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Body shaming, battute e buonsenso: il caso Botteri de-costruito

Di Selvaggia Lucarelli
Pubblicato il 3 Mag. 2020 alle 14:30 Aggiornato il 3 Mag. 2020 alle 14:34
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Immagine di copertina

Caso Giovanna Botteri-Striscia la notizia: le battute e il buonsenso

Un po’ di riflessioni sparse sul caso Striscia la notizia-Giovanna Botteri: il servizio di Striscia la notizia sulla giornalista e il suo aspetto “trascurato” era meno feroce di quello che appare leggendo gli articoli indignati a commento. Il passaggio del servizio sul “finalmente si è fatta uno shampoo” era sgradevole. Sgradevole, “da linciaggio” è un’altra cosa. E lo era perché è evidente che di come appare in video alla Botteri frega meno di niente e che, come ha spiegato lei, a casa ci dovremmo occupare semplicemente di quello che una giornalista dice. Affermare però che un giornalista che va in video non ha alcun obbligo di occuparsi della sua immagine è vero fino a un certo punto.

Forse giornalisti di lungo corso come la Botteri – e menomale – possono fare quello che vogliono, ma in molte emittenti tv (in Italia di sicuro) esistono standard estetici, obbligo di trucco e parrucco e perfino abiti (almeno lo stile) concordati con la rete. E sono soprattutto i canali incentrati sull’informazione. Quello che trovo fastidioso, in generale, non è neppure tanto la battuta fessa sui capelli della Botteri, comunque. L’altro giorno Striscia si occupava dei capelli di Giuseppe Conte, l’altro ieri delle labbra della Gruber e così via.

Quello che trovo più insopportabile è il fatto che si utilizzino le scemenze che qualcuno scrive sui social come cavallo di Troia per far entrare quelle stesse scemenze in tv. O sui giornali. O su siti autorevoli. Della serie “Io non mi sporco le mani, non mi prendo la briga di dire che la Botteri va in tv senza essersi pettinata, ma riferisco che lo dicono “i social”, magari prendendo anche vagamente le distanze dai volgari sfottò con un sorriso benevolo della bionda conduttrice. O del giornalista”.

È un po’ la tecnica D’Urso: io a chi viene nel mio programma faccio dire e fare qualunque cosa e poi “Io mi dissocio”. La Botteri ha risposto con grande eleganza, rendendo il tema più ampio e interessante, ma la domanda è: qual è il confine tra la battuta e il bodyshaming? Siamo certi che quel servizio di Striscia fosse così diverso da mille altri servizi e mille altre battute e tweet e meme sui capelli e i maglioncini di altre donne e perfino uomini che passano totalmente inosservati? Ve lo dico io: no.

Sui capelli di Trump, di Berlusconi, sul riporto di Schifani, la tinta di Cacciari, sui look fetish della Gruber, sulle amazzoni di Berlusconi (Ravetto &co) – che la De Gregorio definì “una distesa di chiome bionde ad ogni gradazione di ossigeno, dal platino al miele, impegnate nella lunga attesa della Sua apparizione a carezzarsi vicendevolmente i capelli freschi di piastra, pronte a scattare in piedi nel ‘bravo’ all’unisono” – si sono fatte le stesse battute.

Quindi, quando una battuta sui capelli o su un maglioncino è lecita e quando no? È che la satira ci sembra legittima quando intacca il potere, il personaggio più esposto e divisivo, quando rientra, legittimamente, nella sfera del costume. Certi soggetti, invece, ci sembrano più fragili, più intoccabili, più degni di levate di scudi. Più immeritevoli di dileggio, perché in una posizione più “operaia”, più di servizio, più difendibile e magari perché sono donne e non se ne può più della battuta scema sui capelli o sulle scarpe della donna che sposta l’attenzione dal contenuto, da quello che dice, da quello che fa.

Si tratta di capire i contesti, il momento, il ruolo. Si tratta di buonsenso, come per la gestione della Fase 2. Nessuno può scrivere le regole su una tavola di marmo, bisognerebbe capire da soli dove arrivare e dove fermarsi con un mascherina o con una battuta. La battuta sulla Botteri si poteva fare, era meglio non farla. Tutto qui.

Infine, due parole sulla Hunziker. Io credo, banalmente, che non abbia neppure capito la sgradevolezza di quello che andava a leggere, specialmente dopo che aveva postato su Instagram i ringraziamenti a parrucchieri e truccatori che le permettono di andare in video così perfetta. Dall’opacità della sua Fondazione Doppia Difesa in cui nessuno rispondeva al telefono ai suoi commenti di ringraziamento a pagine storicamente sessiste, che hanno rovinato la vita a un sacco di ragazze, come Pastorizia perché avevano scritto che a 40 anni è sempre figa, io credo che sulla Hunziker, in generale, ci siano aspettative troppo alte.

Mentre scrivevo queste righe ho visto i post sulla sua quarantena a Bergamo raccontata sui social e mi ha impressionato il profondo livello di empatia per la tragedia della sua città, tra un video per tonificare le ciapèt e la mini sitcom sulla quarantena, per non parlare della copertina glamour di un noto settimanale in cui in questi giorni, in tv, appare lei col messaggio “È più difficile far ridere che far piangere”. Messaggio di chi è molto sintonizzato col mondo, direi.

È per questo che ritengo non sia colpa sua. Semplicemente, Michelle Hunziker non ce la fa. Antonio Ricci che invece è uno che ce la fa, avrà capito sicuramente il punto: la satira si spalma su tutto, senza pietà, è vero. Ma se una donna che va in tv a raccontare il mondo in un momento in cui il mondo è così difficile da raccontare si dimentica di pettinarsi, più che prenderla per il culo, merita un applauso. Tutto qui, senza drammi. Senza linciaggi.

Leggi anche: Giovanna Botteri vittima di body shaming su Striscia la notizia? Michelle Hunziker: “Fake news, quel servizio era a suo favore”

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