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Nei tempi bui del Covid, il “Doc” di Luca Argentero è la serie che rassicura

Di Franco Bagnasco
Pubblicato il 20 Ott. 2020 alle 14:52 Aggiornato il 20 Ott. 2020 alle 14:56
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Immagine di copertina
Luca Argentero

Torinese, 42 anni, modi garbati, quel capello sale e pepe che piace tanto alle signore, Luca Argentero è la star di “Doc – Nelle tue mani”, fiction superstar di Rai1 che i ben parlanti anglofoni definiscono medical drama. I primi due episodi della seconda stagione (le riprese della prima furono interrotte causa lockdown), in onda giovedì scorso, sono stati visti da 7.435.000 persone, con una share del 31,9%. Numeri d’altri tempi per la tv generalista, commoventi per qualsiasi direttore di rete, quasi da Commissario Montalbano. Che a volte li fa anche in replica, peraltro.

Realizzata da Lux Vide in collaborazione con Rai Fiction, “Doc – Nelle tue mani” (regia di Jan Maria Michelini e Ciro Visco) utilizza come pretesto per tenere insieme il racconto la storia vera di Pier Dante Piccioni, primario ospedaliero che, a seguito di un incidente che gli causò un trauma cerebrale, rimase in coma per lungo tempo, e al risveglio si accorse di aver perso totalmente 12 anni di memoria. Nella narrazione, Piccioni diventa Andrea Fanti, interpretato, col consueto stile sottotraccia, da Luca Argentero.

Uno tra i pochissimi (assieme a Eleonora Daniele, convertitasi al ruolo di conduttrice e giornalista), a riuscire a capitalizzare la friabile visibilità del “Grande Fratello“, dal momento che partecipò alla terza edizione, nel 2003. Approdando alla carriera attoriale e alla lunga serialità due anni dopo, con “Carabinieri”.

Laureato in Economia e commercio, tra i protagonisti, nel 2007 di “Saturno contro”, film cult di Ferzan Özpetek, Argentero più che recitare sussurra, secondo una tradizione consolidata del cinema drammatico italiano poco amato dagli ipo-udenti. In questo caso Argentero è l’uomo che sussurrava ai pazienti. Di lui esistono soltanto due versioni: serio e sorridente, parafrasando quel che si diceva di Clint Eastwood: “Col cappello e senza”. Ma Clint Eastwood di strada ne ha fatta parecchia, del resto, e così probabilmente sarà anche per Luca, attore dignitoso, non straordinario, ma di certo perfetto per ruoli rassicuranti, come questo.

Abbandonate le pesanti pezzature da fiction italiana da 90 minuti e oltre, “Doc – Nelle tue mani” ha episodi da 55 minuti e ricalca in tutto e per tutto (compresi alcuni espedienti registici, come le transizioni degli esterni bruscamente accelerate fra un cambio di scena e l’altro) tipiche delle serie tv americane. Ed è totalmente costruita a tavolino per acchiappare il pubblico giocando su tutte le corde emozionali possibili fra pietà, sentimenti, compassione e pietismo: dal medico smemorato ancora innamorato della moglie (che lavora nello stesso ospedale), la quale deve prendere le distanze da lui perché ormai è un po’ strano, però Dio quanto ci siamo amati; alla giovane figlia saggia che si mette in mezzo: papà, trovati un’altra. Passando per la bella collega sulla quale un pensierino si potrebbe anche fare, ma no, non scherziamo, sono ancora sposato; mannò, non scherziamo, è ancora sposato. E altri ammiccamenti da corsia collaterali fra i comprimari. Questo per restare al filo conduttore. Non parliamo delle storie: dal vecchietto che si ammala chiamando nel delirio la tenera cagnetta bianca che lo aspetta a casa; alla ragazza con la sindrome di Down che si è fatta un amico molto speciale ma il fratello medico è geloso e protettivo e quando la ricoverano sbaglia la diagnosi perché non sa della storia di lei e dell’amico che le ha procurato la malattia.

C’è qualche classico di genere, come la riflessione collettiva sul tabellone dei sintomi, un punto fermo del “Dr. House” e altre procurate ansie da nosocomio. Ma senza mai esagerare e ovviamente senza ombra di cinismo, che spuntava (con un po’ di pulp) nella serie americana e in altri noti caposaldi di genere. Viviamo tempi bui è la cosa più importante è rassicurare. Qui siamo più dalle parti di “Amico mio” (1993) con Massimo Dapporto, senza per questo arrivare a “La dottoressa Giò” (1997) con Barbara D’Urso. Perché a tutto c’è un limite. Anche alle prestazioni sanitarie.

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