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Il Collegio è una fabbrica di Instagrammer inconsapevoli

Di Giuliana Sias
Pubblicato il 1 Dic. 2020 alle 18:50 Aggiornato il 3 Dic. 2020 alle 14:42
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Immagine di copertina

Il Collegio si conferma la punta di diamante dell’autunno Rai: nessuno come il reality targato Rai2 riesce ad acchiappare una fascia tanto giovane di telespettatori (l’esordio della quinta stagione ha ottenuto il 46,3% di share tra gli 8 e i 14 anni e il 31,8% tra i 15-24enni). Numeri di fronte ai quali ci si può permettere di chiudere un occhio (o forse tutti e due) circa il fatto che il programma si stia trasformando sempre di più in una fabbrica di instagrammer e in un tritacarne per minorenni.

L’idea del viaggio nel tempo alla base del format, preso in prestito dal britannico That’ll Teach ‘em, è interessante e il prodotto molto ben confezionato: catapultare gli under 18 di oggi in un’epoca passata, avvicinandoli – in qualche modo fisicamente – alla storia, alla moda e alle regole di quegli anni potrebbe essere una buona palestra di vita per i ragazzi e un’ottima occasione, per la Rai e per il grande pubblico del piccolo schermo, di avvicinarsi ad una generazione così post-televisiva.

Ma se in teoria questo “esperimento sociale” sarebbe volto a insegnare ai giovani del Duemila che è possibile vivere (almeno per un mese) lontano dai social e dagli smartphone, socializzando al di fuori del mondo che meglio conoscono con coetanei in carne e ossa, nella pratica si è trasformato nel loro trampolino di lancio nel vuoto su Instagram.

Esiste una distanza obiettiva, spesso siderale, tra i collegiali ripresi dalle telecamere del nostro servizio pubblico alle prese con gli Anni Sessanta, Ottanta e Novanta, e i loro alter ego social: se in tv la fotografia è tutto sommato complessa (se si pensa solo a quest’ultima edizione, tra gli altri troviamo il secchione, la ribelle, lo sfigato, l’insicura, la leader naturale, l’aspirante Ferragni, lo scazzato), sui social la classe 1992 è totalmente appiattita su un unico genere umano, quello più in voga ai giorni nostri: il prodotto commerciale.

Basti pensare a Mario Tricca, alunno della stagione 2019 divenuto vagamente celebre per la sua ansia generalizzata verso il futuro. Il sedicenne si definisce un “classicista” e in tv era “il filosofo”. Online, invece, sponsorizza, come qualsiasi altro, brand modaioli. In una delle ultime stories Tricca se la prende molto con un articolo critico nei confronti del programma: “Indipendentemente dalle opinioni sul docu-reality – scrive – trovo disgustoso che delle persone adulte si permettano di scrivere delle cattiverie gratuite, infangando il nome e le scelte di oltre cento ragazzi che negli ultimi anni di questo decennio hanno preso parte al Collegio e che soprattutto non hanno la possibilità di rispondere a pari livello di visibilità rispetto al vostro articolo. Sono nauseato come persona ed individuo ma soprattutto come credente cristiano”. Amen.

Forse Tricca ignora che poter parlare a 357mila follower non lo rende esattamente l’ultimo dei senza voce, schiacciato da un’infernale macchina mediatica. O forse sì. Perché in effetti gli account dei collegiali sono in larga parte solo delle scatole vuote e i profili vengono aggiornati solo di rado. Tuttavia solo nell’edizione che in questo momento va in onda si parla complessivamente di 3 milioni di follower spalmati sui profili dei 24 partecipanti (anche se il dato non si è ancora attestato, è in crescita costante), ma se si considerano anche tutti gli account di tutti gli studenti delle stagioni precedenti si supera la cifra di 30 milioni. Una macchina da guerra. Almeno sulla carta più potente di Chiara Ferragni, che non ha rivali in Italia.

Ciò nonostante, la stragrande maggioranza dei ragazzi in definitiva non sa che farsene di tanto seguito, giustamente non sa maneggiare dinamiche così squisitamente adulte. Solo per stare al Collegio 5, trasmesso in queste settimane, il numero di post è sempre molto prossimo allo zero, ma la cifra – non solo numerica – dei contenuti pubblicati dal centinaio di collegiali selezionati dalla Rai nel corso degli ultimi 3 anni (e cinque edizioni del format) è costantemente irrisoria. Come dire? Puoi anche dotare di Kalashnikov un esercito di formiche, ma quelle sempre formiche rimangono e la forza per premere il grilletto mai l’avranno. Tuttavia hai pur sempre dispiegato un arsenale e qualche colpo, fortuitamente, potrebbe prima o poi partire.

In qualche modo, in questo senso, è emblematico il caso di George Ciupilan – alunno del Collegio 4, ambientato nel 1982 – che ai primi di novembre, intorno alla messa in onda della terza puntata della nuova stagione, ha abbandonato i social. Con 590mila follower su Instragram e (quasi, per un pelo) un milione di fan su Tik Tok, il diciottenne della provincia di Savona ha annunciato di voler staccare per un po’: “Mi prendo un momento per riflettere anche perché stare sul mondo del social non è facilissimo”.

