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I penultimatum di Renzi al governo sono diventati una barzelletta

Il leader di Italia Viva odia l’ombra quasi quanto ama se stesso: per questo minaccia una crisi in piena pandemia. L'opinione di Giulio Cavalli

Di Giulio Cavalli
Pubblicato il 16 Dic. 2020 alle 17:18 Aggiornato il 16 Dic. 2020 alle 19:08
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L’analisi politica più ficcante proviene dall’account satirico Lercio che inventandosi un finto titolo scrive «Renzi: “Coronavirus problema serio, ma torniamo a parlare di me”». Perché lui, Renzi, in questi giorni non è per niente “sereno” anzi è addirittura elettrizzato come gli capita ogni volta che il suo nome circola sulle bocche dei cronisti parlamentari e degli editorialisti: inventarsi una crisi di governo in piena pandemia gli fa guadagnare paginate di giornali che potrebbe solo sognarsi con il suo partito mai decollato. Però Renzi è così, gode nel minacciare di fare fallire le feste degli altri non potendo, da tempo, organizzarne una sua.

Il leader di Italia Viva, quello che doveva abbandonare la politica perché “io sono diverso da tutti gli altri” e invece è ancora qui, si prepara a diventare il più grande uomo dei penultimatum della storia della politica italiana, sempre intento a sventolare un amor di patria che è solo un amor proprio mal travestito e dopo avere detto di voler fare cadere il governo ha precisato di non voler cadere il governo e poi subito dopo ipotizza di trovare un’altra maggioranza in Parlamento poi dice di volere parlare con Giuseppe Conte e poi non si presenta all’incontro con Giuseppe Conte e poi va in televisione a dettare le sue condizioni aggiungendone di nuove.

È partito con la richiesta di cancellare la cabina di regia del Recovery Fund e ora chiede al governo di dire di sì al Mes. Il suo modo di alimentare il dibattito? Come i bambini che litigano durante la partitella in cortile: “o fate come dico io oppure ritiro i miei ministri”, dice Renzi. Notare i ministri che sono “suoi”, ovviamente, secondo la solita logica padronale con cui intende la politica. Nega la volontà di un rimpasto (“non siamo alla ricerca di uno sgabello ma vogliamo che l’Italia torni a correre”) ma intanto chiede “una squadra più forte perché ci sono da spendere 200 miliardi di euro da gestire per i prossimi 30 anni”. Chi ci capisce qualcosa è bravo.

Ma il punto sostanziale di tutta questa caciara è un altro: Renzi e i suoi non farebbero mai cadere il governo perché temono le elezioni come il fuoco viste le risicate percentuali della creatura politica del senatore di Rignano. Lui sa benissimo che non potrebbe superare la soglia di sbarramento e sa benissimo che solo con un artificio parlamentare riesce a ottenere quello spicchio di visibilità che sfrutta con tutta questa foga. Un eventuale ritorno alle urne determinerebbe ora la sua esclusione dal Parlamento e quindi la sua caduta nell’ombra. E Renzi odia l’ombra quasi quanto ama se stesso.

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