Icona app
Leggi TPI direttamente dalla nostra app: facile, veloce e senza pubblicità
Installa
Banner abbonamento
Cerca
Ultimo aggiornamento ore 22:01
Immagine autore
Gambino
Immagine autore
Telese
Immagine autore
Mentana
Immagine autore
Revelli
Immagine autore
Stille
Immagine autore
Urbinati
Immagine autore
Dimassi
Immagine autore
Cavalli
Immagine autore
Antonellis
Immagine autore
Serafini
Immagine autore
Bocca
Immagine autore
Sabelli Fioretti
Immagine autore
Di Battista
Home » Opinioni

Perché non ci parliamo più? La paralisi del linguaggio (e delle emozioni) ai tempi di WhatsApp

Immagine di copertina
Illustrazione di Gianluca Costantini

Oggi comunichiamo solo tramite sms, WhatsApp e note vocali. E non parliamo più. I dialoghi, anche quelli più profondi e importanti, avvengono incredibilmente perlopiù in forma scritta. Tramite codici che corrispondono a parole. Col risultato, però, che il linguaggio si è appiattito, il nostro vocabolario impoverito e il modo di esprimere i nostri sentimenti gravemente limitato. E che noi umani ci capiamo sempre meno

Nel giorno della morte di Andrea Camilleri, ho letto una frase che mi ha colpito. Questa:

“Gli innamorati non perdono tempo a scrivere ‘ti voglio bene’, mandano una sigla, tvb. E se si vuole far partecipi gli amici di un dolore o di una gioia, basta inviare loro il disegnino che mostra un faccino triste o sorridente. L’omologazione assoluta. Spero che i poeti, gli scrittori, gli artisti, gli scienziati continuino a scrivere lunghe lettere agli amici, ai colleghi, alle loro donne. Altrimenti i nostri posteri non capiranno nulla dei nostri sentimenti, di com’eravamo” (da Segnali di fumo).

Mi ha fatto venire in mente una cosa. E cioè che oggi dai 13-18enni, nati tra il 2006 e il 2001, ai 35-40enni nati tra il 1984 e il 1980 c’è un’intera generazione che comunica in larghissima parte non più con le parole ma tramite una serie di codici che digita su una tastiera e che corrispondono a parole. Non più parlate, ma scritte. Quasi esclusivamente scritte.

Non più parole scritte per intero, non più concetti argomentati, ma la loro sterilizzazione. Col risultato che il linguaggio di tutti si è appiattito in modo considerevole, il nostro vocabolario fortemente impoverito e il modo di esprimere i nostri sentimenti gravemente limitato. Di lì una serie di abbreviazioni, stravolgimenti e forzature. Tutte in nome della brevità e della sintesi estrema, che spesso sfocia in privazione del significato stesso di ciò che scriviamo o, peggio, nel totale stravolgimento di ciò che intendiamo.

E quindi giù di incomprensioni che da lì scaturiscono, visto e considerato che chi legge non interpreta quella stessa serie di codici così come noi magari li interpretiamo.

È la crisi della comunicazione allo stato brado. Non politica o istituzionale, ma umana. Esseri umani che fanno fatica a parlarsi e a capirsi. Perché non parlano più.

In assenza della scrittura, o quando non ci va di fare nemmeno quello, inviamo sempre più spesso note vocali (“Ti mando un vocale / di 10 minuti / soltanto per dirti / quanto sono felice”). Con il risultato, anche qui, che non ci rendiamo conto che sempre di più stiamo comunicando con un oggetto che invia sms e/o WhatsApp, o con un microfono che registra la nostra voce e la invia al nostro destinatario.

Inviare note vocali. Inviare note vocali da 5 secondi per dire aprimi o sto arrivando. E inviare note vocali di 10 minuti per dire quanto sono felice o raccontarti la mia ultima notte fuori. Inviare note vocali vuol dire tu con il telefono in mano, un dito premuto su REC e la bocca rivolta al microfono per dare fiato e dire la tua. È brutto, lo è esteticamente e persino simbolicamente: l’orecchio non è alla cornetta per ascoltare. Sono io che parlo e basta. Tu ascolti, e non puoi fare altro. Poi, se mai, ribatti e rispondi. E in caso ascolto.

