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La resistenza dei giallorossi: così il governo Draghi sta diventano un governo Ursula

Di Luca Telese
Pubblicato il 4 Feb. 2021 alle 18:18
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Governo giallorosso 2.0 o governo Ursula. In una crisi in cui tutto cambia di ora in ora, questo è il capolavoro politico di Goffredo Bettini e di Nicola Zingaretti, il frutto della capacità di tenuta con cui il Pd ha ribaltato la situazione di assedio in cui si trovava fino a 24 ore prima.

Il governo tecnico che, nelle intenzioni dei suoi principali promotori, doveva rappresentare la tumulazione della maggioranza giallorossa e del governo Conte è già tramontato prima di nascere. Diventa ora, strada facendo, un governo politico stile “Ursula”, ovvero un governo giallorossi & Friends.

I “due Mattei” (Renzi e Salvini) sarebbero stati i due trionfatori di quel primo scenario che si era prospettato nella crisi. Ma ora il governo tecnico “senza politici” – nato contro la politica, e quindi contro i giallorossi, perché avrebbe tratto origine dalla riduzione in macerie di Pd e M5s – diventa invece un diventa un governo Conte-Draghi, che nasce solo grazie alla benedizione (e probabilmente al supporto diretto) del presidente del Consiglio uscente.

Dato questo nuovo equilibrio, su fronti opposti, Matteo Salvini e Matteo Renzi possono scegliere soltanto se bere l’amaro calice e votarlo (cosa assai improbabile per Salvini e dura ma inevitabile per Renzi) oppure passare all’opposizione.

Per il primo Matteo, Renzi, è un duro colpo: aveva aperto la crisi per de-strutturare la maggioranza giallorossa, rottamare Conte, cambiare gli equilibri nel Pd. E adesso si ritrova con un governo Draghi che parte dalla maggioranza con il Pd e da Conte. Per lui un incubo.

Ancora peggio è andata a Salvini: è rimasto a metà strada. Tirato per la manica da Giancarlo Giorgetti, che voleva un sì a Draghi, ha provato a mettere dei paletti, uno dei quali era quello cronologico, nella speranza di ottenere un governo a termine.

Salvini non ha ascoltato l’invito di Giorgia Meloni, che – non fidandosi di Draghi – gli chiedeva di convergere con una astensione unitaria dei tre partiti di centrodestra, nella speranza di inchiavardare Silvio Berlusconi alla sua coalizione.

La Lega ha esitato, ha perso il tempo, e Berlusconi si è buttato su Draghi. Ed ecco che adesso si prospetta la maggioranza Ursula.

Tutto questo è potuto accadere non per magia, ma per la sorprendente tenuta politica (nella giornata cruciale di ieri) di M5s e Pd. I “gialli” in una riunione fiume dicevano no a qualsiasi governo “tecnico”. I “rossi” facevano quadrato intorno al suo segretario (altro che “ologramma”) e alla sua linea.

Il lodo Zingaretti era molto semplice: il Pd non avrebbe fatto governi con la destra”, e non avrebbe agito svincolato da Leu, ma soprattutto dal M5s. Risultato: nella serata di ieri un governo tecnico di Draghi, se fosse rimasto un governo non politico, non avrebbe avuto i numeri per partire.

Così, su sollecitazione di Super Mario, il Quirinale concorda con il premier sulla caduta della pregiudiziale contro una maggioranza “politica”. Cambia il baricentro del governo, che a questo punto torna incardinato sul vecchio asse giallorosso. Si aggiunge Berlusconi, nel modo che abbiamo visto, e arriva la benedizione di Conte dal tavolino di Palazzo Chigi.

Se le cose vanno così, Giuseppi resta il leader designato della coalizione giallorossa, che si ritrova anche un candidato naturale al Quirinale già pronto. Modello Carlo Azeglio Ciampi (che come è noto aveva anche ministri politici, come Rosa Russo Jervolino) e non modello Monti (governo contro i partiti).

Una operazione politica della premiata coppia Zingaretti-Bettini. Qualcuno, usando i codici del vecchio Pci, ironizzava sulla matrice “Ingraiana” di Goffredo Bettini, ma in questo caso il sapore era molto più togliattiano (o, per i cultori della materia, “Bufaliniano”).

Su tutto questo scenario si staglia, come sintesi perfetta, la battuta cult di Tommaso Labate, caustica firma del Corriere della Sera: “Se tutto va così, Italia Viva avrebbe un merito storico che, comunque la si pensi, non si potrà non riconoscerle. Passare da un governo in cui era decisiva a uno in cui non lo è”.

Leggi anche: 1. Sono grato a Conte. La prospettiva politica dell’alleanza giallorossa non va dispersa (di Goffredo Bettini) / 2. Perché bisogna dire no a Draghi (di Alessandro Di Battista) /3. Il sonno della politica genera tecnici (di S. Mentana) / 4. Conflitto d’interenzi (di Giulio Gambino)

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