Covid ultime 24h
casi +15.199
deceduti +127
tamponi +177.848
terapie intensive +56

Perché non dovremmo guardare Tiger King

Di Piero Luigi Sevolta
Pubblicato il 1 Apr. 2020 alle 19:04 Aggiornato il 2 Apr. 2020 alle 13:59
124
Immagine di copertina

L’hanno chiamato “effetto Gomorra”, nella sua ultima manifestazione a livello globale, ma tornando indietro è sempre lo stesso effetto Pulp Fiction, effetto Il Padrino, effetto-qualsiasi-prodotto-televisivo-o-cinematografico in cui la telecamera racconta i cattivi. Ha un’ottica speciale, una specie di grandangolo che deformando i bordi dello schermo diluisce anche quelli della storia, finendo per trasformare gli stessi protagonisti, sfumando la loro silhouette morale fortemente negativa e facendoli somigliare, infine, a qualcuno per cui provare simpatia, con cui provare empatia e dalla cui parte, tutto sommato, stare. Alla fine qualche matto che vuole essere Genny Savastano lo troverai sempre, ma è il rischio che bisogna correre per raccontare la realtà attraverso la finzione. A qualcuno avrà fatto pena pure l’Adolf Hitler ritratto ne La Caduta, disperato nel bunker, ma bisogna pur raccontare che il male è banale e che un amante degli animali può progettare le camere a gas e sterminare sei milioni di ebrei.

Tutti questi sono film, epopee immaginarie o biografie che, per quanto accurate, sono pur sempre messe in scena da attori. L’ultimo scintillante prodotto di Netflix, uscito pochi giorni fa, è invece un documentario, un incredibile documentario che sposta il gioco nella vita reale, con i suoi veri protagonisti e comparse, carnefici e vittime, e li mischia così tanto da rendere la matassa indipanabile. Si chiama Tiger King e racconta una storia così vera da sembrare finta. Il protagonista è Joe Exotic, un “gay emarginato con un sacco di armi e un taglio alla tedesca” come si definisce lui stesso. Gestisce un grande parco di tigri in Oklahoma, ha due mariti, un sacco di droga e, più di ogni altra cosa, odia Carole Baskin. Carole Baskin è invece una milionaria, grazie all’eredità di un marito scomparso in circostanze misteriose, a capo di una fondazione che vuole salvare i grandi felini dagli zoo e dalla compravendita illecita e che entra quindi in conflitto con Joe Exotic. Intorno a questo dualismo si dipana un’incredibile, mi tocca ripeterlo, storia in sette puntate più veloci di una scarica di mitra, in cui compaiono personaggi strampalati, tenutari di bordelli di tigri e donne, truffatori di Vegas, rifiuti della società che diventano addestratori di leoni, suicidi, tentati omicidi, un sacco di droga e di pistole e retroscena inquietanti. Fosse stato un film, l’avremmo bollato come un b-movie frutto della mente di qualcuno a cui mischiare Ace Ventura, Sandokan, Breaking Bad e l’omicidio Gucci sembrava all’inizio una buona idea. Il fatto che sia una docu-serie l’ha reso invece esplosivo, irresistibile per critica e pubblico. Su Rotten Tomatoes ha un punteggio di critica del 98% e Business Insider l’ha definito “Una delle cose più viste su Neflix di sempre”.

In America è già di culto, e ha conquistato il cuore di tantissime star, da Kim Kardashian a Cardi B. E qui comincia il problema. Perché ad aver fatto breccia nelle emozioni dell’osservatore non è solo l’incredibile (ancora una volta) assurdità (ci risiamo) della storia, ma anche e soprattutto Joe Exotic in persona. Bisogna allora ricordare chi è davvero, questo Joe Passage Maldonado che poi ha cambiato nome per trasformarsi in una specie di personaggio di Jim Carrey. Joe Exotic è un criminale. Traffica animali protetti, compravende cuccioli di tigre, li tiene in gabbia, li uccide quando diventano troppo onerosi da mantenere. Circuisce giovani con problemi familiari, di droga o più generalmente esistenziali e li lega a sé, plasmando le loro menti e spingendone uno, addirittura, al suicidio. È un folle violento, che non solo incita per anni il suo pubblico (la sua web tv trasmette 24 ore su 24) a odiare Carole Baskin, che raffigura a volte come una testa in formalina o come una bambola gonfiabile (ci ricorda qualcuno?) a cui sparare un colpo in fronte. Alla fine arriva a pagare un sicario e a progettare l’omicidio della filantropa che, con una causa milionaria per un’idiota questione di copyright, l’ha ridotto al verde. Omicidio alla fine sventato per la collaborazione di alcuni dei protagonisti con l’FBI, ma il cui tentativo, assieme ad altri capi d’imputazione riguardanti il maltrattamento degli animali, ha fruttato a Joe Exotic una condanna a 22 anni di carcere. La sta scontando dall’inizio del 2020 in un carcere federale.

