Sciogliere il Partito Democratico. L’idea che manda in tilt i notabili di sinistra

Di Alessia Bausone
Pubblicato il 8 Giu. 2020 alle 07:32 Aggiornato il 8 Giu. 2020 alle 08:27
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In principio fu Carlo Calenda che in una delle sue ben note bordate su Twitter, nel luglio del 2018, disse sul Partito Democratico che: “Bisogna scioglierlo e rifondare un movimento che porti dentro gente nuova e recuperi allo stesso tempo le persone in gamba che ci sono ma che non riescono a emergere. Oramai i rancori sono troppo radicati e così l’autoreferenzialità. Meglio ripartire da un foglio bianco”. Pochi mesi dopo, nel settembre 2018, alla festa di Left Wing, Matteo Orfini, allora Presidente del PD (e oggi sua coscienza critica), rilanciò l’idea: “Stracciamo lo statuto del Pd, sciogliamolo e rifondiamolo. Il partito com’è oggi non funziona. Non serve cambiare nome. Mettiamo insieme un pezzo di paese che non condivide le politiche di questo governo”.

All’epoca l’uscita di Orfini suscitò la risposta piccata di Nicola Zingaretti: “Pur di non far vincere me (al congresso, ndr) preferiscono far chiudere il Partito democratico”.Un anno e mezzo dopo, da segretario che voleva “spazzare via correntismo e notabilato”, annuncia la sua svolta orfiniana. “Vinciamo in Emilia Romagna e poi cambio tutto: sciolgo il Pd e lancio il nuovo partito”, salvo poi far dietrofront di fronte agli altolà delle correnti e dei notabili, dichiarando: “Non penso a un nuovo partito, ma a un partito nuovo”, arrivando a coniare lo slogan della pubblicità di una marca di pennelli degli anni ’80.

Gli stessi notabili che tengono “segretato politicamente” Nicola Zingaretti, si riunirono con lui in ritiro a metà gennaio all’abbazia di San Pastore nel Retino. Nel conclave francescano è partito il niet alla cosa nuova bisbigliata dal segretario nazionale pochi giorni prima, tant’è che Valeria Fedeli dichiarò in tono scherzoso, ma, forse, non troppo: “Qui fa un freddo pazzesco e siamo tutti congelati. Ecco, congeliamoci e restiamo il PD”. Da qui si scelse, sfruttando la corposa modifica (ben 47 articoli) dello Statuto del PD approvata dalla Commissione Martina nel novembre 2019, di indire un congresso straordinario, lanciato da Zingaretti come un appuntamento tematico. Squisitamente tematico, ossia senza alcuna conta interna, senza nomine e, soprattutto, senza la gara per un nuovo segretario, nonostante l’area ex-renziana di Lotti mugugnasse di volere un congresso classico (forse, con una sfida Zingaretti-Gori) in cui si decidesse se continuare nella linea di governo (nazionale e non solo) con il Movimento 5 stelle.

Ma, nonostante il rallentamento della politica per l’emergenza Covid-19, ci ha pensato oggi la deputata Enza Bruno Bossio ad oliare l’arrugginito dibattito interno al Partito Democratico. Nell’anniversario della morte di Enrico Berlinguer, Bruno Bossio sui social rilancia l’idea che fu di Calenda e Orfini con una dichiarazione a cui è annessa una sciabolata indirizzata alla classe dirigente nazionale del PD: “Quando muore un leader, improvvisamente, si ha subito la percezione che nulla sarà più come prima. E il dopo, invece di costringere ad imparare dagli errori del passato, spesso ne svuota il guscio e li lascia fermentare fino a diventare colpe irreparabili. Così è stato per il PCI, che certo doveva essere superato, soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino, ma non poteva essere rinnegato senza fare i conti con la propria storia. E oggi dopo 36 anni abbiamo un partito maldiretto da un gruppo dirigente senza carisma, ma con tutti i vizi del minoritarismo comunista. Aveva ragione Orfini quando ha cercato in tutti i modi di opporsi alla celebrazione stanca di un congresso di un Pd senza storia che ha eletto per inerzia Nicola Zingaretti. E allora facciamolo adesso! Sciogliamo il Pd”.

Ecco che interessanti ed attuali appaiono le riflessioni dell’ex presidente della società italiana studi elettorali Antonio Florida, che definì il PD “un partito sbagliato” perché “mal concepito e mal funzionante per le caratteristiche del suo impianto organizzativo e per il modello di democrazia a cui si sono ispirate le sue procedure decisionali; ma anche perché ha preteso di poter fare a meno di una propria, specifica identità politica e culturale, di potersi reggere senza un patrimonio comune di idee e di principi”, rivelatosi un “partito ipotetico”, come lo definì, il giornalista Edmondo Berselli nel 2008 pensando alla mancata creazione di un’identità condivisa del PD, mancanza foriera di “divisioni laceranti, sul nascere o in initere”.

Una visione quasi profetica quella di Berselli rispetto ad un PD sì, sopravvissuto a varie scissioni negli ultimi due anni (con la nascita prima di LeU di Bersani-Speranza-D’Alema, poi di Azione! con Calenda e Richetti e, infine, di Italia Viva di Renzi), ma con davanti la scelta di appiattirsi dietro le adesioni spot di Laura Boldrini e Beatrice Lorenzin, di impiattarsi alla corte della triade Stefano Bonaccini-Vincenzo De Luca-Michele Emiliano, che vedono il PD più come un peso che un valore aggiunto o di spalmarsi sulle Sardine, anch’esse alla ricerca di un nuovo manifesto di valori e di qualcosa di nuovo da dire in TV; oppure, ancora, di seguire l’idea impronunciabile, ma pronunciata da Calenda-Orfini-Bruno Bossio.

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