Governo Pd-M5S, il pagellone: chi ha vinto e chi ha perso dopo il voto su Rousseau

Beppe Grillo, Renzi, Di Maio, Salvini, il Pd: il borsino della politica italiana dopo che gli attivisti Cinque Stelle hanno dato l'ok all'esecutivo giallorosso

Di Lorenzo Tosa
Pubblicato il 3 Set. 2019 alle 20:51 Aggiornato il 10 Gen. 2020 alle 20:26
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Immagine di copertina
Il voto sulla piattaforma Rousseau ha di fatto spalancato le porte al governo giallorosso

Governo M5S-Pd: il pagellone dopo il voto su Rousseau

È finita nell’unico modo in cui poteva finire, persino al di là delle previsioni della vigilia, con una netta, senz’appello, vittoria per i governisti, al termine di una giornata in cui è successo di tutto: black out, problemi tecnici, infiltrazioni, polemiche, bozze di programmi, lo spread in discesa libera, record mondiali più o meno reali. Sullo sfondo, quasi come una comparsa, quello che doveva essere il vero protagonista di questi giorni e di queste ore: il Paese e il suo futuro prossimo. Di cui un po’ tutti, nella frenesia generale, ci siamo dimenticati. E allora vediamo, nel dettaglio, chi sono stati vincitori e vinti della consultazione online sulla piattaforma Rousseau e, più in generale, della giornata politica più lunga e surreale da mesi a questa parte.

Ha vinto Beppe Grillo. Pochi dubbi. Se oggi c’è un vincitore, quello è lui e la sua strategia dell”occasione storica”. Una rivincita su tutta la linea che stride non poco con l’immagine pubblica che da mesi, anni, accompagnava ormai l’ex comico di Sant’Ilario, dato da tutti quelli che gli sono vicino come stanco, deluso, rassegnato, pronto a trasformare il famoso “passo di lato” in un passo indietro vero e proprio e definitivo. Il successo di questa – solo fino a poche settimane fa improbabile – alleanza di governo rilancia con forza il suo ruolo di protagonista sulla scena politica non solo del Movimento ma italiana. E, in un paese senza memoria, fa rimettere in soffitta dieci anni di insulti, offese e “vaffa” al Partito democratico e alla partitocrazia in generale, di cui oggi – strana la vita a volte – sembra diventato un nume tutelare.

Da garante M5S a garante del tanto odiato “sistema” il passo è brevissimo. Ha vinto Giuseppe Conte, il carneade, l’avvocato del popolo. Il primo politico nella storia italiana a diventare premier consecutivamente di un governo di estrema destra e di uno di (presunta) sinistra. Sembra passato un secolo da quando quello sconosciuto professore di Diritto privato muoveva i suoi primi, goffi, passi in politica, telecomandato da Di Maio e da Salvini e incapace persino di fare un discorso a braccio in Parlamento senza davanti i fogli della comunicazione grillina. Eppure, in 14 mesi, il professore, con un misto democrisitano vecchio stile di sobrietà, diplomazia e astuzia, è riuscito nell’impresa di far fuori prima Salvini e, a stretto giro, lo stesso Di Maio, che ha già sconfitto sul piano squisitamente di governo e a cui oggi contende a pieno titolo la leadership del Movimento.

Ha perso Luigi Di Maio, anche se è pronto a chiamarla vittoria: sognava un ritorno di fiamma con Salvini e fino all’ultimo ha fatto di tutto per saltare il tavolo. Si consolerà con una poltrona da ministro della Difesa, ma vede vacillare pericolosamente la cosa che per lui conta di più: la leadership del Movimento. Ora il passaggio di consegne è più vicino, anche se sarà lungo e – aspettando Conte – manca ancora una figura matura per raccoglierne l’eredità.