Comprendo la comodità delle note vocali, dei messaggini o dei whatsappini, di cui peraltro io stesso talvolta abuso, ma rileggendo queste parole di Camilleri ho riflettuto a lungo. Capisco anche la velocità di cui oggi ci nutriamo e la necessità di fare due cose in una, ma alle volte è proprio più facile telefonarsi di inviare un vocale.

Da ritardatario cronico, telefonarsi anziché mandare un nota è anche meglio perché invece di dirti che sto arrivando e inviarti un austero messaggio vocale che rischia di urtarti ancora di più, telefonandoti prendo tempo e in quel lasso di tempo ti dico che sto arrivando finché non mi vedi arrivare.

Abusare di messaggi vocali, WhatsApp e sms – rinunciare ovvero sia alle parole – annulla l’importanza che hanno le parole, i sentimenti ad esse associate, le sensazioni che derivano dal dialogo. Rischia di non rimanere più nulla.

E talvolta passano giorni che non si sentano amici cari e parenti, se non in questo modo. Persino del botta e risposta non rimane più niente, del contraddittorio, del diritto di replica. Tutto è azzerato. E si perde l’anima della conversazione.

C’è un amico e collega che regolarmente, ogni 3-5 giorni, mi scrive su Messenger Facebook (strumento che uso quasi solo per lavoro ormai) e si lamenta del fatto che io risponda telegraficamente. Lo fanno diverse persone. Due-tre parole, ok, va bene, vediamo, grazie.

Ma come mai non rispondi, non hai voglia di parlare, cosa c’è. No, non è che non abbia voglia di parlare, è che non voglio chattare (se non per più di 5 secondi, con chiunque, e a meno di condizioni particolari). Preferisco parlare. Dialogare. Non leggere interi papiri via WhatsApp, Messenger o altro.

Camilleri invita tutti a scrivere lettere, pensieri e sentimenti. Quanto ha ragione. Intanto però torniamo a chiamarci. Alziamo il telefono e chiamiamo. Telefoniamoci. Ora, non tra vent’anni. Anzi, lo dico proprio a te: alza il telefono e chiama.

Rinuncia alla pigrizia, alla pigrizia di dover parlare e aprire la bocca argomentando uno o più pensieri, alla paura di dover affrontare questo o quell’argomento, alla paura del giudizio altrui per il tuo stato d’animo, alla paura di vivere ogni singolo istante di questa vita, o alla paura che qualcuno dall’altra parte della cornetta non voglia risponderti.

Torniamo a comunicare da esseri umani. Riacquistiamo la parola. Servirà tempo, prendiamoci del tempo, ma torniamo a parlarci. Guardiamoci negli occhi e parliamo. “Ti mando un vocale / di 10 minuti / soltanto per dirti / quanto sono felice”. Ecco. Dimmelo a voce. O negli occhi.

Camilleri spaventa gli analfabeti funzionali: ecco perché lo insultano (di L. Tosa)
Camilleri era cieco e ci vedeva benissimo: addio, maestro (di G. Cavalli)
Andrea Camilleri: le frasi più belle del papà di Montalbano
Ti potrebbe interessare
Cultura / “Il virus e la crisi climatica hanno unito il mondo”: intervista al filosofo Emanuele Coccia
Cultura / Luoghi comuni e autoreferenzialità ideologica: ne “Il Dio verde” l’ecologismo di facciata finisce sotto accusa
Cultura / Charles Baudelaire: il poeta del mal de vivre
Ti potrebbe interessare
Cultura / “Il virus e la crisi climatica hanno unito il mondo”: intervista al filosofo Emanuele Coccia
Cultura / Luoghi comuni e autoreferenzialità ideologica: ne “Il Dio verde” l’ecologismo di facciata finisce sotto accusa
Cultura / Charles Baudelaire: il poeta del mal de vivre
Cultura / Un libro di corsa: Una nuova vita con Llyod
Cultura / Roma Arte in Nuvola
Cultura / Altro che emancipazione: il libro di Emily Ratajkowski non risolve la questione morale della mercificazione di sé
Cultura / Un libro di corsa: Io e (il) mostro
Cultura / De Giovanni a TPI: “Draghi non è espressione del voto democratico”
Cultura / Tutta la magia del Natale da Nord a Sud Italia
Cultura / Consigli per il weekend: i libri da leggere questa settimana