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Nel paese dei nepotismi e dei leccaculo a pagare sono i poliziotti che portarono il figlio di Salvini sulla moto d’acqua

L'ipocrisia italiana: per la vicenda del figlio dell'ex vice premier leghista in moto d'acqua pagano solo i poliziotti

Di Luca Telese
Pubblicato il 19 Set. 2019 alle 21:18 Aggiornato il 27 Set. 2019 alle 13:23
Immagine di copertina
Matteo Salvini e una moto d'acqua della Polizia Credit: Ansa

Indagati i tre agenti che portarono il figlio di Salvini in moto d’acqua

Diciamolo pure: leggi la notizia sui tre agenti indagati per il giro del figlio di Matteo Salvini sulla moto d’acqua e capisci che questo è un paese di camaleonti e voltagabbana, ma anche di pazzi.

La controprova purtroppo non è possibile, ma mi avrebbe fatto molto piacere vedere cosa sarebbe accaduto se il leader della Lega fosse stato ancora ministro. Dove sarebbe finito questo procedimento.

In un paese in cui si ossequia massimamente il potere, gli stessi che un mese fa erano genuflessi al cospetto del nuovo capitano Matteo, adesso scuotono il capo e dicono: “Giusto, giusto”.

Ma la domanda da farsi è: chi non ha mai chiesto al comandante di un aereo di far vedere la cabina al figlio? Chi non ha mai messo un berretto da carabiniere sulla testa di un bambino? Chi – minimamente noto – non ha mai subito le richieste insistenti “vuole fargliela provare?”. “Vuole fare un giro?”. “Vuole assaggiare?”.

E magari su trenta volte che ha detto no, una sola volta ha detto di sì. Anche per questo è ridicolo questo coro di moralizzatori della domenica, di Capitan Fracassa che gridano allo scandalo.

Ho scritto questo agosto – quando accadde l’episodio – che trovavo l’accusa di peculato per i poliziotti ridicola. Mentre trovavo molto grave – invece – il fatto che il giornalista di La Repubblica che ha filmato il caso fosse stato intimidito da un poliziotto in borghese.

Ma adesso, di fronte a tre poveri cristi che finiscono sotto processo prendo cappello e dico: ma in un paese di schiene piegate e corifei compiacenti, di nepotismi, di familiari, di leccaculo, di ladri che si portano via la carta igienica dagli uffici pubblici per risparmiare a casa, di gente che timbra il cartellino in mutande, davvero l’opera di moralizzazione della pubblica amministrazione inizia da tre agenti che finiscono sotto processo per un giro di giostra?

Vogliamo davvero ricoprirci di ridicolo? Ho stima per chi – nella pubblica amministrazione – ha detto no a Salvini in difesa delle regole, quindi il leader della Lega era nella stanza dei bottoni.

Trovo assurdo che qualcuno pensi che adesso lo si possa crocifiggere per un giro in moto d’acqua perché non ha più potere. Ho stima per chi vorrà sconfiggere le idee di Matteo Salvini sul campo.

Ho disprezzo per chi vuole accodarsi alla cerimonia dello sputo. Anche perché gli odiatori e i leccaculo, nel giro tondo delle vite e dei cicli, quasi sempre finiscono per coincidere.

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