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La vita dopo il lockdown: come ricomporre la nostra routine (e migliorarla)

Siamo tutti reduci della quarantena. Hai paura di uscire, o ti impigrisci all'idea, ma non sai perché? Nulla di nuovo. Come gli americani dopo le due torri, siamo vittime della “sindrome della capanna”

Di Giuseppe Femia e Vittoria Zaccari
Pubblicato il 7 Giu. 2020 alle 13:08 Aggiornato il 7 Giu. 2020 alle 13:09
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Siamo davvero affetti dalla sindrome della capanna? Reazione opposta alla fase 2? “Hai voglia di uscire stasera? Che facciamo? Ci vediamo?” La fase 2 sembra esporre a diversi dilemmi. Una domanda, un tempo normale, in questa fase post lockdown sembra sollecitare dilemmi psicologici. Francesca riferisce: “ha paura di uscire, non sono pronta a riaffrontare questa nuova realtà, non mi sento al sicuro! Quando esco mi sento agitata, disorientata, distaccata, provo un senso di irrealtà. È successo tutto troppo in fretta”.

In questi giorni se ne discute molto e, in effetti, si osservano diversi atteggiamenti, come: scarso adattamento, diminuito interesse verso l’esterno, paura all’idea di uscire definitivamente dal confinamento in cui siamo stati bloccati. Aver trascorso molte settimane in isolamento ha forse abituato la nostra mente e il nostro copro ad una sensazione di protezione e sicurezza domestica, inconsueta, distante dall’ormai pregressa quotidianità, alimentando stati di ansia e disforia nell’intraprendere nuovamente gli impegni e la normale attività – quotidianità? Sono molti coloro che si percepiscono fragili e sperimentano uno stato di frustrazione, stanchezza, malessere fisico, stress, ansia, necessità di riposare spesso, scarsa concentrazione e demotivazione.

Sono davvero postumi della quarantena e del lockdown? Abbiamo avuto l’occasione di crearci uno spazio in cui ci sentivamo protetti e ora non vogliamo abbandonarlo? Quindi, siamo spaventati o è soltanto questione di tempo?
In questi giorni, nell’immaginario collettivo, si parla tanto di “sindrome della capanna” ovvero uno paura diffusa di tornare alla normalità o una vera difficoltà di adattamento (Società Italiana di Psichiatria – SIP). È forse una sindrome che stiamo scoprendo ora? In diversi paesi si è già riscontrata, come in nord America e nord Europa in cui i climi freddi e rigidi espongono le persone a lunghi periodi di costrizione in casa (letargo). Tale sindrome è stata molto discussa circa eventi traumatici come nel post attentato alle Torri Gemelle. Le persone dopo l’attentato hanno avuto per molto tempo difficoltà a riadattarsi nella società, essendo vivo il tema della minaccia terroristica. Sta forse succedendo anche a noi rispetto alla minaccia del Covid nel mondo esterno? Oppure la vera minaccia potrebbe risiedere nel doversi confrontare con una realtà modificata, diversa e dunque nel doverla rielaborare riadattandosi?
Osserviamo diverse persone che riferiscono ansia, angoscia e una sensazione di confusione mentale non riuscendo a comprendere cosa accade, e altri, che hanno realmente perso qualcosa, si trovano a dover affrontare lutti di diverso ordine. C’è chi ha perso i propri cari, chi non ha un lavoro, chi non riesce a portare avanti i programmi, chi ha sospeso le proprie attività, rinunciato a degli scopi un tempo portanti e motivanti.