Ha vinto Matteo Renzi, il primo (e, in principio, l’unico) a credere in un’alleanza col Movimento 5 Stelle quando tutto il Partito democratico – compresi i renziani che non erano stati ancora avvertiti – erano pronti ad andare al voto. Lo ha fatto in primis contro se stesso e dopo anni di ostinato rifiuto anche solo di sedersi allo stesso tavolo coi grillini per un caffè. Quando orma anche i radar più sofisticati avevano perso le sue tracce, è tornato di colpo un fattore chiave e un protagonista assoluto della politica italiana. Era da quasi tre anni ormai – da quel fatidico 4 dicembre 2016 – che l’Italia non si spaccava in due sul suo nome. C’è chi lo considera uno straordinario stratega per aver messo Salvini in naftalina e aver scongiurato il voto e chi lo accusa di aver mirato solo a salvare la poltrona e i gruppi parlamentari, che domani, come ieri, continueranno ad essere saldamente nelle sue mani. Probabilmente hanno ragione entrambi: estimatori e detrattori. E, in fondo, diciamolo: un politico, un leader, non può chiedere di meglio.

Ha perso Matteo Salvini, che in un mese scarso è passato dall’avere il 40 per cento, un Paese ai suoi piedi, un ministero di peso e un esecutivo alle sue dipendenze a ritrovarsi al 31 per cento, all’opposizione e con il Partito democratico al governo. Settimane in cui ha trascorso ogni minuto a dare una caccia ossessiva e senza tregua a presunti poteri forti, ad incolpare il Pd, i 5 Stelle, Renzi, Conte, Macron, la Merkel, l’Europa, le ong, Mattarella, il Papa, l’Ordine dei Cavalieri Templari. Ma la verità è che l’unico con cui se la può prendere è se stesso. E il “capitano” è il primo a saperlo.

Ha vinto Davide Casaleggio, che in un pomeriggio ha salvato qualcosa come 4 milioni di euro, come i fondi provenienti dagli stipendi dei parlamentari M5S direttamente nelle casse della Casaleggio associati di qui a fine legislatura (alla fine dei cinque anni i milioni complessivamente saranno 6). E, soprattutto, si conferma ancora una volta il vero padrone del Movimento 5 Stelle e il dominus occulto della politica italiana. La verità è che, da giorni, il figlio del Guru sta tenendo un intero Paese inchiodato ai risultati di un voto online di cui lui e solo lui (insieme a pochi fedelissimi) possiede le chiavi. Spaventoso. Ma vincente.

Ha pareggiato il Partito democratico, che nelle ultime due settimane, in nome di un’improbabile “Real politik”, si è piegato, ha avallato e infine legittimato politicamente una forza elettoralmente moribonda, democraticamente impresentabile e politicamente sventrata dall’uragano Salvini. Torna al governo, è vero, ma l’esecutivo nascente non è figlio di una visione politica ragionata e a lungo termine ma della duplice necessità di allontanare il più possibile il voto e riportare Salvini all’opposizione. Troppo poco per un partito che aspira a rappresentare un’alternativa maggioritaria credibile tanto al sovranismo razzista e xenofobo di Lega e Fratelli d’Italia quanto al populismo demagogico e da decrescita felice del Movimento 5 Stelle. Con il quale, prima o dopo, verranno inevitabilmente a galla tutte le differenze di visione su tutti i principali temi d’attualità, dall’immigrazione all’economia, al lavoro, passando per la giustizia, le infrastrutture e l’Europa.

Infine, ha perso la piattaforma Rousseau, che, al netto di quell’improbabile, ennesimo, “record mondiale” annunciato da Casaleggio con uno squillo di trombe già alle 13 (il record è detenuto per distacco dall’i-Voting estone nel lontanissimo 2005), ha mostrato una volta di più tutti i suoi limiti etici, tecnologici e strutturali. Una democrazia evoluta come la nostra, basata su una delle Costituzioni più belle e attuali del mondo, non può accettare che l’iter della formazione di un governo dipenda dall’esito di un voto online all’interno di una piattaforma gestita da un’oscura società privata, perforabile da un bambino di 7 anni, priva della benché minima legittimità e trasparenza, giudicata dallo stesso Garante per la Privacy “manipolabile”, e dal cui esito dipenderà ancora una volta il futuro del Paese.

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