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Home » Cultura

Venezia. Non solo Biennale d’Arte ma anche belle mostre da vedere nei musei

Immagine di copertina
Credit: Fabio Milani

Palazzo Grassi: Michael Armitage “The Promise of Change” a cura di Jean-Marie Gallais in collaborazione con Hans-Ulrich Obrist, Caroline Bourgeois e Michele Miati. Amar Kanwar “ Co-travellers”. A cura di Jean- Marie Gallais. Fino al 10 gennaio 2027 

Venezia si conferma epicentro del dibattito culturale globale grazie alle due grandi mostre parallele ospitate a Palazzo Grassi: “The Promise of Change” del pittore keniota Michael Armitage e “Co-travellers” dell’artista multimediale indiano Amar Kanwar. Entrambi i percorsi, pur utilizzando linguaggi espressivi diametralmente opposti, convergono su una riflessione profonda legata ai diritti civili, alle tensioni sociali e alle cicatrici politiche dei rispettivi paesi d’origine. 

La pittura come testimonianza nei dipinti di Michael Armitage colpiscono immediatamente per l’uso del lubugo, un tessuto tradizionale ugandese ricavato dalla corteccia d’albero. Le naturali imperfezioni, strappi e irregolarità del supporto diventano parte integrante del racconto visivo. 

L’arte di Armitage non è mai puramente estetica, ma agisce come una cronaca politica e sociale del Kenya, un paese in cui le dinamiche di potere si scontrano brutalmente con le libertà individuali. 

Il tema dei diritti e la condizione LGBTQ+ 

Un nucleo fondamentale della ricerca di Armitage tocca la drammatica realtà della comunità LGBTQ+ in Africa orientale. In Kenya, l’omosessualità è tuttora 

 considerata un reato grave ereditato dalle leggi coloniali britanniche e, in diverse nazioni limitrofe (come la vicina Uganda), le recenti derive legislative hanno inasprito le pene fino a prevedere, in casi estremi, la pena di morte o l’ergastolo. 

Nelle sue opere, l’artista affronta questa complessa e rischiosa tematica senza cadere nel didascalismo, ma utilizzando un realismo magico intriso di tensioni latenti. I soggetti queer e i corpi non conformi vengono inseriti all’interno di composizioni dal cromatismo vivido, che richiamano la grande pittura accademica occidentale (da Gauguin a Goya), ribaltandone però i significati per dare dignità e visibilità a chi è costretto a vivere nella clandestinità. Le figure umane appaiono spesso immerse in paesaggi onirici o foreste lussureggianti che, lungi dall’essere idilliache, si caricano di un senso di sorveglianza e pericolo imminente, evocando l’ostilità della società e delle istituzioni. 

Credit: Fabio Milani

Amar Kanwar: Co-travellers 

Al secondo piano, il dialogo si apre con le installazioni multimediali di Amar Kanwar. Attraverso materiali d’archivio e filmati poetici, l’artista indiano indaga la resistenza e la lotta per la democrazia in contesti di oppressione militare (come in Birmania con l’opera The Torn First Pages). 

Il lavoro di Kanwar risuona perfettamente con quello di Armitage: se il pittore keniota usa il colore per far emergere i conflitti del corpo e dell’identità, il regista indiano utilizza il tempo e l’immagine in movimento per curare e denunciare le ferite della storia collettiva. 

Credit: Fabio Milani

Punta della Dogana: Lorna Simpson “Third Person” e Paulo Nazareth ”Algebra” fino al 22 novembre 2026 

Affacciata sul bacino di San Marco, Punta della Dogana ospita un’importante stagione espositiva targata Pinault Collection che fa dialogare le voci radicali di due grandi artisti delle Americhe attraverso la riscrittura visiva della storia e dell’identità. Negli ampi spazi restaurati da Tadao Ando, la celebre artista statunitense Lorna Simpson presenta Third Person, a cura di Emma Lavigne (direttrice generale della Pinault Collection), la sua prima grande retrospettiva europea incentrata sulla produzione pittorica e scultorea dell’ultimo decennio, dove destruttura le immagini dei media storici per esplorare la memoria collettiva e la complessità di genere e razza. In contemporanea, la mostra Algebra del brasiliano Paulo Nazareth, a cura di Fernanda Brenner, riassume vent’anni di cammini e performance transcontinentali, utilizzando installazioni e oggetti quotidiani per denunciare gli effetti persistenti del colonialismo e del razzismo sistemico sulla cartografia moderna. 

