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In questa crisi di governo non si parla della cosa che più preoccupa Salvini: Moscopoli (di Giampaolo Pansa)

Tutti zitti, a cominciare dai senatori del Pd

Di Giampaolo Pansa
Pubblicato il 15 Ago. 2019 alle 00:01 Aggiornato il 27 Set. 2019 alle 16:02
Immagine di copertina
Il leader leghista Matteo Salvini durante il dibattito in Senato del 13 agosto 2019. Credit: Filippo MONTEFORTE / AFP

A volte la televisione serve più di molte pagine stampate. Ti fa comprendere subito il senso profondo di un evento e ti aiuta a misurare la statura dei suoi protagonisti. È accaduto anche martedì pomeriggio nel dibattito al Senato sulla sorte del governo Conte. Si doveva mandarlo a casa oppure lasciarlo in vita ancora per un po’ di tempo? Alla fine si è scelta una soluzione gradita anche allo zar leghista, Matteo Salvini che potrà continuare nella sua propaganda. Mentre l’avvocato Giuseppe Conte è stato messo sotto una tenda all’ossigeno e verrà dichiarato defunto un’altra volta.

Nulla di nuovo sotto il sole malato della politica italiana? Sembrerebbe di sì. Ma il dibattito trasmesso in diretta dalla tivù ci ha mostrato per l’ennesima volta una verità che non sempre ci è chiara. Nel palazzo dei partiti il vero uomo forte è il Dittatore leghista. Tutti gli altri partiti sono dei malati quasi terminali. Disposti a cedere il passo al leader della Lega. Del resto hanno obbedito al suo ordine: muovete il culo e venite a Palazzo Madama per firmare un’altra volta la vostra resa.

Perché il Pansa è così severo nei confronti del Partito democratico e della ciurma degli altri oppositori del Dittatore leghista? Il motivo è soprattutto uno. Nella sarabanda di interventi che ci hanno offerto in Senato non è stata pronunciata una parola sola sulla questione che più preoccupa il Sultano: la faccenda dei rubli che avrebbe cercato di incassare da Vladimir Putin, il padrone della Russia.

So bene che per il momento non esiste una prova che la Lega si sia pappata quel malloppo di dollari. C’è un’inchiesta della magistratura italiana, e nessuno è in grado di dire come si concluderà. Ma il giornalismo non può rinchiudersi nella gabbia delle carte bollate. Ci sono molte altre fonti che possono aiutarci a comprendere come si muove un partito, soprattutto quando è alla guida di un paese. Se ai tempi di Tangentopoli, all’inizio degli anni Novanta, la carta stampata si fosse fermata ad aspettare le sentenze della magistratura, la storia italiana sarebbe stata molto diversa.

Nel mio libro pubblicato in giugno dalla Rizzoli, intitolato “Il Dittatore” e tutto dedicato all’ascesa di Salvini, non avevo dedicato neppure una riga a Moscopoli per la semplice ragione che la storiaccia non era ancora venuta alla luce. Ma adesso sappiamo che la storiaccia esiste e sembra essere la più fastidiosa per Salvini. Anche per la presenza di personaggi a lui molto vicini, a cominciare dal mediatore dell’affare, il suo vecchio amico Savoini, abituato a fare la spola tra Milano e Mosca. A volte in compagnia di un certo signor D’Amico, il consulente di Salvini sulla politica internazionale. Sino a oggi, e siamo alla metà di agosto del 2019, Savoini è stato convocato dalla magistratura italiana, però ha rifiutato di rispondere. Ma prima o poi dovrà farlo. E allora scopriremo se è riuscito a portare a casa la provvista per le spesucce della Lega. A quel punto scoppierà lo scandalo di Moscopoli e ne vedremo delle belle. Per il momento tutto tace.

Nella mia ingenuità di cronista che ha sempre avuto troppa fiducia nella politica italiana, mi sono stupito che martedì 13 agosto, nel dibattito in Senato sulla sorte del governo Conte, le opposizioni non abbiano mai accennato a Moscopoli. Avrebbero potuto farlo senza problemi, poiché nelle aule parlamentari la libertà di parola è sacra. Invece tutti sono stati zitti, a cominciare dal capogruppo dei senatori del Partito democratico, che ha dimenticato persino di avere presentato una mozione di sfiducia a Salvini proprio sull’argomento. Coraggio compagni, vi conviene prendere la tessera della Lega. In questo modo i vostri elettori potranno sputarvi in faccia e abbandonarvi al piacere di inchinarvi al Dittatore.

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