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Trovatene un altro così coerente: Fioramonti si è dimesso per il vero interesse pubblico

Il ministro non lascia per il solito scandalo, ma perché c'è un governo di centrosinistra che non investe nella Scuola. Il commento di Luca Telese

Di Luca Telese
Pubblicato il 26 Dic. 2019 alle 11:15 Aggiornato il 27 Dic. 2019 alle 10:44
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Immagine di copertina
Lorenzo Fioramonti, ex ministro dell'Istruzione. Credit: Ansa/CIRO FUSCO

Fioramonti, dimissioni di coerenza: prima l’interese pubblico

In un paese in cui la coerenza è un accessorio e in cui le dimissioni si annunciano sempre, (ma non so danno mai) Lorenzo Fioramonti, ministro dell’Istruzione, se n’è andato per una grave e irrimediabile colpa: la coerenza. Non si dimette per uno scandaletto o per qualche inadempienza, per una delle tante trovate furbette sulla casa a cui i politici ci hanno abituato in questi anni, ma per tenere fede alla parola data. Non ci guadagna nulla da queste dimissioni, ci perde moltissimo, e da domani i suoi colleghi di governo – per un meccanismo intuibile e perverso – lo considereranno un pericolo, un appestato.

Se te ne vai per una petizione di principio, infatti, è come se accusassi tutti quelli che restano di passare sopra i propri. Ma perché il ministro se ne va, perché rinuncia al titolo e agli onori? Semplice: Fioramonti aveva detto in ogni modo che alla scuola e all’università italiana, per mantenere il loro standard, servivano almeno 23 miliardi di euro, di cui almeno 3 subito.

Il ministro era convinto che un governo di centrosinistra che fosse fedele ai suoi valori avrebbe dovuto investire subito nella formazione, trovare quelle risorse, anche – se necessario – con delle tasse di scopo (ed era sua infatti, la prima proposta della sugar tax). Nessuno gli aveva risposto. Di fronte a questo inedito ultimatum (di solito gli uomini di governo pongono gli ultimatum perché vogliono le poltrone) le reazioni del mondo politico, ma anche dell’informazione, erano state sempre a metà fra lo scettico e l’incredulo.

Da un lato c’era chi diceva: “Tanto non lo farà mai”, convinto che il principio di autotutela della specie avrebbe prevalso su qualsiasi petizione di principio. Dall’altro c’era un altro tipo di sorriso, che più o meno significava: “Ma questo qui cosa vuole?”.

Un mese fa, nel suo ufficio di viale Trastevere, Fioramonti mi aveva spiegato uno dei più perversi meccanismi di spesa che lo faceva letteralmente impazzire: quello delle cosiddette cattedre di sostegno. Vengono tagliate perché non ci sono risorse. Così le famiglie sono costrette a fare ricorso alla magistratura, al Tar, ai giudici che in questo paese sono sempre la croce e la delizia dello Stato inadempiente. E poi, quando le famiglie con figli disabili dopo un evidente calvario vincono, allora – ma solo allora – il Mef stanzia dei fondi “fuorisacco” per coprire quei ruoli colpevolmente scoperti.

Fioramonti – e con lui chiunque non sia privo di raziocinio – considerava folle che si costringessero le famiglie a dover ricorrere alla giustizia per ottenere quello che in realtà era un loro diritto. E soprattutto che si dovessero sottoporre a questo iter delle famiglie già gravate da problemi enormi. Ma era anche sconcertato dal meccanismo burocratico per cui quello che viene prima negato in via amministrativa (per cosiddetti vincoli di bilancio) dopo sia concesso per via giudiziaria.

Era un piccolo esempio lampante del perché quei 3 miliardi di fondi urgenti andavano stanziati. Alla faccia dei partiti che fanno ricatti sulle manovre, dei leader che pensano a come beneficiare loro collegi elettorali o le loro categorie di riferimento, alla faccia delle gratifiche e delle prebende che abbiamo visto piovere sui gruppi di interesse in questi anni.

Da professore universitario, segnato dall’esperienza di chi aveva dovuto girare il mondo per veder riconosciuto il proprio valore, Fioramonti si era convinto che alla scuola e all’università italiana servono fondi per la ricerca, stanziamenti per le infrastrutture e i servizi, diritto allo studio, organici.

Sarebbe bello se invece di reagire con l’invidia, l’indifferenza e con lo scherno, la politica l’informazione e il governo – adesso – reagissero con il rispetto che si deve a chi mette in gioco tutto per una finalità che trascende l’interesse personale. Sarebbe bello se individuassero il modo per raccogliere questi 3 miliardi, metterli insieme in un emendamento alla manovra, da infilare al più presto nel primo provvedimento di spesa utile.

Ovviamente non accadrà, perché da domani ogni ministro potrebbe dire: “Anche io ho bisogno di 3 miliardi per il mio bilancio”. Ovviamente non accadrà. E non sarà una sconfitta per Fioramonti. Ma per tutti noi.

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