno repressivo che è tutt’altro che al servizio degli studenti e della Città. Ragazzi giovanissimi (il più giovane in sala aveva 12 anni) ma motivatissimi a difendere i propri diritti e a confrontarsi con la politica in modo critico, come ha dimostrato la loro manifestazione contro le condizioni delle scuole della città, sfidando direttamente il sindaco democratico Bill De Blasio, mettendo i bastoni tra le ruote ad una politica progressista più mediatica che di sostanza. 

Le potenzialità sono enormi, proprio perché c’è tanto, tantissimo, da cambiare nelle scuole americane, e per la ricchezza organizzativa che si sta maturando sui territori. Se in politica personaggi come Alexandria Ocasio Cortez, Julia Salazar e Ilhan Omar stanno mettendo insieme energie e speranze giovani dentro e fuori i propri collegi elettorali, ancora nella rappresentanza sociale studentesca una visione comune manca negli Stati Uniti, ma non è detto che non possa nascere da qui a breve, considerando la volontà crescente di molti soggetti studenteschi a integrarsi e i nuovi spazi di confronto tra attivisti che stanno nascendo intorno a Bernie Sanders, ma anche ad altri candidati democratici ed in generale nella battaglia contro Trump e la destra

Leggi anche:

Chicago, dove si spara ogni due ore e ci sono due morti al giorno: il reportage di TPI | VIDEO

375
Accesso

Se non ricordi la tua password o in precedenza usavi un account social (Facebook, Google) per accedere, richiedi una nuova password.