Credit: Fabio Milani
Credit: Fabio Milani

Alighiero Boetti: La grande retrospettiva alla SMAC Venice. Fino al 22 novembre 2026 

In concomitanza con la 61ª Biennale d’Arte, le Procuratie Vecchie in Piazza San Marco ospitano una straordinaria ed estesa mostra retrospettiva dedicata ad Alighiero Boetti (Torino, 1940 – Roma, 1994), uno dei maestri più influenti e visionari del dopoguerra italiano. 

La mostra, curata da Elena Geuna e sostenuta dalla Ben Brown Fine Arts, celebra idealmente anche il novantesimo anniversario della nascita dell’artista in un affascinante dialogo parallelo con l’opera di Lee Ufan esposizione anche  questa che vi consiglio sempre di vedere. 

Il percorso espositivo: Ordine, Caos e la Dualità con oltre ottanta opere disposte in otto sale, l’esposizione è concepita come una vera e propria “costellazione di idee”. Il percorso esplora i temi cardine che hanno guidato l’intera produzione di Boetti, muovendosi costantemente sul sottile confine tra rigore matematico e giocosità. 

 Il Tema del Doppio e dell’Identità: La prima sezione indaga lo sdoppiamento del soggetto e l’identità scissa dell’artista (che si riflette nel celebre cambio di nome in “Alighiero e Boetti”). Spiccano opere storiche come i celebri fotocollage Gemelli (1968). Le Strutture Seriali e il Tempo: Ampio spazio è dedicato ai sistemi di classificazione e alla concezione del tempo. In mostra si possono ammirare opere iconiche come Mettere al mondo il mondo (1973) e i celebri fogli a quadretti. Le Mappe e la Collaborazione: Immancabili i grandi arazzi e le mappe geografiche (Mappe), ricamate a mano in Afghanistan e Pakistan. Questi capolavori incarnano perfettamente la poetica boettiana del lavoro condiviso e della paternità artistica diffusa, dove il caso, la geopolitica e la ripetizione generano l’opera d’arte. Controllo e Casualità: Nelle sale finali emerge la coerenza di un percorso che sfida i paradigmi rigidi: i sistemi vengono messi in moto dall’artista solo per rivelarne i limiti fisici o concettuali, in un continuo equilibrio tra ordine e disordine. 

Credit: Fabio Milani

Gallerie dell’Accademia: Marina Abramović “Transforming Energy”. Fino al 18 ottobre 2026 

La mostra Transforming Energy di Marina Abramović alle Gallerie dell’Accademia di Venezia segna una consacrazione storica, essendo la prima volta che l’intera collezione permanente e gli spazi temporanei del museo ospitano un’artista donna vivente. Curata da Shai Baitel per celebrare gli 80 anni dell’artista in concomitanza con la Biennale Arte 2026, l’esposizione impone al visitatore rigidi rituali per accedere al percorso, come il silenzio assoluto, la consegna di smartphone e l’uso di cuffie antirumore industriali sotto la guida di assistenti o avatar digitali. Il focus non è sulla contemplazione visiva ma sulla dilatazione del tempo attraverso i celebri Transitory Objects (letti di pietra, quarzi e strutture di cristallo) pensati per essere abitati fisicamente. La critica specializzata evidenzia tuttavia una frattura profonda: se da un lato questa attenzione radicale genera un’intensità reale, dall’altro solleva il dubbio se tale condizione si traduca in una vera trasformazione interiore o se rimanga sospesa tra la presenza fisica e un atto di fede richiesto allo spettatore verso il potere terapeutico dei cristalli. Inoltre, il dialogo visivo tra le performance storiche dell’artista — tra cui spiccano capisaldi brutali e interattivi come Rhythm 0, l’estenuante Imponderabilia e il potente atto di espiazione di Balkan Baroque — e i capolavori del Rinascimento veneto crea una frizione stimolante tra il dolore sublimato del passato e la fragilità transitoria del corpo vivo, evidente soprattutto nel cortocircuito tra la Pietà video di Abramović con Ulay e la celebre Pietà di Tiziano, costringendo il pubblico a interrogarsi sui limiti della spettacolarizzazione della meditazione e sul peso del carisma sciamanico dell’artista nel completamento dell’opera. La scena che vi aspetterà sarà come quella di essere all’interno di una grande SPA. Massaggi al collo con i crine di cavallo, relax, meditazione, massaggi, pranoterapia e tanta gente convinta di prendere veramente energia dalle pietre. Un po’ troppo per i miei gusti. 

