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La rinascita di Roma e la centralità di Milano: due strade parallele (di L.Zacchetti)

Sarà il decennio di Roma? Speriamolo davvero, perché servirebbe a tutto il Paese. Ma attenzione a non creare una contrapposizione inesistente con Milano e con il famoso “modello”, sul quale piuttosto dovremmo intenderci una volta per tutte

Di Lorenzo Zacchetti
Pubblicato il 28 Set. 2020 alle 13:32 Aggiornato il 28 Set. 2020 alle 13:33
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Immagine di copertina
Credit photo: Ansa

Francamente non so se il vaticinio di Matteo Renzi su Roma protagonista del prossimo decennio risulterà fondato, ma lo spero ardentemente. Come ha ben spiegato Pietro Guastamacchia, la riscossa della Capitale serve a tutto il Paese – e soprattutto a Milano – quindi la contrapposizione tra le due città è bene che rimanga nei film di Vanzina. Il Vicedirettore Stefano Mentana ha illustrato altrettanto bene i motivi per cui Roma deve seguire la propria strada, senza provare a emulare il tanto discusso “modello Milano”. Qui, però, confesso una mia enorme perplessità: più si parla del famoso “modello Milano”, meno capisco a cosa ci si stia riferendo, anche se qui sono nato, ho sempre vissuto e lavorato e, negli ultimi dieci anni, ho modestamente provato a dare un pur piccolissimo contributo alla sua costruzione. Di certo, l’ho vissuto intensamente.

Se c’è una peculiarità oggettiva, anzi didascalica, della Milano di questi anni è quella di aver scelto il centrosinistra in un territorio largamente dominato dal centrodestra. Nel 2011, quando Giuliano Pisapia conquistò la sua storica vittoria, Forza Italia era ancora il primo partito su scala nazionale. Bergamo e Brescia sono arrivate dopo, nel contesto di una Lombardia che da un quarto di secolo rimane saldamente in mano alle destre, nonostante le disavventure di Formigoni, Maroni e oggi di Fontana. Vedremo quale sarà il destino di quest’ultimo. L’impresa è stata resa possibile da un’inedita apertura a un orizzonte larghissimo, che spaziava da Rifondazione Comunista a Italia dei Valori, includendo Radicali, cattolici (ricordate i mitici “marxisti per Tabacci”?) e soprattutto un civismo diffuso tra tanti semplici cittadini, fino ad allora diffidenti perché delusi dalla politica. Un capolavoro politico, reso possibile dalla capacità di coniugare la concretezza del quotidiano con la visione di lungo termine, di avere un approccio radicale ma non meramente ideologico.

Ecco, forse ingenuamente, in molti credevamo che il “modello Milano” consistesse proprio in questo, confortati anche dal fatto che la coalizione Italia, Bene Comune, presentatasi alle elezioni politiche del 2013, lo rispecchiasse in maniera palese. La celebre “non vittoria” di Bersani e il susseguente diniego del Movimento Cinque Stelle ha portato agli sviluppi che conosciamo: con la sola eccezione del Conte I, infausto quanto breve, il centrosinistra è sempre stato al Governo, ma con maggioranze fortemente necessitate dalle circostanze, non progettuali ma solo tattiche, che hanno imposto ampi compromessi ex post con forze estranee al campo progressista. Un campo che, proprio con questo nome, lo stesso Pisapia ha provato a costruire a livello nazionale, ma senza fortuna.

Eppure, nonostante queste peripezie, di “modello Milano” si è continuato a parlare fino ad oggi. La sensazione è che nell’espressione ci finiscano di volta in volta riferimenti diversi tra loro e un tantino spuri, da Expo all’efficientismo meneghino un po’ caricaturale che ovviamente esiste, ma che non basta a fare di Milano l’unica città italiana dal respiro europeo. Se il senso è questo, temo che molti milanesi, come me, fatichino a sentirsene rappresentati.

In altre occasioni ho avuto il sentore che Milano venisse portata a paradigma di una città che riesce a progredire in maniera trasversale rispetto alle stagioni politiche. Altra verità, ma parziale. Per capirci, il nuovo skyline di Porta Nuova e il Bosco Verticale di Stefano Boeri hanno radici negli anni precedenti alle amministrazioni di centrosinistra: se riducessimo la città a questi aspetti più glamour daremmo ragione a chi, sbagliando, afferma che tra Pisapia e Sala non è cambiato nulla rispetto agli anni della Moratti. Milano è più piccola di Roma, ma non meno complessa. C’è chi si ferma agli spritz e ai locali alla moda e chi invece ne respira il clima vivendo i miracoli quotidiani della piccola media impresa e di un Terzo Settore che nel proficuo dialogo con l’amministrazione traduce in atti concreti la propria linfa vitale.

Questa articolata rete di relazioni ha subito un colpo durissimo dal Covid-19, obbligandoci a ripensare il futuro della città con parametri che non possono essere di mera continuità con il passato. Più in generale, il “modello Milano” può e deve diventare un modo nuovo di dialogare con il Nord del Paese, un’esigenza già evidenziata da Gianni Cuperlo, sempre a TPI, e certamente imprescindibile per chiunque voglia giocare un ruolo nel dibattito pubblico.

A maggior ragione, quindi, la crescita di Roma e la seconda fase del progresso di Milano debbono procedere su binari paralleli. Sarebbe peraltro davvero ingeneroso chiedere alla Capitale di confrontarsi con un “modello” sintetizzabile in un termine logoro come “resilienza”: va bene che stiamo parlando della Città Eterna, ma pretendere di più da questo punto di vista sarebbe troppo, essendo rimasta splendida nonostante tutti gli errori che la politica ha accumulato negli anni!

Idealmente, a entrambe le città serve uno slancio progettuale fondato sul civismo, ma con una forte regia politica. In questi mesi si discute di come prepararsi alle elezioni del 2021, in entrambe le città, ma l’auspicio è che si riesca a vedere oltre l’orizzonte del dopodomani.

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