A settembre, intanto, Ciupilan aveva risposto così ad un utente che gli chiedeva conto di una frase pronunciata all’epoca del Collegio e giudicata maschilista: “Non credete a tutto quello che passa in tv. Ad esempio: ‘Mi piace giocare a calcio ma non mi piace vederlo in tv’. Questa frase può essere modificata in diversi modi. Dico un’altra frase: ‘Vado in spiaggia con Simone’. Loro di tutto ciò creano un’altra frase ancora: ‘Con Simone mi piace giocare a calcio’. In altre parole: sono diventato bersaglio di critiche per un concetto che non ho espresso ma che ritengo essere stato distorto in fase di montaggio”.

Ma forse a incidere maggiormente sulla decisione di tornare al suo splendido anonimato è stato soprattutto l’essere risultato positivo al Covid-19: a fine ottobre aveva infatti raccontato in un altro video di essere stato contagiato e di essere stato molto male per una settimana e poi comunque debilitato fino alla negativizzazione.

Ed è proprio questo, molto probabilmente, il punto più dolente di questa edizione del Collegio: nonostante la pandemia abbia obbligato la produzione al primo cambio di location in tre anni (finora la cornice al docu-reality l’aveva offerta il Collegio San Carlo Celana a Caprino Bergamasco mentre quest’anno le riprese si sono spostate ad Anagni, per evidenti motivi), il Collegio 5 è chiaramente figlio dell’estate del liberi tutti, quella del “virus non esiste” in cui tutto sembrava definitivamente superato.

Niente, almeno fino alla quinta puntata, dà modo di riflettere sul terremoto che la scuola italiana, gli insegnanti e gli alunni, hanno dovuto vivere e continuano a vivere in questi mesi. Il Collegio 5 non è semplicemente fuori dal tempo ma è proprio fuori dal mondo. Gettare in pasto ai leoni da tastiera giovani e giovanissimi under 18, sulle cui teste imperversano i soliti avvoltoi della comunicazione commerciale, è diventato così l’effetto primario di questo show televisivo incapace di inviare un messaggio di speranza ai milioni di ragazzini che lo seguono che vada oltre il “saranno famosi” o il “basta apparire”.

Che un programma dedicato ad una fascia così profondamente provata, psicologicamente e materialmente, dall’emergenza sanitaria non sia stato in grado nemmeno di sfiorare le tematiche, completamente rimosse dagli autori, del Coronavirus e di una generazione per la prima volta alle prese con una guerra che tra le altre cose gli ha portato via proprio i banchi di scuola che del format sono protagonisti assoluti, rappresenta il vero fallimento di questa specifica edizione. Una disfatta che poi è lo specchio dei mesi trascorsi a convincerci che debba esistere un primato delle ragioni economiche su quelle sanitarie, il predominio dell’industria sui teatri, la lotta tra giovani e anziani. Insomma l’idea che la vita possa essere vissuta per compartimenti stagni.

Ciupilan, suo malgrado di certo, ha fatto luce su queste contraddizioni. Per il resto la vita social dei collegiali sembra solo la prosecuzione del reality con altri mezzi. Osservando i movimenti di questi studenti su Instagram, il primo dato che balza necessariamente agli occhi riguarda il fatto che nessuno dei ragazzi, quasi nessuno, sembra aver più toccato un libro dopo il diploma farlocco ottenuto a colpi di share. E non prendiamo certo ad esempio gli ultimi mesi, tra scuole chiuse e didattica a distanza.

Il secondo dato è che tutti i collegiali di quest’ultima edizione, compattamente come mai in passato, indicano come unico contatto l’indirizzo mail della casa di produzione, Banijay Italia. Il terzo, che su 22 ragazzi, 14 hanno aperto significativamente il proprio account Instagram solo dopo la fine delle riprese, in estate, o al più tardi a ridosso della messa in onda, ai primi di ottobre. Viene quindi da pensare che la scelta di finire sui social non sia completamente libera ma presupposto necessario per poter partecipare alla trasmissione.

Contattata, Banijay spiega che i ragazzi non sono forzati dalla produzione ad aprire un account Instagram in vista della messa in onda del programma, anche se in effetti non si tratta di profili totalmente autogestiti. Quello che il team digital di Banijay fa è soltanto aiutarli a gestire i profili social perché loro passano da un numero limitato di follower a dei numeri altissimi e tra gli altri c’è gente che cerca di approfittarne, ad esempio con offerte commerciali, senza contare gli hater. Per dei ragazzini che arrivano alla notorietà così improvvisamente è difficile fare tutto da soli perciò vengono supportati da professionisti, che prima li preparano e poi li aiutano a gestire gli account.

Il punto rimane in tutti i casi che, senza l’impatto social delle dimensioni monstre che abbiamo visto, ovvero se ogni singolo partecipante alla scuola estiva non fosse presente (anche solo formalmente) su Instagram, il Collegio non sarebbe il re dei programmi macina-like della Rai. Con buona pace di chi, sotto al rullo dei numeri, rimane schiacciato.

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