Credit: Fabio Milani

Palazzo Fortuny: Erwin Wurm “Dreamers” a cura di Elisabetta Barisoni e di Cristina Da Roit. Fino al 22 novembre 2026 

Tornare a Palazzo Fortuny è sempre un piacere data la sua bellezza unica.  

La mostra Dreamers instaura un dialogo surreale tra l’ironia di Erwin Wurm e la ricca storia di Palazzo Fortuny. Originariamente noto come Palazzo Pesaro degli Orfei, l’edificio è un capolavoro del gotico veneziano risalente al XV secolo. Agli inizi del Novecento, l’artista e designer spagnolo Mariano Fortuny y Madrazo lo trasformò nel proprio atelier, rendendolo un centro di innovazione per il tessuto, la fotografia e l’illuminotecnica teatrale. 

Wurm, nato in Austria nel 1954, è uno degli artisti contemporanei più influenti a livello internazionale, noto per aver ridefinito i confini della scultura attraverso l’inclusione del corpo umano, del tempo e dell’umorismo. La sua ricerca artistica decostruisce gli oggetti della quotidianità (come auto, case e vestiti) per riflettere in modo critico e satirico sulla società dei consumi e sulle fragilità umane. 

In questa cornice suggestiva, le sue opere scardinano la scultura tradizionale. Il percorso include le celebri One Minute Sculptures, che trasformano i visitatori in opere d’arte temporanee facendoli posare con oggetti comuni, e i Dreamers, grandi cuscini antropomorfi sospesi tra realtà e dimensione onirica. Si aggiungono i Substitutes, abiti monumentali in alluminio svuotati del corpo umano per esplorare il concetto di assenza, e la scultura Erwin Wurm, his dog, and Balzac, che unisce elementi autobiografici a un esplicito omaggio al monumento di Auguste Rodin. 

Inaugurata in occasione della Biennale 2026, la retrospettiva di Anish Kapoor a Palazzo Manfrin trasforma la sede della sua Fondazione in un viaggio sensoriale tra materia e vuoto. Il cuore pulsante dell’esposizione è la monumentale cupola sospesa che domina la grande sala: una sorta di immensa campana rovesciata che sfida la percezione fisica del visitatore. Posizionandosi sotto la sua cavità, l’oscurità del pigmento assorbe ogni riflesso, annullando i confini spaziali e creando l’illusione di un abisso infinito sospeso sopra la testa. Questo lavoro si inserisce perfettamente in un percorso di circa 70 opere dove l’architettura barocca del palazzo entra in collisione con sculture in Vantablack, capaci di assorbire il 99,9% della luce, e grandi specchi in acciaio che distorcono la realtà circostante. L’articolo sottolinea come Kapoor non si limiti a esporre oggetti, ma manipoli l’ambiente per spingere lo spettatore verso una dimensione metafisica, dove il pieno e il vuoto si scambiano continuamente di ruolo in un dialogo serrato con la storia di Venezia. 

