La mentalità retrograda sulle donne è ancora tra noi: il caso Giovanna Botteri lo dimostra

Di Fabio Salamida
Pubblicato il 4 Mag. 2020 alle 06:45 Aggiornato il 4 Mag. 2020 alle 08:37
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Immagine di copertina

Sono tanti i luoghi comuni con cui deve convivere una donna, lasciti della mentalità retrograda di un passato non lontano ma anche di un presente in cui c’è ancora chi la vorrebbe subalterna al maschio. Li leggiamo e li ascoltiamo quando si prende cura del suo corpo, del suo abbigliamento e di tutto ciò che concerne il suo aspetto fisico, quando attira a sé apprezzamenti non desiderati o quando viene definita una prostituta, magari perché porta una gonna troppo corta o per una scollatura che ne esalta il seno. E se invece non rispetta il cosiddetto “canone di bellezza”, ovvero quel misto di stile e forme che ci vengono imposti da chi ci deve vendere dei prodotti, ecco che arriva lo scherno, l’insulto, la gogna.

È quello che è accaduto alla giornalista Giovanna Botteri, inviata della Rai in Cina, diventata oggetto di battute e commenti pesanti sui social network, quei luoghi virtuali in cui la parte peggiore della nostra società sfoga le sue pulsioni, magari nascondendosi nell’anonimato garantito da un profilo fake o semplicemente esprimendo la propria vigliaccheria proteggendosi dietro uno schermo che tiene a distanza di sicurezza dalla persona offesa. Spiacevole che a dar spago a quelle battute e a quelle offese ci si siano messi anche gli autori di “Striscia la Notizia”, celebre format di confine tra informazione e satira che nel 1988 ha introdotto nell’immaginario collettivo di un’intera nazione la figura della “velina”, dando corpo – un corpo ovviamente “fedele al canone” e assai poco vestito – a un termine che fino al giorno prima definiva semplicemente una nota passata al giornalista di una testata da una fonte anonima.

Giovanna Botteri, che di mestiere diffonde notizie, è diventata a sua volta notizia, “colpevole” – agli occhi di chi vive di quei luoghi comuni – di non farsi il cerone e di non tingersi i capelli prima di andare in tv: come se il suo modo di porsi al pubblico possa diventare oggetto di discussione, come se il lavoro di una persona – uomo o donna che sia – acquisti un valore diverso rispetto al suo aspetto. “Era un servizio a favore della giornalista” ha detto Michelle Hunziker in un video postato ore dopo sui social, un video in cui si arrampica sugli specchi e che invece poteva essere l’occasione per un doveroso messaggio di scuse.

Molto bella invece la risposta della “vittima”, che in una lettera ha spersonalizzato la vicenda, cercando di stimolare “un momento di discussione vera sul rapporto tra le giornaliste e la loro immagine”, tema tangente a quello più universale della mercificazione del corpo della donna. “Qui a Pechino – scrive in un passaggio – sono sintonizzata sulla Bbc, considerata una delle migliori e più affidabili televisioni del mondo. Le sue giornaliste sono giovani e vecchie, bianche, marroni, gialle e nere. Belle e brutte, magre o ciccione. Con le rughe, culi, nasi orecchie grossi. Ce n’è una che fa le previsioni senza una parte del braccio. E nessuno fiata, nessuno dice niente, a casa ascoltano semplicemente quello che dicono. Perché è l’unica cosa che conta, importa, e ci si aspetta da una giornalista. A me piacerebbe che noi tutte spingessimo verso un obiettivo, minimo, come questo”.

La vicenda ha scatenato accese discussioni, moltissimi sono stati i messaggi di solidarietà alla giornalista ma c’è stato anche chi ha invocato il diritto di satira. Singolari anche le prese di posizione di alcune donne: girando per le bacheche di Facebook si possono leggere frasi tipo “non sono d’accordo nel suddividere il genere femminile schierando da una parte le donne che hanno il rossetto in pendant con lo smalto come stupide e dall’altra le colte ergo sciatte” (e chi lo ha fatto?), o “sono contro le offese ma una pettinata potrebbe anche darsela, così manca di rispetto al pubblico” e ancora: “Se Conte girasse in pigiama e con la barba sfatta che direste?” (ma che esempio è?). Insomma: come spesso accade a dar seguito e a giustificare i luoghi comuni sulle donne sono altre donne, ma anche questa è una vecchia storia.

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