Marco durante le ultime sedute riferisce: “mi sono bloccato più volte sull’uscio della porta”. Mi prende l’ansia quando devo uscire, oppure mi rattristo. Sono dibattuto se è meglio per me uscire o rimanere a lavorare in modalità “Smart working”? Cosa faccio? Cosa è meglio? Perché avverto questa conflittualità?” Potrebbe essere in atto una demoralizzazione generalizzata e chiaramente ancora di più, in questa situazione, si avvertono le differenze sociali e culturali; non tutti hanno disposto delle stesse risorse. Molti sono coloro che riferiscono di stare bene a casa e molti invece pensano che sia troppo presto e frettoloso recuperare un ritmo consueto e normale. Siamo forse passati dalla paura di rimanere chiusi al desiderio di essere distanziati? Davvero le abitudini si modificano cosi in fretta? E quelle consolidate da anni che fine hanno fatto? Forse in questo senso gioca un ruolo cruciale la paura oppure stiamo ancora elaborando quello che la quarantena ha riportato a galla in questo periodo di riflessione? Ci siamo rifugiati – protetti – e adesso? Ecco, forse proprio in questa fase bisogna tirare fuori le risorse e riadattarsi in modo stenico e resiliente.

Questo doversi riadattare potrebbe essere vissuto come un secondo “decreto” a cui doversi attenere e forse è proprio il non voler essere gestiti dall’esterno a determinare una sorta di rifiuto verso quella normalità che ci è stata tolta in modo brusco e repentino. Ancora una volta dobbiamo attenerci a una regola? Allora restiamo nelle nostre capanne e cerchiamo un equilibrio interiore. È questa una possibile spiegazione. Ma d’altra parte si assiste a una sorta di conflitto di scopi: ovvero sentiamo la necessita di recuperare in fretta la quotidianità perduta, e al contempo, avvertiamo la voglia di coccolarci in solitudine sapendo che la porta di casa è aperta e dunque possiamo nuovamente scegliere. Questo stallo che abbiamo vissuto potrebbe chiamare anche il concetto di crisi, che in psicologia porta con se innumerevoli significati: esso comporta dolore, ma anche ri-pianificazione, ri-adattamento, perdita e allo stesso tempo conduce a nuove conoscenze, evoluzioni, elicita un’acquisizione di una rinnovata consapevolezza o di una nuova abilità ma si caratterizza a causa di un grado di disagio e differenza. Basta pensare al nostro sviluppo per capire quanto “la crisi” prevede spesso una rinascita, un evolvere, dunque una crescita – una sorta di forza propulsiva che accelera e pretende cambiamento. Bussa e reclama riflessione: scelte chiare! Dalla sofferenza impariamo: un giorno questo dolore ti sarà utile!

Dunque, è molto plausibile pensare che questa brusca interruzione della quarantena, questo spaccarsi dell’abitudine e della routine che contiene o comprime, abbia generato non solo una crisi individuale, ma parallelamente collettiva, in cui tutto muta, si scompone, si trasforma. Cambiano gli scopi, mutano le intenzioni, i desideri, alcuni dei nostri obiettivi possono essere minacciati, altri risvegliati, alcuni addirittura diventano meno importanti e pertanto vengono disinvestiti. Insomma, questo momento richiede certamente una riflessione. È stato una sorta di viaggio non previsto, un itinerario non scelto, una fermata obbligata. Una sosta indesiderata che disorienta ma che in fondo man mano, forse, potrebbe portarci a ritrovare delle parti di noi stessi, delle nostre vite che lasciavamo nascoste, dei sentimenti che non volevamo assolutamente vedere, dei conflitti coperti, negati, o che tenevamo a bada nel via vai frenetico, e che invece oggi più che mai vogliono e prendono spazio.

Allora, adesso, che non siamo più cosi impegnati a difenderci, a distrarci, ora che possiamo allentare il nostro sistema di vigilanza e lotta alla sopravvivenza, bisogna accendere il motore dell’elaborazione, occorre provare a dare un senso a quanto accaduto, bisogna riaggregare la propria coscienza, rimettere assieme i pezzi – integrarli- ricomporre e riformulare un progetto esistenziale rinnovato che possa aver imparato qualcosa da un evento imprevedibile e sfortunato. La fase dello spavento e della paura deve lasciare spazio alla voglia di vivere con maggiore pienezza l’esistenza! Dunque cauti, previdenti, ma volenterosi di riconquistare il timone della nostra vita – individuale e collettiva.

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