Eppure, alla fine delle sette puntate, Joe Exotic ti sta simpatico. Ti ha fatto ridere, è buffo ed eccentrico, ha un passato da protettore degli animali e ti dà l’idea di esser stato incastrato. Empatizzi, provi pena per lui, lo vorresti libero, trovi che i colpevoli siano altri, come il filibustiere Jeff Lowe, il viscido James Garretson o i tanti voltafaccia che hanno pugnalato alle spalle Joe dopo decenni di amicizia, sentimenti e onorato servizio. Più colpevole di tutti trovi Carole Baskin, che salva le tigri ma a sua volta ci guadagna, che è antipatica e non te la racconta tutta, che è stata perfino denunciata per violenze e minacce di morte dal marito milionario, proprio appena prima che scomparisse senza lasciare traccia. Le lunghe inquadrature, corredate di musichetta-suspense e una voce narrante che ne snocciola le controversie, la rendono fastidiosa, insopportabilmente maestrina, assolutamente degna di sospetto e probabilmente pericolosa. E alla fine il delitto è compiuto. Non quello di Carole Baskin, che è viva e vegeta nella sua BigCat Rescue Foundation. Ma quello dello spettatore, che inconsciamente e un frame alla volta passa dalla parte dei carnefici. E l’opinione pubblica lo segue.

Kim Kardashian e Kanye West, come riporta il sito americano higsnobiety.com, sarebbero in trattative con Donald Trump per ridurre, commutare o addirittura condonare la pena di Joe Exotic. La rapper Cardi B., come scrive su Twitter, vorrebbe lanciare una raccolta fondi a favore del Re delle Tigri. E infine, come riporta Il Post, uno sceriffo dell’Arizona sarebbe intenzionato ad aprire il cold-case sulla scomparsa del marito di Carole Baskin, assecondando le supposizioni del nostro ormai beniamino secondo cui la Baskin l’avrebbe ucciso e poi passato nel tritacarne per far sparire il corpo. E chissà quanti ancora devono arrivare, a prendere le difese del trafficante di animali, pianificatore di omicidi, manipolatore seriale. Ma, che cavolo, così buffo e simpatico. Tutto questo supera l’effetto Gomorra. Non dobbiamo più nemmeno compiere il lungo percorso di empatizzazione con un criminale fittizio, impersonato da un bell’attore, trasformarlo in realtà e poi alla fine nel caso emularlo, coscienti che tutto ciò è sbagliato, che ne pagheremo poi le conseguenze. Ora abbiamo un personaggio reale, esistente, è davanti a noi con il suo orribile taglio di capelli, le sue pistole e le sue meschinità. E niente, gli vogliamo già bene. Tiger King è un prodotto magnifico, un documentario irresistibile, un racconto senza pari. Ma se non possiamo ricordarci che la legge è sopra le emozioni, che la storia è la somma di grandi rivelazioni ma anche di infiniti particolari omessi dalle telecamere e dalle intenzioni dei registi, e soprattutto se non riusciamo ad accettare che i buoni possano essere antipatici, allora non dovremmo guardare Tiger King.

Leggi anche:

1. Quante persone sono morte davvero per Coronavirus in Lombardia? / 2. Cari virologi, restate uniti invece di litigare su chi ha sperimentato prima il farmaco Tocilizumab / 3. Roberto Burioni non ha sempre ragione

124
Accesso

Se non ricordi la tua password o in precedenza usavi un account social (Facebook, Google) per accedere, richiedi una nuova password.