Credit: Fabio Milani

Palazzo Grimani: Amoako Boafo “It Doesn’t Have To Always Make Sense”. Fino al 22 novembre 2026 

Il Museo di Palazzo Grimani a Venezia si conferma uno degli spazi espositivi più dinamici nel panorama della museografia contemporanea, ospitando la prima mostra personale in Italia di Amoako Boafo. Il progetto espositivo, sviluppato in collaborazione con la galleria Gagosian, stabilisce un cortocircuito visivo e semantico tra la ritrattistica figurativa dell’artista ghanese e l’apparato decorativo manierista del palazzo, storicamente legato alle collezioni archeologiche di Domenico e Giovanni Grimani. 

L’allestimento non si configura come una mera sovrapposizione d’opere, ma come un intervento site-specific concettuale. I monumentali ritratti di Boafo, caratterizzati da cromie sature e campiture piatte, ridefiniscono i volumi delle sale del palazzo. L’inserimento delle tele all’interno dell’architettura cinquecentesca genera un dialogo formale con gli affreschi e gli stucchi di maestri quali Federico Zuccari e Francesco Salviati, destrutturando la narrazione eurocentrica attraverso la celebrazione della Black subjectivity. 

Dal punto di vista prettamente tecnico, la pratica pittorica di Boafo si distingue per un approccio combinatorio. 

 Pittura a dita (Finger-painting): L’artista stende il pigmento materico sul volto e sulle parti anatomiche dei soggetti direttamente con le dita, rinunciando alla mediazione del pennello. Questa tecnica conferisce alla superficie una densità scultorea e una gestualità espressionista che contrasta con la precisione del background.  

Gestione del Pattern e Tessuto: I vestiti e gli sfondi sono spesso realizzati con la tecnica del photo-transfer o tramite stesure piatte e decorative che richiamano il modernismo di Gustav Klimt e le texture dei tessuti tradizionali africani. 

 La Scomposizione del Colore: La pelle non è mai monocroma; la stratificazione di tonalità blu, marroni, gialle e verdi applicate a dita crea una luminosità interna che restituisce complessità psicologica e dignità monumentale ai soggetti ritratti. 

L’esposizione si inserisce perfettamente nella linea di ricerca intrapresa negli ultimi anni da Palazzo Grimani, tesa a far risuonare l’antico con le istanze del contemporaneo (come già sperimentato con artisti del calibro di Helen Frankenthaler Mary Weatherford). L’opera di Boafo agisce come un contrappeso critico alla statuaria classica della Tribuna: dove la collezione Grimani celebrava l’ideale formale greco-romano, Boafo impone la presenza, l’identità e la complessa stratificazione sociale della diaspora nera. 

Credit: Fabio Milani

Complesso dell’Ospedaletto, che include la magnifica Chiesa di Santa Maria dei Derelitti Il progetto Canicula, promosso dalla Fondazione In Between Art Film. Fino al 22 novembre 2026 

È un’importante esposizione collettiva. La motivazione centrale della mostra è l’esplorazione del concetto di “canicola” non solo come fenomeno climatico estremo, ma come metafora di una condizione di attesa, tensione e trasformazione, analizzando il rapporto tra l’essere umano, l’ambiente e gli altri esseri viventi in un’epoca di crisi ecologica. 

Tra gli artisti protagonisti figurano nomi di rilievo internazionale che hanno realizzato opere video e installazioni site-specific: Massimo D’Anolfi e Martina Parenti presentano “24 Landscapes + A Vision”, una riflessione sulla manipolazione del paesaggio da parte dell’uomo; Janis Rafa esplora con “Sacrificial Transgressions” il confine tra umano e animale; Wang Tuo indaga la memoria e il trauma collettivo attraverso una narrazione complessa; Maya Watanabe si confronta con il tempo profondo attraverso l’immagine di un mammut preservato nel permafrost. L’allestimento trasforma la chiesa e gli spazi adiacenti in un percorso narrativo dove la luce, il suono e le immagini in movimento dialogano con l’architettura barocca, invitando il pubblico a una riflessione profonda sulla fragilità del nostro presente. 

Credit: Fabio Milani
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