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La maggioranza Draghi è solo emergenziale: il futuro del Pd è nell’alleanza con M5S e Leu (di E. Montino)

Di Esterino Montino
Pubblicato il 15 Feb. 2021 alle 17:45
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Immagine di copertina
Una porzione del murales sul nuovo Governo Conte bis comparso in piazza Capizucchi a Roma nel settembre 2019. Nella figura integrale dell'opera, oltre a Zingaretti, Conte e Di Maio, compare anche Renzi. Credit: ANSA/ANGELO CARCONI

Renzi chiama, Nardella e Lotti rispondono. Perché, sostanzialmente, la lettera al direttore de La Stampa del leader di Italia Viva e le interviste al sindaco di Firenze e al capo di Base Riformista su La Nazione, uscite domenica scorsa, dicono la stessa cosa, all’indomani della nascita del governo Draghi.

Considero il dibattito interno al Pd una ricchezza, sia chiaro. Come considero un bene il fatto che una buona parte della componente renziana sia rimasta dentro il partito, invece di seguire l’ex segretario. Ciò non toglie, però, che la vocazione maggioritaria, che non punti a ricreare un campo largo di centro sinistra, sia un errore.

E lo è ancora di più continuare a guardare al centro, peggio al centro destra. Un’area, per altro, più che sovraffollata. È una strategia che abbiamo conosciuto e che ci ha portato a ben due scissioni e quasi alla distruzione del partito stesso. Un processo interrotto, fortunatamente, dall’attuale segreteria.

Se il Pd non fosse stato serio, affidabile, leale con gli alleati M5S, Leu e anche Italia Viva, questa fase sarebbe andata in modo completamente diverso e, forse, il governo Draghi non sarebbe mai nato.

Perché se il M5S, che pure sta vivendo un momento di travaglio che probabilmente provocherà qualche perdita, non avesse fatto un percorso di crescita politica verso l’europeismo e di progressivo distacco dalla pura protesta anti-sistema, non ci sarebbe stata una maggioranza. Quel processo è frutto dell’alleanza, leale, con il Pd e con Leu: è un fatto.

Un lavoro comune che ci ha permesso di presentarci a Draghi con una maggioranza già pronta e affidabile. Ne sono prova le tante riconferme dei ministeri del Conte bis.

Certo, alcune cose non hanno funzionato e su questo bisognerà fare autocritica e porre rimedio. Parlo, naturalmente, della rappresentanza delle donne: scarsa, evidentemente, e senza nemmeno una donna del nostro partito, che pure ha tantissime rappresentanti preparate al pari, se non di più, degli uomini e che, invece, sono rimaste fuori.

Una frattura che va sanata, specialmente in un momento in cui è evidente come siano proprio le donne a pagare il prezzo più alto della pandemia.

E poi c’è la questione del Sud, anch’esso con una scarsa rappresentanza nel governo, molto sbilanciato verso il Nord, soprattutto nei ministeri chiave, quelli che più di altri devono promuovere politiche di sviluppo economico e sociale di cui il Sud ha vitale bisogno.

Ma tutto questo, insieme a tutti gli altri temi determinanti (ecologia, evoluzione digitale, lavoro, diritti) il Pd lo ha nel suo Dna e lo deve promuovere riscoprendo la propria tradizione di sinistra e di centro sinistra, parlando alle forze politiche e sociali che stanno in quell’aera e che vivono, anche loro, un vuoto di rappresentanza.

Questo si può fare consolidando l’alleanza che si è creata con il Conte bis, a tutti i livelli politici e territoriali. E allargandola guardando alla sinistra e al centro sinistra, non certo tornando al passato e ripercorrendo strade che non appartengono alla nostra storia e che ci hanno portati al minimo storico.

La compagine che appoggia Draghi non è una maggioranza politica: è un fronte comune che serve ad affrontare l’emergenza. Questo deve essere chiaro per tutti. Più ci avviciniamo all’assemblea prima e al congresso poi più questa linea deve essere inequivocabile.

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